giovedì 31 dicembre 2009

e-doll

"Vi sono due modi per avere qualcosa di simile ad un e-doll. Uno è quello di creare, appunto, degli esseri artificiali, che si possano violentare, torturare, mutilare senza troppo danno. Il secondo è quello è quello di prendere alcuni esseri umani e dichiararli in qualche modo sub-umani, come tali liberamente massacrabili. La categoria del clandestino funziona alla perfezione. Il clandestino, la clandestina possono essere liberamente massacrati. Se pensi che stia esagerando, ti invito a leggere il terribile libro di Isoke Aikpitanyi Le ragazze di Benin City (Melampo), una testimonianza di cosa subiscono dagli italiani le prostitute-schiave nigeriane. O a fare una rapida ricerca sul numero di prostitute-schiave uccise in Italia. Le loro storie sono perfettamente sovrapponibili a quelle degli e-doll del libro di Verso. Con la differenza che qui si tratta di persone che un tempo avevano un nome e una storia, e che sull’altare sacrificale delle società avanzate diventano semplice carne dolente, che non grida né sussurra, ma tace ai margini delle strade."
http://minimokarma.blogsome.com/2009/12/29/e-doll/

mercoledì 23 dicembre 2009

quanto tarderà Massimo ad abboccare

"In certi tipi di pesca, occorre prima pasturare il pesce a cui si mira: si lanciano nell'acqua pezzi di un pastone particolarmente gradito all'agognata preda, e solo dopo si getta l'amo. Berlusconi (ed il fido Letta) sono impegnati in questa delicata fase. Mi domando quanto tarderà il buon Massimo ad abboccare"
Quando una cosa è detta così bene si può solo citare, ringraziando Guido, che da oggi entra a buon diritto nella selezionatissima categoria "affinità elettive". Anche perché chi è che non si sente prigioniero, in questa "patria"? Io ho messo piede in Francia, quest'anno, e mi sono accorta che respiravo - respiravo in modo diverso, l'aria stessa sembrava più libera fuori di qui.
E anche perché lo scopo primo di questo blog era ed è allacciare le forze e le idee per abbattere questa prigione - sempre tenendosi ben stretto Rilke e tutte le altre cose necessarie, perché so benissimo che, innanzitutto
"la questione cardinale della primavera
va risolta ad ogni costo"

venerdì 11 dicembre 2009

L'anomalia selvaggia (recensione)

Il punto di partenza dello spinozismo politico contemporaneo: a questo libro dobbiamo l'idea di potenza come realtà che sta prima del potere e contro il potere, e l'idea che la politica di Spinoza è innanzitutto la sua metafisica.
Gli dobbiamo anche, ovviamente, l'aver riconosciuto il valore politico e filosofico del concetto di "multitudo" - la democrazia come potentia multitudinis, molto più del "potere di tutti" di Giuseppe Rensi: non solo potere di decidere della propria vita, ma capacità creativa e generativa, essere che viene alla luce dalla comunità degli uomini fra loro.
Poi, il problema è che la potenza sta prima del potere, sta contro il potere, ma è anche ciò che fonda il potere: il potere è interno, non esterno alla moltitudine degli uomini.
La multitudo negriana rimane semplicemente uno strumento che ti permette di sfuggire alle secche dei concetti di "popolo", "classe", "stato", ma non va molto più in là - come concetto, permette di pensare la potenza di tutti che si oppone al potere costituito, ma trascurando completamente i diversi modi in cui è la potenza stessa a costituirsi in potere.
Possiamo pensare il potere come potenza alienata, come concrezione della potenza, così come possiamo pensare il capitale come "lavoro morto" che si contrappone al "lavoro vivo". Ma il potere dobbiamo pensarlo, fino in fondo, senza accontentarci di farne "o' malamente" della storia.
Poi, è un libro che lancia il cuore oltre la meta, come spesso Negri usa fare, è scritto in negrese (lo stile di un filosofo che vuole essere letto "con il cuore e con le sue passioni", una tortura per me che sono analitica e razionale), ed è sempre al limite della forzatura, anche se non ci arriva (quasi) mai.

sabato 5 dicembre 2009

schiavi

Un operaio senegalese è stato ucciso a coltellate dal padrone perché reclamava da tre mesi quel che gli era dovuto per il suo lavoro.
Non è la prima volta, e non sarà l'ultima.
Ed è tutto qui: non è normale che uno straniero reclami la paga, o quel che gli è dovuto. Pretendere di essere pagati, da parte di uno straniero, è un grave atto di insubordinazione, tanto che, può capitare che spinto da sacrosanta indignazione di fronte a tanta protervia, il padrone reagisca: legittima difesa dei suoi diritti di Italiano e di Padrone, no?
Questa, senza bisogno di ulteriori riflessioni (che pure poi ci vorranno) sull'umanità, i diritti, la giustizia, la sicurezza, la libertà ... senza bisogno di tutte queste riflessioni, questa è l'essenza delle politiche italiane sull'immigrazione: creare una massa di schiavi, gente che non è normale che pretenda di essere pagata.
Una massa costretta a lavorare a condizioni a cui nessuno di noi è disposto a farlo, quindi una concorrenza insostenibile per i lavoratori: è questa la vera "fine del lavoro", che è anche la fine di qualsiasi potere operaio.

E se loro sono schiavi, noi siamo liberti: del tutto giusto e normale che siamo trattati a panem et circences.

giovedì 3 dicembre 2009

Ti penso


una superficie astratta, intonaco forse - qua e là macchie di polvere o di cenere - solcata da crepe o da vene. In alto, un decoro di foglie e di vitigni: una finestra dimenticata o ricordata, o forse una vite che, inosservata, rinasce. Di fianco, all'improvviso, ti accorgi di un volto, appena tratteggiato e confuso nella superficie, eppure chiaro. E la superficie diventa corpo - spento, sofferente, solcato e ricoperto di polvere e di cenere. Ma il volto è sereno, e c'è una finestra, sopra, o forse una vita. Susanna De Paolis, "Ti penso".

Fondazione "Dopo di Noi": “La Pittura come emozione” opere realizzate durante il laboratorio di libera espressione creativa organizzato dalla Fondazione

martedì 1 dicembre 2009

Troppo tardi

Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi
per ciò che un tempo siamo partiti per trovare.
E in qualsiasi città ci fermiamo
troviamo case in cui è troppo tardi per trascorrere una notte di luna...
E in qualsiasi casa torniamo
arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti.
E in qualsiasi fiume ci specchiamo
vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle.
Henrik Nordbrandt, Dovunque andiamo

domenica 29 novembre 2009

con un poco di morte sul viso

More about Dalle ceneri
Quel corpo che già fu un corpo
non si attarderà più
sulle rive del Tigri o dell'Eufrate
raccolto da una pala che non avrà ricordo
di dolore alcuno
messo in un sacco di plastica nero
quel corpo che già fu un'anima,
un nome e un volto
ritorna alla terra delle sabbie
rifiuto e assenza.
(...)

Quel corpo che già fu parola
non guarderà più il mare pensando a Omero.
Non si è spento. E' stato raggiunto da una scheggia
di cielo che gli ha spezzato la voce e il respiro.
Questi cristalli mescolati alla sabbia
sono le ultime parole pronunciate da quegli uomini
senz'armi.
(...)
Quel corpo che già fu una risata
adesso brucia.
Ceneri portate via dal vento fino al fiume
e l'acqua le riceve come resti
di lacrime felici.
Ceneri di una memoria in cui traluce una piccola vita molto semplice, una vita senza storia, con un giardino, una fontana e qualche libro.
Ceneri di un corpo scampato alla fossa comune
offerte alla tempesta delle sabbie.

Quando si alzerà il vento quelle ceneri
andranno a posarsi sugli occhi dei vivi.
E quelli senza saperne niente
cammineranno trionfanti
con un poco di morte sul viso.

"C'è un dolore millenario che rende ridicolo il nostro respiro. Il poeta è colui che rischia sulle parole. Le depone per poter respirare. Ma ciò non rende più tranquille le sue notti.
Dare un mome alla ferita, ridarne uno al volto annullato dal fuoco, dire, fare e disfare le rive del silenzio, ecco cosa gli detta la sua coscienza. Deve rionoscere l'impotenza della parola di fronte alla brutalità della storia, di fronte alla disperazione di quelli che non hanno più nulla, nemmeno più la ragione per sopravvivere e dimenticare.

Domani, degli uomini con i galloni sulle spalle, medaglie sul petto, un berretto da generale o da maresciallo, si riuniranno davanti ad una carta. Con calma, freddamente, decideranno di fare avanzare le loro truppe qua o là, per invadere un paese, massacrando i civili nel sonno, e poi tutto accadrà veramente, in assoluta impunità, perché coloro che sono all'origine di questa catastrofe si riuniranno di nuovo, di fronte alla stessa carta, per cessare quello che loro chiamano "le ostilità". E il mondo continuerà a respirare, come fa da milioni di anni.

Chi prenderà la parola per gli insepolti, gli scorticati, gli impiccati, per quelli gettati nelle fosse comuni?
I militari ne faranno un pacchetto ben legato, asettico, sul quale scriveranno la parola "Martiri". E poi dimenticheranno. Per forza.

La poesia si accontenterà di essere presente, per essere detta, come una preghiera, nel silenzio, nel raccoglimento del cordoglio."

Tahar Ben Jelloun, 1991
Dalle ceneri (La remontée des cendres)
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Nel '91 trovai in questo libretto, finalmente, le parole che dicevano il mio dolore per quello di cui ci eravamo resi complici, e per le migliaia di vittime ricoperte dal più chirurgico dei silenzi.
Furono parole di comando, per me, esattamente come
"o vi si sfaccia la casa
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi"
o come la dedica di Pupi Avati, in un film che senza parere parla di mine:
"a tutti i bambini che fecero una grande luce".

vergogna

giovedì 26 novembre 2009

Henrik Nordbrandt

Tu sei il mio amore e la mia disperazione.
Tu sei la mia follia e la mia saggezza.
E sei tutti i luoghi in cui non sono stato
e che mi chiamano da tutti gli angoli del mondo.
Tu sei queste sei righe
cui devo limitarmi per non gridare.

Henrik Nordbrandt
Il nostro amore è come Bisanzio

sorriso

Quando ti vidi in sogno
ti voltasti verso di me

con il dito sul labbro
e le sopracciglia alzate

sorridendo, prima di continuare
camminando sulle punte

attraverso la stanza
illuminata dalla luna, abbandonata,

che d’improvviso compresi
avrebbe rappresentato la mia vita.

Henrik Nordbrandt
il nostro amore è come bisanzio

domenica 22 novembre 2009

l'illusione del noi

Una volta hai usato questa espressione: la violenza del noi.
Già: la solidarietà nei confronti della propria comunità che comporta per ciò stesso l'espulsione e la violenza nei confronti di chi non ne è parte. La comporta necessariamente? è la domanda. Ogni "noi" si costituisce soltanto se è esclusivo, eventualmente omicida? Ogni comunità si costruisce sull'homo sacer?
Credo che la nostra scommessa sia proprio questa: dire che è possibile una comunità senza un fuori, senza de-finizione e senza confini, e che anzi, questa è l'unica possibile, ed è illusoria quell'altra, quella basata sull'esclusione. Illusoria, non solo su tutti gli inclusi pende la minaccia di essere loro i prossimi uomini sacri, ma perché è illusione il pensiero stesso di essere fra gli inclusi, di essere al sicuro quando non lo sono anche tutti gli altri.

Oggi parlavo con un amico argentino - 30.000 desaparecidos su 30 milioni di argentini, mi diceva, un genocidio. Vuol dire uno ogni mille, vuol dire che non c'è nessuno, in Argentina, che non avesse almeno uno, due o tre conoscenti fra quelli che sono scomparsi - lui, mi dice, conosceva una psicologa: in Argentina non c'è più nessuno psicologo di quella generazione. Tutti morti, perché questa professione era sospetta. E tutti gli argentini di oggi, mi diceva ancora, si portano dietro il senso di colpa di non aver detto niente, non aver fatto niente. Ma se non dicevano o facevano niente non era solo per paura, dice, ma perché di ciascuno che scompariva ci si diceva: - ah, ma quello lì evidentemente faceva casino, aveva fatto qualcosa ...
E intanto, una generazione è stata massacrata, perché uno faceva un mestiere sospetto, un altro era sulla rubrica telefonica di uno che era sulla rubrica telefonica di uno che ... . E intanto, ogni notte giravano auto senza targa che portavano via le persone, e nessuno diceva niente perché ci si era ("come si dice, in italiano?") assuefatti. Così come, dice, ci siamo assuefatti alle navi che affondano nel mediterraneo, non ne parliamo neanche più.
(Un contatore, penso io, almeno un contatore andrebbe fatto, come quello dei civili morti grazie alla missione di pace in Iraq. Un contatore andrebbe fatto su tutto: i morti affogati, i lavoratori ammazzati dal padrone perché pretendevano la paga, i rom ...).

Ci si illudeva, insomma, di appartenere a un "noi" che non sarebbe stato toccato.

Anche gli ebrei che furono deportati a Treblinka, racconta Jean François Steiner, ancora nel ghetto si illudevano che solo chi dava fastidio venisse deportato, poi chi si faceva notare, poi chi aveva la tesserina gialla i giorni dispari o la tesserina rosa i giorni pari, poi, già incolonnati verso il campo, chi prendeva la colonna di destra oppure quella di sinistra. E così, invece di ribellarsi o cercare di scappare si preoccuparono di non dare fastidio, poi di non farsi notare, poi di procurarsi la tesserina rosa, poi di scegliere la colonna di destra, o quella di sinistra.

Così come ci illudiamo, noi, oggi, di essere al riparo dai massacri, dalla fame, dalla violenza da cui fuggono gli altri, grazie al diritto acquisito dato dall'essere italiani, e chiudiamo gli occhi, ci assuefacciamo alle barche che affondano, perché questo è il prezzo da pagare per essere il noi italiano, per attaccarci alla barca che ancora sta a galla.

sabato 21 novembre 2009

Devozione

Nella strada dove abitavo, vent’anni fa, Nadia Burci aprì una piccola bottega di ceramica, dove allora non ebbi il coraggio di entrare. L’ho fatto l’anno scorso, con la scusa del regalo di nozze per certi miei amici, e ho trovato un luogo pieno di cose incantate e terrestri. Sono cose stranamente leggere che pure col loro essere di terra ti portano verso il basso, dove poggiano i piedi e le cose si toccano con le mani - e fra le mani ti si sfarinano, pensi: ho sempre paura di rompere qualcosa, quando entro in quella bottega (goffa come sono, col mio zaino e col mio corpo troppo più grande della testa). In realtà, sono cose meno fragili di quello che sembrano: l’autrice si diverte (spaventandomi un po’) a usare certe sue delicatissime tazze come strane campanelle – e poi io lo so, che mentre un libro vive solo se è ricopiato, ristampato, ripetuto, un pezzo di ceramica dura, anche per millenni. Ma la preoccupazione rimane, e fa parte dell’incanto di queste cose, della sensazione che danno di essere luminose e ruvide, impermanenti e solide, leggere e terrestri.

Una di queste, con un verso che per noi significa molto, ora appartiene a un'amica. Un'altra è una piccola ciotola, dono a me di un'amica cara, che forse mi legge, e che è per me una delle poche (poche? quando faccio la conta mi stupisco sempre di quante siano!) cose a cui sono attaccata. Il mio pezzo di terra, lo chiamo, quasi che fosse questo:
lo potessimo avere anche noi un umano, puro, contenuto
una striscia nostra ristretta di terra feconda
fra fiume e roccia
(Rilke, elegie).

E mi domando se oggetti come questi, come il dente strappato a una carcassa di cane che, racconta una leggenda tibetana, per la devozione di una vecchietta divenne davvero una reliquia del Buddha, o il topo bianco d'avorio di Dora Markus, o l'albero, là sul pendio, da rivedere ogni giorno - se oggetti come questi non divengano davvero qualcosa che ci salva, qualcosa che per la sua bellezza, o magari soltanto solo in grazia del particolare sentimento che proiettiamo in esso, diventa effettivamente un pezzo della via, qualcosa che porta alla superficie la forza che abbiamo dentro, e ci consente di vederla e di coltivarla.
"come quando guardi il cielo trafitto dalle stelle, e chiudi gli occhi e ti ritrovi quelle luci dentro, alla superficie di te"

lunedì 16 novembre 2009

ragione e sentimento

Io non diffido dei miti, anche se sono estremamente rigorosa quanto alla ragione - ma aut si parla di ragione in senso strettissimo, di logica, e in questo caso ragione non è nulla più che "se ... allora" aut si parla di riferimento a ciò che è condivisibile, comune e comprensibile a qualunque essere umano (prima o poi, in un qualche momento dela sua vita, o magari solo come potenzialità che non avrà modo motivo di esprimersi). Questo ciò che è comune è infinito e si esprime in infiniti modi, con infinite sfumature, sviluppi prismatici e frattalici, connessioni, filiazioni e conseguenze, ed è espresso altrettanto adeguatamente e razionalmente in un trattato filosofico, in un mito, in una poesia, in un brano musicale, in un atto sessuale o in un romanzo.

giovedì 12 novembre 2009

denis de rougemont

"conduciamo la nostra vita di civilizzati in una confusione veramente insensata di religioni mai del tutto morte, e raramente del tutto comprese e praticate, di morali un tempo esclusive, ma che si sovrappongono o s'intrecciano sullo sfondo della nostra condotta elementare"
L'amore e l'occidente, p. 163

lunedì 9 novembre 2009

camminare accanto ai cadaveri

Cara Lilli, dici benissimo: camminare accanto ai cadaveri. La cosa veramente tremenda degli esseri umani, quello che fa dell’uomo la bestia più feroce di tutte, è che gli umani sono capaci di questo, di camminare accanto ai cadaveri dei propri simili e tagliar via da sé la consapevolezza di questo. Ci sono cose che noi esseri umani siamo capaci di fare soltanto perché sappiamo separare noi stessi da quel che stiamo facendo. Ci sono cose che, viste, non sono tollerabili, ma noi siamo capaci di non vederle.

Arnold Gehlen parlava di questo "iato" come della più grande risorsa dell'uomo: sapersi separare da se stessi, ignorare e procrastinare la fame, la sete, il dolore, e quindi saper progettare, agire per il futuro - e probabilmente è anche vero, è una risorsa. In ogni caso è quello che siamo. E' anche, sospetto, la radice della crudeltà dei bambini - sperimentare e risperimentare la stupefacente sensazione di potersi separare da se stessi, che non è mai così forte come quando fai del male a un altro essere.

E' quello che siamo, è una risorsa, ed è la nostra maledizione.

Non separarsi da se stessi, vedere e sentire, essere consapevoli, ha delle conseguenze. Non è questione di altruismo, o di misericordia, e neppure di amore: semplicemente, quando non cancelli le cose che vedi, e non ti separi da quello che fai, certe cose non puoi né farle né sopportarle.

Ma recuperare la vista dei cadaveri accanto a cui camminiamo, non far uso della capacità di separarci da noi stessi, è difficile e faticoso. Come se si trattasse di imparare di nuovo a guardare, dopo aver recuperato la vista, o a camminare, dopo mesi di ingessatura. Magari è una capacità che non si recupera mai del tutto, e per averla davvero bisogna non averla mai persa.

mercoledì 4 novembre 2009

Non avremo vissuto da soli

Tanto per dare direzione e verso all'azione, anche se l'azione, come la retta, viene dall'infinito ed all'infinito si perde. Non avremo vissuto da soli, ma in compagnia di quanti avremo sognato e con l'aiuto, il conforto, le risate, i brindisi, gli abbracci, le barzellette e le ricette, le litigate e le rimpatriate di chi avremo incontrato.
Riuscire a vivere tutta la vita come la resa finale di Ivan Il'ic è la conquista spirituale ed il compito della pedagogia (un altro! Povera pedagogia!) è di renderci sufficientemente fiduciosi in noi per poterci permettere il primo gesto. DvD

Del mio amico DvD, una delle persone per le quali vale la pena di vivere - al quale devo Errico Malatesta, fra l'altro.

venerdì 23 ottobre 2009

rima rerum

More about Rima Rerum
Ci sono parole che raccolgo e porto con me, come un talismano o come un interrogativo, e non so cosa sia che mi spinge a conservarle, o perché le chiami poesia. Ma so, sempre, con immediata sicurezza, riconoscerle: quelle, e non altre.
Così è stato con rima rerum: un riconoscimento immediato di parole importanti, da portare con me - di parole intense e pesanti tanto da affondare dentro di me, abitare la mia immaginazione e riaffiorare come mio proprio sguardo sul mondo.
E, come sempre mi accade, ho voluto parlarne, perché quando amo qualcosa ho bisogno di condividerla, ma tutto quel che sapevo e volevo fare era ripetere versi o frammenti di verso, come questi:
c'è ancora da camminare
la strada è lunga e sul ciglio ci sono gli asfodeli
e vedrai che parlando prenderemo colore.
E in fondo, non c'è veramente bisogno di altro.

O non ce ne sarebbe, se queste tre righe così belle e quiete, che spesso ripeto fra me, bastassero a raccontare rima rerum. Ma non bastano affatto. Ne sono forse un approdo, o forse sono soltanto una radura in cui trovare un raro riposo, come la terra sognata e silenziosa di
Sogno a volte una terra di betulle
stupita d’erba e d’innocenza
una terra di case dal tetto di frasche
con vaste macerie d’un regno di giganti
e serene montagne in lontananza.
Sogno una terra di silenzio, a volte.
Ma sono radure in un sentiero di cardi: rima rerum è anche, e anzi è molto più spesso una violenta ribellione, un cammino aspro e doloroso - e io amo profondamente, di questo libro, tanto la quiete e la dolcezza che raramente ne traspirano quanto la rabbia e la ribellione che lo conducono -
La mia rabbia, dottore,
non è una cosa che si possa dire
con le parole scritte nei suoi libri.
Forse perché io stessa ho bisogno di parole che dicano anche per me la mia rabbia, e perché è anche la mia casa, la mia disciplina la casa ferita nella terra di febbraio, che non ha tetto, né consolazione.

Rima rerum si apre con un Varco. Tutte le cose e tutte le parole, vi si dice (con Qohelet 1,8: םיעגי םירבדה־לכ, e la sua impossibile traduzione), sono in travaglio, faticose, difficili, fatigantur, fessa fiunt (parole che, osservo, dal travaglio alla spaccatura, rinviano anche alla generazione e al parto. Tutte le cose sono generate nel dolore). Tutte le cose, tutte le parole sono spaccate. Tutte le cose, tutte le parole sono aperte. La parola latina rima – anch’essa fessa, spaccata – può indicare questa essenziale apertura, questa spaccatura delle cose che si manifesta all’uomo che parla nell’assemblea. (nell'assemblea, osservo e sottolineo, ma lo capirò più tardi).
In Varco si dice anche: che ogni cosa sia aperta, fessa, spaccata non è annuncio di sofferenza, né di gioia. Ma questo non è vero, o lo sarà solo dopo, o soltanto a tratti, per l’uomo aperto, nell’apertura delle cose. Intanto, però rima rerum è una tensione che solo raramente trova quiete, la spaccatura è quasi sempre crepa (fingi di non vedere le aperture / le crepe le fessure le storture) fessura che lascia intravvedere il disagio, la violenza e il dolore, il male che insidia ogni essere, il fatto intollerabile dell’assenza
Non tolleriamo l’assenza. Questo è certo.
Qualunque cosa sia successa è certo
che noi non accettiamo alcuna assenza.

Ecco: rima rerum è un libro che innanzitutto fa anche di te che leggi una cosa o una parola in travaglio, spaccata, faticosa, difficile, ti costringe a reggere insieme all’autore la tensione delle cose e delle parole, a portartela dentro, a seguire un cammino scabro, aspro e doloroso che non ammette rettorica o tregue a buon mercato, e va fino in fondo und sonst gar nichts (se tu ora non mi soccorri, / dandomi ancora un po’ del tuo dolore / sarà stato nulla, tutto meno di nulla) - e forse, giunti fino in fondo, dopo avere non perduto, ma gettato via il nome, il volto, la parola e i pronomi possessivi, ti conduce a raggiungere o a ritrovare l'apertura, gli asfodeli, e la terra di dentro
vorrei dirti tenendoti i seni
della terra di dentro, della terra
liberata dal male e dal dolore, della terra
in cui ognuno ha il nome suo più vero.

lunedì 19 ottobre 2009

il grande occidente

More about Dell'amicizia
Nella traduzione italiana di "Dell'amicizia" di Matteo Ricci, quello che nell'originale era "il grande regno d'Europa", come Matteo Ricci lo chiamava di fronte ai cinesi, diventa "il grande Occidente" - come usiamo definirci noi ultimamente.
Sarebbe più bello se ci autonominassimo l'ultima penisola, la punta dell'Asia, il porto di mare dove vanno a finire i popoli viaggianti.
Ma anche "il grande regno d'Europa", in fondo, andrebbe benissimo.
"Occidente", invece, è semplicemente stupido, così come è stupido "oriente".

domenica 18 ottobre 2009

qui, ora, in questo luogo e in questo mondo

Lunedì 4 agosto 1941
A volte vorrei essere nella cella di un convento, con la saggezza di secoli sublimata sugli scaffali lungo i muri, e con la vista che spazia su campi di grano - devono proprio essere campi di grano, e devono anche ondeggiare al vento. Lì vorrei sprofondarmi nei secoli, e in me stessa. E alla lunga troverei pace e chiarezza. Ma questo non è poi tanto difficile. E' qui, ora, in questo luogo e in questo mondo che devo trovare chiarezza e pace e equilibrio. Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro sul mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa, ma è tutto terribilmente difficile e proprio per questo mi sento così oppressa.

Etty Hillesum
Diario 1941-1943, a cura di J. G. Gaardlandt
Adelphi, 1985, p. 53

Avevo bisogno di questi anni?, mi chiedevo poco tempo fa. Sì, ne avevo bisogno, era quello che dovevo fare.
Certo, vagheggio una bellissima casa come quella dove un mio amico ha solitudine, libri e silenzio, e sogno un giorno di avere una cella di convento esattamente come la descrive Etty Hillesum, e il grano deve ondeggiare al vento.
Ma come lei penso: troppo facile.
Troppo facile, e sterile, essere limpidi e calmi in un ambiente protetto. Se non sai vivere fino in fondo su questa terra con tutto ciò che questo comporta, accogliere ciò che ti viene incontro, e condividere la sorte di tutti, ed essere limpida e calma, e in tutto questo, come l'uomo pio che portava a spasso un vaso pieno d'acqua, riuscire anche a pregare - se non sai fare tutto questo, il tuo filosofare non è che un giocare con le biglie.

venerdì 16 ottobre 2009

il valore del verbo essere

"quando un individuo o un gruppo di individui è tenuto in condizione di inferiorità, esso è di fatto inferiore; ma bisognerebbe intendersi sul valore del verbo 'essere'"

Simone de Beauvoir, il secondo sesso, (il Saggiatore, 1961, p.23)

martedì 13 ottobre 2009

Koiné dialektos

Koiné dialektos, una lingua comune. Questo blog è cominciato da qui, pensando che l'essenziale, ora, è costruire un linguaggio comune, un intendersi sui termini e sulle loro implicazioni.
Comune fra chi, potrà essere detto, se lo potrà, solo dopo, perché sarà l'accordo o il disaccordo sulla costellazione di pensieri da costruire insieme a definire, eventualmente, una qualche forma di comunanza.

Tutta questa attenzione e questo ritegno a usare un nome qualsivoglia per quelli coi quali vorrei costruire un linguaggio comune, perché per troppi anni ci siamo ritenuti soddisfatti del nome di "sinistra", come se il fatto di avere un nome garantisse l'esistenza di una cosa, e caldamente rassicurati da questa garanzia ci siamo affannati a cercar di definire quale fosse la cosa così nominata, mentre tutto intorno a noi venivano svuotate dal di dentro le forme e le possibilità per dire - e quindi fare - qualunque cosa circa sulle condizioni della nostra esistenza.

E certo, non è solo la mancanza di nomi e di concetti a impedircelo, ma ben più solide forme di potere e di violenza.

Ma non sapere dove vogliamo andare, attorno a cosa ci congiungiamo, qual'è la comunanza che vogliamo affermare ci rende deboli; capaci al più di resistere, conservare, deplorare. Non abbiamo una forza nostra da cui partire, un "noi siamo" da affermare.

Ebbene, questo voglio: ritrovare, o meglio ricostruire, le parole e i concetti per pensare le condizioni della nostra esistenza e le possibilità di cambiarla. Perché di quelli che abbiamo ora, cari compagni, mi pare che ce ne facciamo proprio poco.

Con chi ci sta.

temperamenti

L'adagio è stato fatale: note ribattute che creavano una sospensione, come un piccolo tuffo al cuore, e subito si scioglievano in una dolcezza mai troppo sicura - Mozart, insomma ...
Beh, tutto il resto si poteva ancora reggere, ma lì mia figlia ha cominciato a mimare silenziosissimamente (ero stata tassativa sul silenzio) i gesti del suicidio: mi impicco tenendomi la corda da sola, mi sparo, mi si scioglie la faccia ...
A parte che non aveva bisogno di mimare il suicidio, l'aviss'accisa io stessa, ho pensato: questione di temperamenti. Per me l'adagio è sempre stato il tempo giusto, gli altri movimenti si vabbé, ma l'adagio è pura bellezza universale, di quella che deve da sé imporsi a tutti come l'Uno, il Vero, il Bene.
Questo ha degli inconvenienti: avevo tredici anni, mio babbo doveva fare una trasmissione a radio Alice sul 7 aprile e sull'offensiva di arresti e di terrore che era calata sui compagni, mi chiese di scegliere i brani per gli stacchi musicali (pure lui: ma lo sapeva, con chi aveva a che fare!), e io non ebbi dubbio alcuno: un capolavoro assoluto, Beethoven, settima sinfonia, l'adagio.
Un capolavoro assoluto, non c'è che dire. Gli astanti cominciarono a impiccarsi tenendo la corda da soli, spararsi, sciogliersi la faccia. A mio padre peggiorò la depressione, che già non era molto allegro. A me vennero i primissimi dubbi se l'Uno, il Vero e il Bello siano poi tanto uni, e mi dissi che dovevo studiare il rock and roll (pensai proprio così: studiare, mammamia se ero secchiona!).

giovedì 8 ottobre 2009

daimon

mi dici che svegliarsi a metà della notte è un sintomo di depressione - beh, sì, è possibile, magari anche probabile.
Ma per me la notte è anche e soprattutto l'unico tempo veramente mio, non rubato al lavoro o alle persone che mi circondano - la mia notte è un surrogato di "una stanza tutta per sé".
Così, svegliarmi è quasi un appuntamento, è quello che devo fare, e va bene così.
Il che non toglie che io abbia talvolta momenti di oscurità totale, o momenti in cui la fatica mi sembra superiore alle mie forze. Ma quello che devo fare comporta errori, fatica, dolore e anche disperazione, e va bene così.

Ecco, la cosa veramente strana in tutto ciò non è la fatica, e neanche la confusione: è il senso di "e va bene così", questa certezza assoluta che ci sia un "quello che devo fare", del quale fa parte anche alzarmi a metà della notte.

Questa certezza assoluta che ha la priorità su ogni altra cosa, e che mi indirizza con forza irresistibile, mi obbliga a certe cose, costi quel che costi, mi rende del tutto indifferente ad altre a cui in teoria dovrei dare importanza, e mi allontana con certezza da altre ancora, senza che io veda una ragione precisa di questa lontananza se non che "non è quello".

Poi, ognuno si fa le sue illusioni come gli pare: io mi sono fatta questa.

"è come ..."

Per parlare della bellezza di una cosa, quasi sempre ci ritroviamo a dire: "è come ...". Quasi che vedere la bellezza fosse questo: stabilire relazioni, rivelare connessioni segrete, scoprire immotivate consonanze.


("il manto di Indra, un tempo, nel Pantheon induista, il re degli dei. Questo manto è fatto di frammenti di specchio, e tutti si riflettono l'uno negli innumerevoli altri.
Una cosa privata: non leggevo ancora ed uno dei miei primissimi libri, fatto di figure, rappresentava delle fatine che si rispecchiavano una nel riflesso dell'altra. Specchi l'uno davanti all'altro." grazie Domnei).

sabato 3 ottobre 2009

Misura e dismisura


Schiantare l'io. Rendersi la vita impossibile, e provare così tuttavia a vivere
: ha un grande fascino, quello che dici - o magari soltanto ciò che io che leggo in quello che dici.
Accogliere l'altro da sé in maniera così totale e senza difesa da farsene esplodere, esserne attraversati come da un vento che ti nebulizza, invasi tanto che non ci sia più un io, lasciarsene interrogare, scomporre, eventualmente distruggere. E non fermarsi, in questo, davanti a nessuno spavento.
Ha un fascino tremendo.
Ma è il tormento e l'estasi - qualcosa di molto cattolico e barocco, in fondo. Non è un semplice superare l'io, e il problema dell'io, raggiungere una consapevolezza o un'esperienza in cui il problema non si pone, e la distinzione fra "io" e "tu", o le affermazioni "il sé esiste", "il sé non esiste" diventano più che prive di significato: irrilevanti. E' una violenta contrapposizione all'io, una prospettiva nella quale il soggetto è colpevole e va punito, annichilito nel non-io.
Una prospettiva nella quale fatico anche a vedere la relazione con l'altro - non la relazione con un non-io, ma l'esperienza di questo-altro-qui.

E parlo proprio di esperienza. Mi affascina che Capitini (di cui, confesso, non ho ancora capito quasi niente) parlasse di "esperienza religiosa": è proprio così. Non "bisogno del sacro", che mi piace poco, e neanche "sentimento religioso", anche se è molto meglio. No: esperienza.
E ancora di più penso: troppo nettamente distingui. Il fantastico, la narrazione, non è detto che siano al servizio di una religione consolatoria: possono essere, anzi sono, modi per descrivere ed esprimere questa esperienza altrettanto adeguati e necessari di questo nostro parlare così libero (chissà) dalle superstizioni.

(nella foto: Bernini, l'estasi di Santa Teresa)

venerdì 2 ottobre 2009

libertà dal conosciuto

"Se potete dunque guardare qualsiasi cosa senza lasciare che il pensiero si insinui - se potete guardare un viso, un uccello, il colore di un sari, la bellezza di uno specchio d'acqua scintillante al sole, o qualsiasi cosa vi procuri gioia - se potete guardare senza poi volere che l'esperienza si ripeta, allora non ci sarà dolore, paura, ma piuttosto una straordinaria gioia".

Krishnamurti, "Libertà dal conosciuto", Ubaldini, p. 28.
(grazie Antonio)

giovedì 1 ottobre 2009

parlando

Lo vedi come si muove la verità, mentre parliamo? Non è soltanto che ci giriamo attorno e ne vediamo diversi aspetti, o che scopriamo che quello che all’inizio ci sembrava un dato acquisito non lo era. E’ qualcosa di più: la verità che insieme cerchiamo si muove, cambia, diventa altra mentre parliamo. Uno parla, e l’altro cambia impercettibilmente opinione, vede non solo qualcosa di più, ma qualcosa di diverso, e a sua volta fa cambiare l’altro. La verità cresce e prende colore. Diventa un ancor meno sicuro possesso di quel che era all’inizio, eppure più vera.

"e vedrai che parlando prenderemo colore"

mercoledì 30 settembre 2009

il migliore dei mondi possibili

e apertamente dedicai il cuore alla terra, grave e sofferente. E spesso, nella notte sacra, promisi d'amarla fedelmente, senza paura, col suo greve carico di fatalità. Così, mi avvinsi ad essa di un vincolo mortale (Holderlin, La morte di Empedocle, citato da Camus in exergo a l'uomo in rivolta)

La questione, per me, è in fondo piuttosto semplice, ed è come la mette Camus: l'uomo in rivolta si rivolta in nome di qualcosa, riconosce l'esistenza di un "se noi non siamo, io non sono" e per affermarlo è disposto ad andare anche all'inferno. Afferma una radicale solidarietà con l'essere, se ne proclama parte che non solo non può, ma non vuole e non deve chiamarsene fuori. Io non ho un altrove dove collocare il bene, nulla in nome di cui condannare la vita e il mondo.

Questo non vuol dire che non mi rivolti, o che non riconosca come tali il dolore, la sofferenza, il semplice disagio, o che io tolleri l'assenza degli scomparsi. Ma credo che sia più onesto stare con la sofferenza, quando e dove c'è, riconoscerla come tale, senza farne la cifra del mondo e senza condannare in suo nome tutto ciò della cui perdita, o mancanza, o distruzione io soffro. Ci sono alcune frasi che ho preso come imperativi per me, e una è "ci vuole forza d'amore, e coraggio" - ancora del retoricissimo Camus.

martedì 29 settembre 2009

Eli, Eli, lama sabachtani

Forse, chissà, lo sguardo feroce della belva occidentale cristiana viene proprio da questo: dall'immagine del Cristo in croce, e dalla redenzione - o dalla sua ricerca. Dal pensiero che esista una possibile redenzione del male, che l'infranto possa essere ricomposto. Che si possa assumere su di sé il male del mondo, come fece l'uomo che soffrì sulla croce. Che si possa, e si debba, imitare Cristo - non il Cristo re, ma proprio il Cristo uomo di "Eli, eli, lama sabachtani".

Chi assume su di sè la sofferenza dell'uomo in croce in qualche modo è già assolto, si è collocato dalla parte del dolore e della vittima, come dice Canetti - ma anche, e forse soprattutto, si colloca in un mondo dove esiste una remissione del peccato, dove c'è un dio a cui chiedere conto, ma anche espiazione e redenzione del male.

Un coraggioso stare nel mondo, allora, sarebbe proprio il contrario: non credere di poter assumere su di sé il male, non credere che esista una possibile redenzione, e rinunciare anche alla superstizione o al pensiero magico di avere un dio a cui chiedere conto o perdono. E al contrario assumere fino in fondo su di sè il peso di questo: che non c'è alcun modo di rimediare al male, una volta che è; che non c'è remissione, ma cause e conseguenze; che il pentimento o la penitenza aggiungono solo male al male, ma non redimono proprio nulla.
(nessun nume, o altro, ma soltanto un invidioso ...)

perfezione

Mia figlia che ride e salta sventolando il suo novello diploma da piccolo vigile del fuoco, o che strilla tuffandosi sotto i cavalloni. La guardo, e penso: vale la pena che al mondo ci sia la morte, per permettere di esistere a cose così.

E poi penso: perché un bambino che ride (non necessariamente mia figlia) mi dà un senso di felicità così assoluta? Credo che sia perché quando un bambino è felice vedo la sua assoluta perfezione qui ed ora, percepisco che un bambino è perfetto in ogni momento, è sempre esattamente quello che deve essere.

Di questa perfezione fa parte anche il cambiamento, certo, il fatto che Laura in questo stesso momento sta crescendo, e diventerà un'altra, e già non è più la tenera trottolina impacciata che non capiva esattamente cosa farsene del mare. Ma se penso a queste cose, o forse se do' peso a queste cose, smetto di vederla - di vedere quel che è nella sua completa perfezione di questo momento.

Penso, allora: se non avessimo i ricordi, in ogni momento saremmo interi e perfetti.

Laura stessa ricorda, e rimpiange quando era più piccola, e - temo - si preoccupa di non diventare abbastanza. Cerco di levarle queste idee, ma ovviamente non posso: il cammino per liberarsi dei ricordi, a quanto pare, è lungo e difficile.

sabato 26 settembre 2009

Religioni del lamento

Il volto della terra è segnato dalle religioni del lamento. Nel cristianesimo esse hanno raggiunto un tipo di validità generale. La muta che è loro veicolo ha solo breve durata. Cosa conferisce consistenza alle forme di fede da cui scaturisce il lamento? Cosa attribuisce loro continuità attraverso i millenni?
La leggenda sulla quale esse si formano narra di un uomo o di un Dio morto ingiustamente. E' sempre la storia di un inseguimento, si tratti di una caccia o di una persecuzione; può esservi collegato anche un processo ingiusto
(...)
La caccia o l'inseguimento sono narrati in tutti i particolari: si tratta di una storia precisa, nettamente personalizzata; sempre scorre il sangue, anche nella più umana delle Passioni: il Cristo stesso versa il suo sangue. (...) La caccia o la persecuzione, però, sono sempre intese dal punto di vista della vittima.
Al termine della caccia si forma una muta del lamento, il cui lamento possiede una nota particolare: il morto è stato ucciso per amore degli uomini che lo piangono. (...) I piangenti non accettano la sua morte, vogliono riaverlo in vita.
(...)
Perché un numero così grande di persone partecipa al lamento? In che cosa consiste la sua forza di attrazione? Che cosa offre agli uomini? In tutti coloro che vi partecipano si compie il medesimo processo: la muta di caccia o la muta dei persecutori si purifica trasformandosi in muta del lamento. Gli uomini hanno vissuto come inseguitori, e sempre più come inseguitori essi continuano a vivere. Essi cercano carne di altri, la straziano, e si nutrono del tormento delle creature deboli. Nei loro occhi si specchia lo sguardo straziante della vittima; l'ultimo grido, di cui si dilettano, si incide incancellabilmente nella loro anima. Forse la maggior parte di essi non si rende conto di nutrire insieme con il proprio corpo anche l'oscurità dentro di sé. Ma colpa e angoscia crescono inarrestabili in loro, senza lasciare speranza di redenzione. Così gli uomini si uniscono a chi muore per loro, e nel lamento su di lui si sentono essi stessi inseguiti e perseguitati. In quel momento, nonostante tutte le loro azioni passate, tutta la loro ferocia, essi si collocano dalla parte del dolore. E' uno scambio delle parti improvviso e di ampia portata, che li libera dall'accumulo di colpe delle uccisioni trascorse e dall'angoscia di essere essi stessi afferrati dalla morte. Un altro prende su di sé tutto ciò che essi fecero agli altri: seguendolo fedelmente e senza riserve, essi sperano di sfuggire alla vendetta.
Le religioni del lamento sono dunque indispensabili per l'equilibrio delle anime degli uomini, fin tanto che gli uomini non rinunciano all'uccidere in muta.


Elias Canetti, Massa e potere (Muta e religione: Religioni del lamento) Adelphi 1981, pp. 173 ss.
(corsivi dell'autore, grassetti miei).

Missione di pace

Ascolto


ti ascolto come ascolterei un pioppo
ti guardo attenta, e ti vengo a cercare
ogni giorno.

Seduta ai tuoi piedi, ascolto
ascolto come ascolterei la luce
ascolto con la pelle e con lo sguardo.

Sono, in quell'aria che da te respira
sono, in quell'ascoltare le tue foglie
guardandole dal basso, e in mezzo ai rami
il cielo.

martedì 22 settembre 2009

Dérèglement

" Quando parlo di religione secolarizzata penso soprattutto a Bonhoeffer. Il quale sosteneva che la secolarizzazione - che tanto spaventa Ratzinger e la chiesa post-conciliare - rappresenta un’occasione storica per il cristianesimo: l’occasione di liberarsi dalla religione e dal suo Dio tappabuchi per realizare pienamente la fede. La religione si alimenta della debolezza dell’uomo, cerca di rassicurarlo, anche apologeticamente si appoggia alla sofferenza, alla malattia, alla morte, per proporre le sue “ipotesi di lavoro”. La fede fa a meno della rassicurazione, crede in un Cristo crocifisso e debole, che non può aiutare, che condivide la sofferenza, ma non salva dal male. Questa è la fede cristiana in quella che Bonhoeffer considera l’ “erà adulta” del mondo - ed è una fede che sono portato ad accostare all’idea assolutamente laica, ed altissima, della persuasione di Carlo Michelstaedter, quel coraggioso stare nel mondo senza più appoggi, rassicurazioni, consolazioni.
Penso che ci sia un viaggio da compiere, un viaggio difficile, anche doloroso: il viaggio oltre sé stessi. Rendersi la vita impossibile, e provare così tuttavia a vivere, può essere un buon modo di intraprendere questo viaggio - o forse anche, sì, par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens. Invertendo i termini di Bonhoeffer, chiamo ciò religione - perché lega il sé a qualcos’altro, fino a schiantarlo in esso -, mentre la fede mi sembra lusinga dell’io, un additivo che, volendo preservare la vita, la corrompe.
Certo, mi rendo conto di semplificare. La fede non ha solo un messaggio per l’individuo, ma è anche costruttrice di collettività, e possono essere collettività feroci o compassionevoli, barbariche o raffinate. C’è, come dici, “quello che fa alle persone”. Il mio rifiuto del cattolicesimo è prevalentemente un rifiuto estetico. E’ il rifiuto di una religione degli occhi torti al cielo, delle spade nel cuore, delle processioni dolenti, dei canti deprimenti, dell’esteriorità ostentata fino al ridicolo. Etico, poi. Duemila anni di cristianesimo non sono riusciti ad ammansire la belva occidentale, che ha ancora lo sguardo feroce - e quando prova a dire parole dolci la sua voce suona terribilmente falsa, affettata. Duemila e cinquecento anni di buddhismo hanno lasciato invece sul viso della gente quel “sorriso doloroso e delicatissimo” di cui parla Pietro Citati a proposito di un portiere dello Sri Lanka in un suo memorabile articolo:*

A nessuno, neppure al più odioso inquilino, nega il proprio sorriso. Non è mai servile. Dal suo uomo-dio, e dagli innumerevoli Bodhisattva, che hanno passeggiato in Oriente, ha appreso che la virtù suprema è la compassione – questo cuore della gentilezza. Con la compassione si placano le anime, si risolvono le difficoltà, si diffonde la quiete, si rallegrano i cuori, si permette all’universo di procedere in una nube di incenso e di miele. L’anno scorso ha innalzato nel nostro portone un piccolo albero di Natale, con tutte le candele, le luci e i piccoli doni: una specie di ex-voto agli dèi cattolici della casa e della città. L’albero era stento, storto e goffo. Allora lui si è scusato col suo grande sorriso doloroso, e ci ha detto: “Scusatemi, io non so farlo bene, sono buddhista”. Mai albero di Natale – non certo quelli immensi innalzati negli Stati Uniti o in piazza San Pietro – ha fatto tanto per la quiete dei nostri cuori.


Probabilmente non sarebbe stata possibile questa impresa - imprimere quel sorriso sul volto di milioni di persone - senza i racconti, le immagini, i suoni di cui parli. Sono consapevole della forza del fantastico, delle numerose vie attraverso le quali una religione giunge a parlare ad un popolo. Ma so anche che esso ha molti rischi. Il principale è, appunto, quella della riduzione della religione a strumento di consolazione, la fine del viaggio oltre sé stessi. Ciò avviene anche nel buddhismo. Scrive ad esempio Melford E. Spiro a proposito del buddhismo theravada birmano (ma le sue osservazioni valgono in generale per i paesi di tradizione theravada):

Tipicamente, invece che a rinunciare al desiderio (e al mondo), i buddhisti aspirano ad una futura esistenza mondana in cui tale desiderio possa trovare soddisfazione. Al contrario del buddhismo nirvanico, che afferma che la frustrazione è una caratteristica dell’esistenza samsarica, essi considerano la loro sofferenza uno stato temporaneo, il risultato della loro posizione attuale nel samsara. Ma vi sono altre forme di esistenza samsarica che producono grande piacere, e che loro sperano di raggiungere.**


A livello popolare, il buddhismo theravada non è dunque troppo diverso dal cattolicesimo: entrambi promettono una seconda vita felice, se ci si comporta in un certo modo in questa.
La religione di cui parlo sfugge a queste riduzioni, anche perché non si lascia toccare dal fantastico e dalla narrazione. Mi affascinano le grandi raffigurazioni dei templi, i miti, le storie sacre, ma più di tutto amo la sublime castità di linguaggio dei mistici, che costeggia il silenzio - e l’indicibile.

* Grazie a Ludò.
** M. E. Sapiro, Buddhism and society. A great tradition and its burmese vicissitudes, University of California, Berkeley-Los Angeles 1982, p. 67."
"Antonio Vigilante

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Hai pensato a me, quest'oggi?

Avevo bisogno di questi anni? Avevo bisogno di torturarmi così?
Non è stato come entrare in clausura: in clausura si entra per far pulizia, per eliminare il superfluo; ma io, al contrario, ho accumulato un eccesso. Mi sono messa, e lasciata mettere, in una condizione che mi costringe ad essere sempre in altro, fuori da me stessa.
E sì, c'era senz'altro il bisogno di tacere, il senso che dentro me stessa non ci fosse più nulla - nulla di abbastanza forte per essere, o qualcosa che per essere doveva accumularsi in silenzio. In silenzio, e in mezzo al rumore: qualcosa che doveva poter convivere col rumore e riuscire a crescere nonostante tutto (come i bambini himalayani battezzati nei torrenti gelati).
Così, mi sono cercata questa casa aperta ai quattro venti, dove l'aria, le richieste e il rumore spazzano via i pensieri, e devi stringerli e ancorarli con tutte le tue forze mentre agisci, fai le innumerevoli e inutili cose che ci sono da fare, e rispondi a domande tanto urgenti quanto vuote.
E penso spesso a quella storia che lessi da bambina, dell'uomo pio a cui Allah chiese di portare a spasso per l'intera giornata un vaso pieno d'acqua fino all'orlo, e alla fine della giornata gli chiese: hai pensato a me, quest'oggi?

domenica 20 settembre 2009

l'angelo tremendo

Io credo che tu troppo nettamente distingua ciò che è religione e ciò che non lo è. In ciò a cui diamo o un tempo davamo il nome di Dio, o nell’esperienza religiosa, c’è anche molto altro, e questo molto altro non sono tutte incrostazioni di autoaffermazione - e lo sai perfettamente anche tu: c’è l’amore, innanzitutto, ogni genere di amore (come dice Bergman); ci sono la pienezza e la lode, la gratitudine per i passeri arruffati che ti si posano sul davanzale; c’è l’esperienza di essere parte del tutto, non veramente distinto dagli altri esseri e dalle altre cose - eppure diverso; c’è la compassione, come naturale conseguenza del vivere e soffrire quello che vivono e soffrono le altre parti del tutto.
C’è tutto questo, e anche la mancanza: l’irraggiungibile lontananza di ciò che suscita amore in noi, la tensione, la nostalgia, il bisogno senza oggetto. C’è la forza imperiosa che ci aggioga al difficile …
E poi c’è il disagio, il dolore, la ribellione - e magari anche il bisogno, se vuoi, di qualcuno a cui chiedere conto del male e della morte.

Ci sono tutte queste cose, io credo, e di sicuro anche tante altre a cui non ho pensato. Tutto questo può essere detto, raccontato, in molti modi. Anzi, non può essere detto che in molti modi diversi, con molti diversi argomenti, racconti, immagini, suoni (e di conseguenza io non disprezzo la propensione al fantastico, e anzi trovo che qui a volte i racconti non siano meno razionali dei testi filosofici, e viceversa).

Allora, forse quello che conta è cosa puoi dire o non dire in un certo modo, o a partire da certe premesse; che contesto viene creato da un certo discorso religioso, e quali sono le sue conseguenze - comprese le conseguenze etiche e quello che esso fa alle persone.

Infine, non capisco cosa intendi per religione secolarizzata (ed è un’espressione che non mi entusiasma) ma come puoi immaginare per me la più razionale delle religioni è lo spinozismo. Eppure: nella totale immanenza del dio di Spinoza, già tutto presente e che si esprime in ciascun singolo essere, non è possibile parlare della mancanza e della nostalgia (c’è, in fondo, un ottimismo non dissimile da quello che Capitini imputava al fascismo). Così Spinoza esprime in un discorso estremamente razionale la comunanza del tutto, la presenza di dio in interiore homine, e la forza creativa che è in tutto questo. Eppure non basta, o non basta a me: non mi aiuta a trovare i concetti, le parole, foss’anche le immagini per dire e comprendere il resto.

venerdì 18 settembre 2009

De amore Dei

Quare hoc aeternum foedus Dei cognitionis, et amoris universale est
Spinoza, Trattato teologico politico

"perché questo patto eterno, della conoscenza e dell'amore di dio, è universale": c'è tutto Spinoza, in questa frase: dio è conoscibile, non è trascendente e separato dalla realtà terrestre, ma anzi è quanto di più comune vi sia.
Dio è ciò che tutte le cose hanno in comune, è per questo che è perfettamente conoscibile. Ciò che tutte le cose hanno in comune è la spinta espressiva, la tensione a essere e a creare, e a unirsi in questa creazione, che chiamiamo amore. Quindi l'amore di dio, e di tutti gli infiniti modi in cui dio si esprime, è un patto universale.
E naturalmente c'è della polemica in questo, contro il Dio degli eserciti, re e legislatore, che stringe con un singolo popolo un patto che può essere reso universale solo con la guerra e la conquista, solo vincendo contro gli altri dei, solo se i singoli, e i popoli, si sottometteranno alla sua legge. Questo patto, e questa legge, infatti non sono legge naturale e universale, ma comando, e possono farsi cattolici, universali, solo con la sottomissione di tutti a questo comando.

Quando noi di tradizione cristiana parliamo di dio, spontaneamente ci immaginiamo di sapere che cos'è il dio di cui stiamo parlando, sia che siamo disposti a credere alla sua esistenza e a sottometterci al suo comando oppure no: dio è il dio del monoteismo, ebraico, cristiano o islamico che sia.

Invece c'è una frattura nella storia, e il dio trascendente dei monoteismi non è scontato e non è l'unico dio possibile.
Al contrario (lo mostrò Pettazzoni, gloria locale sul quale si fa un convegno la prossima settimana, anche se uno che firmò il Manifesto della razza io non avrei tanto voglia di celebrarlo), il dio dei monoteismi è il risultato di una guerra, contro il politeismo e anche contro il dio di cui parlavano Platone o gli Stoici. Con la differenza che gli dei del politeismo sopravvivono solo in forma di favole e miti, mentre il discorso sul dio dei filosofi si è così inestricabilmente frammischiato con quello sul dio degli eserciti che non riusciamo più a cogliere la differenza.

mercoledì 16 settembre 2009

le religioni come discorsi

mi dici che è incredibile quanto contino in Birmania le superstizioni: mi piacerebbe capire meglio cosa intendi per superstizione – noto che parli di superstizione anche a proposito del Dhammapada, rispetto alle punizioni che attendono il peccatore.
Forse, e sottolineo forse (prendilo come un appunto per un’ipotesi), dovremmo pensare non che esistano delle “religioni”, ma piuttosto dei “discorsi religiosi”: discorsi, modi di espressione, codici all’interno dei quali gli uomini raccontano a se stessi e agli altri, esprimono, comunicano tra loro e condividono la propria religione.
Avendo chiaro che il modo in cui ti racconti una cosa è determinante per la cosa stessa, ma non è la cosa stessa, e avendo chiaro anche che la cosa interiore, “quella cosa lì” a cui fa riferimento il discorso religioso è talmente importante, talmente carica dal punto di vista affettivo, da essere inestricabilmente legata in ciascuno a una serie di altre pulsioni, aspettative, desideri, rappresentazioni che confondono terribilmente le acque, tanto che è difficile stabilire il confine.

Se è così, le superstizioni non possono essere espunte da un discorso religioso, che è – anche – il modo in cui una comunità di parlanti si racconta la propria realtà. Per esempio in “Denti bianchi”, di Zadie Smith, c’è una descrizione magistrale di come la fede in Geova possa diventare il discorso in cui esprimere il proprio desiderio di essere gli unici salvi, e che tutti gli altri siano puniti e maledetti.

Non sto dicendo che i “discorsi religiosi” sono tutti uguali, anzi credo che il discorso (o racconto) che usi sia determinante per la cosa che esprimi - che abbia, diciamo, una radice fondamentale e specifica che lo distingue dagli altri. Così, le religioni dell’antico testamento si prestano straordinariamente a incoraggiare il rancore, il buddhismo molto meno. Ma se la religione è discorso comune che esprime anche le pulsioni e rappresentazioni che in ciascuna persona sono legate a “quella cosa lì” che per lei è religione, il discorso comune va ascoltato nella sua interezza, semmai cercando di vedere in che misura la radice fondamentale della compassione buddhista riesce a orientare, ridurre, forse guarire le superstizioni e le malattie dell’anima che esse esprimono.

l'angelo necessario
Ho riflettuto molto, in questi giorni, sul buddhismo. Come saprai, nel caso del buddhadharma non c’è una ortodossia da difendere: ciò ha consentito la diffusione di diverse forme di buddhismo, dal theravada allo zen, che hanno forse più elementi di differenza che punti in comune. Gli stessi maestri che hanno diffuso il buddhismno in occidente hanno incoraggiato la nascita di un buddhismo “occidentale”, che però è ancora di là da venire. Il buddhismo mi sembra la più razionale delle religioni. E tuttavia non è interamente razionale. Due aspetti mi sembrano razionalmente insostenibili: il kamma e la rinascita. Il kamma perché, se è vero che in questa vita è probabile che un’azione negativa causi effetti negativi sull’agente, è tutt’altro che dimostrabile che questi effetti vadano oltre la morte; la rinascita, perché è estremamente difficile sostenerla senza affermare l’esistenza dell’anima, come il buddhismo fa. Un buddhismo occidentale dovrebbe rinunciare a questi due elementi: solo così potrebbe proporsi come religione totalmente secolarizzata.
Il kamma e la rinascita sono gli aspetti irrazionali del buddhadhamma. Ma non sono ancora superstizione. Perché vi sia superstizione occorono due cose: una certa propensione al fantastico e l’interesse egoistico. Se io penso che rinascerò, e questo pensiero non mi dà gioia, ma anzi mi preoccupa - come è nello spirito del buddhismo -, io non sono ancora nella superstizione. Se, al contrario, io penso alla rinascita con speranza e gioia, e mi convinco che compiere alcune pratiche religiose - ad esempio dare soldi ad una padoga - potrà aiutarmi a rinascere ricco, sono in piena superstizione.
Non so se abbiamo mai parlato di Rensi. Il suo pensiero sulla religione, che condivido, si può così sintetizzare: l’essenza della religione, lo spirito religioso, spinge verso il superamento dell’io; per questo, esso è in contrasto insanabile con la religione stessa, che al contrario lusinga, alletta, rassicura l’io. La mistica chiede di annullarsi, di morire in Dio, la religione promette la vita eterna. La religione degenera verso la superstizione man mano che si allontana dallo spirito religioso. E’ chiaro che uno stesso simbolo - e qui forse c’entra quella sovradeterminazione del simbolo di cui parla Ricoeur nel saggio su Freud - può essere legato alla superstizione o allo spirito religioso. L’angelo può essere l’angelo custode, che mi sta dietro la spalla e mi rassicura, ma può essere anche l’angelo della seconda duinese di Rilke, che “ist schrechlich”.
Aber: sai che sono complesso: forse soltanto duale, penso a volte. E così l’altro me ti comprende, affascinato com’è dall’idea di una mappa del mondo che nulla abbia a che vedere con i confini e i territori disegnati dalla ragione, un arazzo disegnato dal mito e dalla fantasia, popolato di esseri misericordiosi e terribili. E’ lui - detto tra noi - che mi ha riempito la casa con raffigurazioni di Shiva e di Saraswati, cercando dentro, sotto o sopra ciò che sono, una corrispondenza, un filo sottile che leghi qualche sparso brandello di me a quella raffigurazione - fino a che, confuso, non sa più se sia quel mondo una mappa del mondo oscuro di dentro, o il mondo di dentro un riflesso di quella fantasmagorica oggettività: come quando guardi il cielo trafitto dalle stelle, e chiudi gli occhi e ti ritrovi quelle luci dentro, alla superficie di te.
Antonio Vigilante

venerdì 11 settembre 2009

11 settembre

Cos'è, esattamente, che non bisogna dimenticare?


Primo, non bisogna dimenticare chi fu che assassinò Victor Jara, ma prima gli spezzò le dita perché non potesse suonare neanche da morto.
Poi, non bisogna dimenticare chi disse bravo a colui che lo fece spezzare.
Poi, non bisogna dimenticare chi ci ricorda, ogni anno, quale sangue è finto e quale è vero: è vero il sangue di chi muore a New York, è finto il sangue di chi fu portato a Estadio Chile - quel sangue non rese sacro il terreno dello stadio, così migliaia di giovani poterono calpestarlo per ascoltare il s. subito elogiare Pinochet.

Beh, per me il sangue è tutto vero, e cerco di non dimenticarne nessuno.

mercoledì 9 settembre 2009

amami!

Sembra che ci diciamo l'un l'altro: "amami!", e in realtà ci stiamo dicendo: "sopportami! sii la sentina del peggio di me stesso! risarciscimi di tutto quel che non ho avuto, e lascia che prenda su di te vendetta di ogni male che mi è stato fatto".
E il bello è che promettendo amore promettiamo esattamente questo: di accettare ogni immondizia, ogni lordura dell'altro, essere quello, l'unico, a cui queste cose si possono mostrare, che anzi queste cose deve accettare e deve, e non può, redimere.
Quanta lordura sei disposto ad accogliere sarà la misura del tuo amore. E prometterai, prometterai, un risarcimento impossibile, e che non avrà mai fine. Che non avrà mai fine perché è un risarcimento impossibile - eppure, se sarai amato, resterai sempre la cifra, il simbolo mai riunificato di questo risarcimento impossibile: e l'altro ti odierà, perché non mantieni la promessa, e ti amerà, perché hai in te quella promessa.

martedì 8 settembre 2009

Bontà

Non mi è mai interessato essere buona, e non voglio esserlo; cerco, per quanto posso di essere giusta. Nella bontà c'è un di più, qualcosa di cui, prima o poi, in qualche modo, il buono chiede inevitabilmente il conto.

venerdì 4 settembre 2009

Storie di Lai-tu

Me-ti disse a Lai-tu: Ti ho visto accendere il fuoco. Se non ti conoscessi, mi sarei certo offeso. Avevi l’aria di qualcuno che è costretto ad accendere il fuoco, e siccome ero presente soltanto io, dovevo supporre di essere io quello sfruttatore. Lei disse: Volevo scaldare la stanza il più presto possibile. Me-ti disse sorridendo: Quel che vo­levi, io lo so. Ma tu lo sai? Tu volevi che io, il tuo ospite, me ne stessi a mio agio, al calduccio; si doveva fare alla svelta, perché si potesse cominciare a conversare; io dove­vo amarti; il legno doveva cominciare a bruciare; l’acqua del tè doveva bollire. Ma di tutto questo riusci appunto so­lo il fuoco. L’attimo andò perduto. Si fece alla svelta, ma la conversazione dovette aspettare; l’acqua del tè bollì, ma il tè non fu pronto; ogni cosa fu fatta per l’altra, ma nes­suna per se stessa. E quante cose si sarebbero potute e­sprimere nell’accendere il fuoco! Vi è dentro un antico co­stume, l’ospitalità è qualche cosa di bello. I gesti con cui la bella legna viene accesa possono essere belli e suscitare amore; l’attimo può essere sfruttato, e non ritorna. Un pittore che avesse voluto dipingerti mentre accendevi il fuoco al tuo maestro avrebbe avuto ben poco da dipinge­re. Non c’era gioia in questo modo di accendere il fuoco, era solo schiavitù.

Bertolt Brecht, Me-Ti, Libro delle svolte

martedì 25 agosto 2009

Il capitalismo preso sul serio, seconda puntata

"Certo che il capitalismo è depauperamento: ma è il suo effetto - la sua esternalità, direbbe Galtung -, non la sua ideologia. Come ideologia, il capitalismo promette l'incremento costante dei beni, l'abbondanza senza limite, una fertilità quai magica; e come comportamento, il capitalismo richiede e impone il consumo senza limite. E' questo consumo, che appartiene per essenza al capitalismo, che produce la spoliazione. E non c'è modo di combattere il capitalismo senza intaccare questo mito del consumo e dell'incremento. Anche, se non soprattutto per questo hanno fallito i regimi comunisti. Inseguivano anch'essi il mito del progresso, dell'incremento, della crescita continua."

Il fatto è che se ci limitiamo a dare il nome di "capitalismo" a quello che non ci piace, all' 'o malamente della nostra commedia, è un conto, ma se vogliamo usare il concetto per capirci qualcosa il capitalismo non è un'ideologia, non è la società dei consumi, e non è l'american way of life. Se vogliamo usare il concetto per capirci qualcosa, e io credo che sia utile farlo, il capitalismo è un modo di produzione, la cui essenza è la produzione finalizzata a riprodurre il capitale stesso, quindi la produzione di valore di scambio e non di valore d'uso.
La produzione per l'uso, la produzione di beni o di cibo fatto per essere usati o consumati, ha un limite nel bisogno, che non è infinito. La produzione per la vendita invece non ha limite - e qui hai in parte ragione: la mancanza di limite, la tendenza a trasformare in merce di ogni singola molecola del pianeta è effettivamente propria del capitalismo.
Ma si tratta di incremento costante della produzione di merci, non di beni.
La sottile differenza fra queste due cose, bene e merce, uso e vendita, è quella che fa sì che depauperamento e spoliazione non siano semplici esternalità.
Quella che il capitalismo abolisce, spazza via dovunque arrivi, insieme alle forme di legame sociale preesistenti (belle o brutte che siano) è il modo in cui la popolazione produceva ciò di cui aveva bisogno. Il depauperamento è che ciascuno e ogni cosa devono essere asserviti alla produzione di tipo capitalistico - è che le coste siano riempite di alberghi, spazzando via vegetazione e pescatori, è la distruzione delle foreste, è lo stesso processo che fa estinguere le specie animali, non perché ci siano i cattivi cacciatori, ma perché, nel senso letterale della parola, il capitalismo toglie il terreno sotto i piedi alle diverse forme di vita animali così come per quelle umane. C'era un bellissimo film, "un incendio visto da lontano", che descriveva molto bene quello che cerco di dire.
E rispetto a questo, Amartya Sen spiega come le carestie non siano un problema di produzione, ma di capacità di acquisto; Vandana Shiva descrive i meccanismi dell'espropriazione odierni, Marx quelli che distrussero l'artigianato e la piccola proprietà ai tempi della "cosiddetta accumulazione originaria"; e infine, Herbert A. Simon mostra che la concorrenza è una fola, e che tutti e sempre di più lavoriamo direttamente o indirettamente per colossi economici su cui non abbiamo alcun controllo.
Non è questione di ideologia, insomma: se la promessa dell'abbondanza avesse qualche fondamento, se il capitalismo fosse tale da riuscire presto o tardi a soddisfare almeno i bisogni elementari di tutta l'umanità, non avremmo alcun diritto di protestare, se non su questioni marginali - anche il problema dell'esaurimento delle risorse naturali, ovvia! è transitorio, basta produrre (e soprattutto vendere) lampadine a basso consumo, motori più efficienti, tutto quel che vuoi.
Ma il fatto è che non è vero, il fatto è che è esattamente il capitalismo a creare fame e miseria in una parte del mondo, così come produce consumatori in questa parte, e le crea sottraendo risorse e possibilità alla produzione per il bisogno, che può essere in equilibrio, a favore di una produzione infinita e sganciata dal bisogno.

Infine, rispetto ai regimi comunisti, sbagli: ai tempi in cui c'era una contrapposizione, quella si chiamava "economia pianificata", questa "economia di mercato". Il tentativo era esattamente quello di organizzare una produzione indirizzata ai bisogni della comunità, e non allo scambio. C'era il mito del progresso, sì, ma è un'altra cosa. Il problema, lì, non era il mito della crescita, bensì: chi decide quali sono i bisogni?

Ed è questo il più importante degli interrogativi a cui dobbiamo rispondere: come si decide, collettivamente, quali sono i bisogni?
Ascoltare Leonard Cohen è un bisogno? Viaggiare è un bisogno? Bere più latte è un bisogno?
Che qualcuno sia deputato a decidere quali sono i veri bisogni è, per quanto mi riguarda, la peggiore delle forme di potere.
Io, per me, posso scegliere l'ascesi, il digiuno, tutto quel che vuoi, ma non ho diritto di sceglierle per gli altri - o tutto quello che per me ha un valore va a farsi benedire.

Il problema allora è: quali sono le alternative?
Perché il mito dell'economia di mercato, la sua ideologia, da questo punto di vista è potente, la sua promessa è la libertà: ciascuno decide quali sono i suoi bisogni, il prezzo di una cosa è quello che a cui i venditori sono disposti a vendere e i compratori sono disposti a pagare, il costo di una cosa si misura in opportunità, possibilità alternative a cui chi la sceglie rinuncia, il prezzo si definisce come costo-opportunità. E'una promessa falsa, perché funziona soltanto se i rapporti di forza fra compratori e venditori sono alla pari, ed è appunto questo che viene scardinato dal capitale, che sta semplicemente su una scala diversa.
Ma sto divagando ...

venerdì 21 agosto 2009

Il capitalismo preso sul serio

Leggo, segnalato da un amico, un testo sulla pratica del digiuno "per lottare contro l’incorporazione della nutrizione nel modello dell’industria capitalistica" (da www.altraofficina.it), talmente sbagliato, da qualunque parte lo si rigiri, che credo sia bene pubblicare un piccolo promemoria sul capitalismo(e invitare amici e compagni a dare un'occhiata ai testi di Amartya Sen e Vandana Shiva, se non proprio di babbo Marx).
Profondamente sbagliato, perché il capitalismo non è pletora, sovrabbondanza, eccesso di consumi - andiamolo a raccontare ai miliardi di affamati che il capitalismo produce, che quel che non ce ne piace è l'eccesso.
Proprio al contrario, il capitalismo è depauperamento, espropriazione, trasformazione di ciò che serve per vivere in merce, del valore d'uso in valore di scambio, ed è per questo che produce la fame: la fame, per chi non può comprare in una parte del mondo, lo junk food e il fast food per chi non può comprare nell'altra parte del mondo (per chi non ha le risorse economiche, il tempo, la cultura, le forze per scegliere cibi sani e politicamente corretti).
E' la favola degli OGM: se davvero gli OGM potessero abolire la fame nel mondo, sarebbe vergognoso che noi protestassimo perché agli affamati viene dato cibo scadente. Ma gli OGM producono fame: producono espropriazione dei piccoli agricoltori, generano affamati che non possono produrre il proprio cibo (valore d'uso) e sono costretti a comprarlo (valore di scambio).
Allora, che significa che io, ben nutrito con cibi ecologici e ricercati, scelga di digiunare per non scordarmi la fame nel mondo, oltre a essere una sprezzatura nei confronti di chi digiuna non per sua scelta? Io posso permettermi la ricerca di un migliore equilibrio con il pianeta, perciò rinuncio alla carne anzi digiuno; e quindi? affamati, rinunciate all'eccesso che il capitalismo vi propone? non cedete alle sue lusinghe quando vi offre un piatto di riso non biologico?
Ma per favore!
Ripeto: il capitalismo non è eccesso, è espropriazione. Non produce squilibrio nel pianeta perché produce troppo, ma perché produce solo merci, senza alcuna relazione con l'utilità o la necessità di quel che è prodotto, e soprattutto compratori: gente che per vivere è obbligata a comprare tutto quel che gli serve, anche l'acqua (che un tempo era precisamente il miglior esempio di altissimo valore d'uso del tutto privo di valore di scambio). Il capitalismo è "pace a tutta la terra, e a chi non compra guerra".
Se lo combattiamo, è perché combattiamo il depauperamento, l'espropriazione del controllo sulle nostre vite e sui mezzi della loro riproduzione, dal cibo alla sessualità, e questa lotta, non per commiserazione ma per nostra necessità, la possiamo condurre soltanto insieme al resto del genere umano.

venerdì 14 agosto 2009

La banalità del male


More about La banalità del maleLa banalità del male è un grandissimo esempio, il migliore che io conosca, di neutralizzazione di un testo.
E' un libro, innanzitutto, che va letto - la sua neutralizzazione comincia dai lettori di controcopertine che riflettono sul fatto che, cara signora, i servitori del male oggi non sono che piccoli, grigi burocrati, in fin dei conti dei tecnici (si mormora d'altronde, lo sa, cara signora?, che la Arendt fosse l'amante di Heidegger, l'inventore della questione della tecnica) e finisce con i tanti, i tutti che parlano di banalità del male ogni volta che bisogna raccontare di un male che sta nelle piccole cose e non nelle grandi scelte in cui ne va della vita o della morte.

Beh, che il male concerne tanto le piccole che le grandi cose è un concetto importante, che è bene ripetere e tener presente, ma non è proprio una novità del XX secolo, e non è minimamente quello di cui si preoccupa la Arendt, che invece intorno al processo Eichmann si pone tutta una serie di questioni etiche, politiche e giuridiche - sul diritto internazionale, sul rifiuto della nozione di colpa collettiva, su cosa sia un popolo ... e, certo, anche sulla "strana interdipendenza tra mancanza d'idee e male" che faceva di Eichmann "un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo" per descrivere la quale sceglie l'espressione "banalità" (pp. 290-91).

Ma non è certo per questi interrogativi che il libro è stato neutralizzato.
E perché parlo di neutralizzazione? O non era un santino, la Arendt, uno dei maggiori pensatori liberali del XX secolo, e questo uno dei suoi libri più citati? O non sarà, la mia, una teoria del complotto?
E' la stessa Arendt, nell'appendice, a dirci che "il presente libro, ancor prima di essere pubblicato, ha scatenato un'aspra polemica ed è stato attaccato violentemente. Era logico che questa campagna organizzata, condotta con tutti i ben noti mezzi della propaganda e della manipolazione dell'opinione pubblica, fosse molto più efficace della polemica, sicché quest'ultima ha finito, se così si può dire, con l'annegare nel frastuono artificiale della prima" (p. 287), e a raccontarci che le polemiche partirono dalla questione della condotta degli Ebrei negli anni della soluzione finale, che lei giudica "goffa e crudele", e finirono col dire che quel che aveva scritto l'aveva scritto per "odio di se stessa" in quanto ebrea (pp. 287 ss.).

Ma cosa aveva scritto di così terribile?

Aveva scritto che le deportazioni non erano ineluttabili, e non andarono nello stesso modo in ogni paese. Che dove ci fu chi si oppose, come in Bulgaria, non fu possibile realizzarle: "non un solo ebreo bulgaro era stato deportato o era morto di morte non naturale quando, nell'agosto del 1944, avvicinandosi l'Armata Rossa, le leggi antiebraiche furono revocate" (p. 194).

Aveva scritto, con durezza, del ruolo dei Consigli ebraici: "la verità era che se il popolo ebraico fosse stato realmente disorganizzato e senza capi, dappertutto ci sarebbe stato caos e disperazione, ma le vittime non sarebbero state quasi sei milioni" (p. 132).

Ma soprattutto - cosa grave - aveva contestato con circostanziata lucidità il valore spettacolare del processo e la lezione che con esso Ben Gurion voleva impartire.
Aveva, cioè, contestato l'identificazione fra l'ebraismo e Israele propria anche di tanti cretini di oggi, che sono persino convinti, attaccando l'ebraismo in quanto tale, di esprimere la propria solidarietà ai palestinesi.

E qui, finalmente, copio i passi del primo capitolo che mi interessava condividere, e dai quali è partita tutta questa riflessione.
Ed ora, per quanto schivi e compresi del loro dovere, i giudici erano lì, seduti alla loro cattedra, di fronte al pubblico come in un teatro. Il pubblico doveva rappresentare il mondo intero. (...) Dovevano assistere a uno spettacolo non meno sensazionale del processo di Norimberga; solo che questa volta il tema centrale sarebbe stato "la tragedia del popolo ebraico nel suo complesso". Se infatti ad Eichmann "contesteremo anche crimini contro non ebrei" ciò avverrà non tanto perché li ha commessi, quanto "perché non facciamo distinzioni etniche". Frase davvero singolare, in bocca a un Pubblico ministero (...). Hausner riteneva veramente che a Norimberga ci si sarebbe occupati di più del destino degli ebrei se Eichmann fosse stato presente? E' difficile crederlo. Come quasi tutti in Israele, così anche Hausner pensava che soltanto un tribunale ebraico potesse render giustizia agli ebrei, e che toccasse agli ebrei giudicare i loro nemici. Di qui il fatto che in Israele nessuno voleva sentir parlare di un tribunale internazionale, perché questo avrebbe giudicato Eichmann non per "crimini contro il popolo ebraico" ma per "crimini contro l'umanità commessi sul corpo del popolo ebraico". Di qui la strana vanteria:"noi non facciamo distinzioni etniche", vanteria che ci apparirà meno singolare se si pensa che in Israele la legge rabbinica regola la vita privata dei cittadini, col risultato che un ebreo non può sposare un non ebreo; i matrimoni contratti all'estero sono riconosciuti, ma i figli nati dai matrimoni misti sono, per legge, bastardi (pp. 14-15).

Se il pubblico al processo doveva essere il mondo, e se il dramma doveva essere un vasto panorama delle sofferenze ebraiche, le aspettative e le intenzioni andarono deluse. (...) Fu proprio l'aspetto drammatico del processo a crollare sotto il peso delle orripilanti atrocità. Un processo assomiglia a un dramma in quanto che dal principio alla fine si occupa del protagonista, non della vittima. Molto più di un processo ordinario, un processo spettacolare ha bisogno che si delimiti bene che cosa è stato commesso e come è stato commesso. Al centro di un processo ci può essere soltanto colui che ha compiuto una determinata azione. (pp. 16-17)

Così il processo non divenne mai un dramma; tuttavia lo spettacolo che Ben Gurion aveva in mente ci fu, o meglio il complesso di "lezioni" che egli pensava di dover impartire agli ebrei e ai gentili, agli israeliani e agli arabi e insomma, a tutto il mondo. (...) Secondo le parole di Ben Gurion: "Noi vogliamo che le nazioni di tutto il mondo sappiano... e si vergognino", Gli ebrei della diaspora dovevano invece ricordare come l'ebraismo, "con i suoi quattromila anni di storia, con le sue creazioni spirituali, i suoi programmi etici e le sue aspirazioni messianiche," avesse sempre dovuto fronteggiare "un mondo ostile"; come gli ebrei avessero tralignato finché erano andati a morte come pecore; e infine, come soltanto la fondazione di uno Stato ebraico avesse loro permesso di rispondere a chi li attaccava" (p. 18).

giovedì 6 agosto 2009

la corrente

Racconto a mia figlia storie di reincarnazione, perché abbia qualcosa per pensare la morte e, spero, non la tema. E non temo la morte per me.
Ma quello che non sono in grado di raccontarle è che qualunque spiegazione, interpretazione, qualunque cosa si pensi della morte non cambia il fatto che di chi è morto resta sempre l'assenza - restano sempre le cose che avresti potuto dire soltanto a lui, che avrebbe potuto rispondere soltanto lui, una casa in cui non potrai più entrare, un sapore e un odore che ora mancano.

Spinoza diceva che ciascuno esprime in modo certo e determinato l'essenza infinita di Dio, e che questo modo è vero, eterno (sentimus experimurque, nos aeternos esse), ed è addirittura l'oggetto dell'unica conoscenza vera. Diceva Spinoza.

Io, per me, so che sono questo sapore e questo odore che vanno irrimediabilmente perduti quando muore qualcuno; e allora possiamo consolarci immaginando quel qualcuno in un altro luogo, rintracciandone i frammenti fra le persone che gli furono amiche, cercarlo magari, se ne ha lasciati, nei suoi scritti (i morti rispondono su facebook? si chiedeva una volta uno che mi è molto caro). Ma nulla di tutto questo ci riporta quel sapore e quell'odore - il sapore e l'odore si avvertono soltanto nella presenza, qui ed ora. I morti non rispondono su facebook, non avrò più risposte da loro - essere morti vuol dire non poter più rispondere o cambiare, vuol dire che quel sapore e quell'odore, qui ed ora, sono perduti irrimediabilmente. L'assurdo, Camus perdonami, non è "Dio bara, e il mondo con lui", è il fatto che quel sapore e quell'odore, e quella corrispondenza, non si trovino più da nessuna parte (e se dovessi pensare che non ci sono più perché mi sono stati tolti, fosse pure per rapirli in cielo, non ci sarebbe nessuna possibile giustificazione per questo).

Per cui, io non credo che la morte depositi in alcun dove la vita che hai vissuto.
O forse sì: la deposita nella corrente, dove anche tu la depositi ogni giorno, e dove rimangono frammenti e pietre preziose che altri, magari con meraviglia, gratitudine, e sensazione di aver reincontrato un amico, scopriranno prima o poi dentro di sè.

(didonai gar allelois).

lontananza

L’opera d’arte nulla può mutare e nulla rimediare; una volta ch’esiste, di fronte agli uomini sta come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata (come una fontana), dunque, se così la si vuol chiamare, impartecipe.
Rilke, lettere a una giovane signora

"é": "una volta ch’esiste, di fronte agli uomini sta come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata (come una fontana)"
ci sono molte parole che mi accompagnano. Perché siano rimaste con me, perché le abbia volute con me, non sempre mi è chiaro. In comune, forse, hanno una densità, un intensione ... non sempre lo so, e non sempre è bene saperlo o raccontarlo.
E il desiderio, la nostalgia ... è così grande la differenza? è mai stato davvero, ciò ch'è stato? è stato dico, tanto da riempire il desiderio, sormontare la lontananza? cambia moltissimo per noi, certo - la pienezza divina dell'amore appagato, e non solo immaginato. Ma è un istante: poi la lontananza, la nostalgia, ci tornano accanto, e sono con noi anche in presenza dell'amato.

giovedì 16 luglio 2009

Sguardi

Maggio 1988, un pranzo domenicale sul terrazzo a casa di mia madre (autrice della foto), soltanto lei, Girolamo e io. Qualche momento di noia, in verità, mentre mia madre e il mio moroso si dimostravano reciprocamente il proprio esprit discutendo di Kant, Girard, Schmitt.

Ma no emportaba nada: ero immersa, e nel pieno possesso, di "ciò che solum è mio, e ch'io nacqui per lui" (è perfetto che la frase sia dell'acutissimo Machiavelli),
ed è per questo che questa foto mi descrive più di ogni altra.

Insieme a una di quando ero bambina: cercavo di fare l'enigmatico sorriso della Gioconda, e invece venne fuori il mio volto combattivo e intransigente, quello che interroga e non fa sconti a nessuno - lo sguardo della pantera.

Il volto che è soltanto nascosto dal gentile scetticismo di oggi, quello che fa sconti a tutti perché tanto non c'è nessuno che valga la pena.
Enrico Forni, che di quel ritrovato "ciò che solum è mio" era la guida e il catalizzatore, morì il 15 novembre di quello stesso anno, e io affrontai questo fatto nel modo che credevo fosse normale e decente: a testa bassa, fino alle estreme conseguenze, senza sconti. Scoprendo che non era tanto normale: sono tutto sommato normali la filosofia, o cose simili, non lo è affrontare le cose che devono essere affrontate con ogni mezzo necessario e fin dove ce la fai. O più probabilmente è normale, ma ciascuno a suo tempo e a suo modo, e in ogni caso da soli.

Per cui, sono passati più di vent'anni, non conosco nessuno che regga lo sguardo di quando ero bambina, e il mio sguardo di oggi è stanco come ha da essere lo sguardo della pantera. Ma mi piace ricordarmi così.

sabato 4 luglio 2009

Presenza

Tutto comincia con un sì e con un no: col dire sì, o no, a quello che incontriamo. E' essenziale, è animale: questa cosa che mi viene incontro, posso usarla, o è una minaccia, posso mangiarla, o può mangiarmi?
Gehlen diceva che tutto il lavoro del divenire umano è ritagliare nella messe infinita di sensazioni che assalgono il neonato dei contorni di senso - che gli permettono di vedere le cose grazie al fatto che limitano la vista, tagliano via le infinite sensazioni di cui è fatto il carezzare l'erba con la mano e la trasformano nel concetto "carezzare l'erba con la mano".
Anche giudicare fa parte di questo tagliar via. Fa sentire bene, fa sentire che c'è un ordine nel mondo - e tu sei l'ordinatore, tu lo sai e lo fai, l'ordine, il tagliar via, la separazione del bene e del male in nome di dio, sei Adamo che dà un nome alle cose. Fa sentire bene, e rassicura: la minaccia è sotto controllo, la conosci, e conosci il male. E il male è fuori, è il resto che può essere torturato.

E' la maledizione.
Che il sano sia non avere problemi è una fantasia cristiana. Sano è essere capace di mangiare quel che hai in bocca. Non: un buono e un cattivo, il buono che deve essere salvato, il cattivo che deve soffrire. In questo modo torturiamo tutto il resto perché non appartiene al dio buono. Creiamo un confine: dentro, il dio buono, fuori, tutto ciò che dev'essere torturato. Tutto quello che ti si avvicina viene giudicato. Tutte le tue decisioni sono prese su questa base, invece di entrare nel profondo rispetto di tutte le tue relazioni (Guru Dev Singh, Milano, 24 maggio 2009).

La presenza è il profondo rispetto di tutte le tue relazioni.
Non: Il Male, ma questo essere qui con cui sono in relazione ora, su cui le mie azioni hanno delle conseguenze, e le cui azioni hanno conseguenze per me.
Non: La Sofferenza del Mondo, ma questa sofferenza qui che le mie azioni possono alleviare, inasprire, o magari non possono proprio niente.

Il Male e il Bene non sono che un altro modo di essere altrove.

mercoledì 1 luglio 2009

Quel che Euridice capì

"Addio!" aveva dovuto gridargli dietro, "Addio!", sentendosi la verga d'oro di Ermete picchiare piano sopra la spalla. E così, risucchiata dal buio, lo aveva visto allontanarsi verso la fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo ... Ma non sì da non sorprenderlo, in quell'istante di strazio, nel gesto di correre con dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con entusiasmo professionale (...) La barca era tornata ad andare, già l'attracco s'intravedeva fra fiocchi laschi e sporchi di brina. Le anime stavano zitte, appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s'udiva altro rumore che il colpo uguale e solenne dei remi nell' acqua. Allora Euridice si sentì d'un tratto sciogliere quell'ingorgo nel petto, e trionfalmente, dolorosamente capì.(Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice, in L'uomo invaso, Bompiani 2007)

questo racconto, al tempo in cui la morte mi era venuta incontro e io l’affrontavo come compito con tutta la pervicacia, l’onestà e la durezza di cui sono capace, fu per me inaccettabile.
Meglio, certo, le parole di Rilke su Euridice (“ella era piena della grande morte/e così nuova da non più comprendere”). Così belle, da essere rassicuranti. Certo, i morti sono quell’essere in se stesso affaccendato, quella stessa cosa che nella bellezza ci chiama e insieme ci fa sentire e ci ricorda un’insormontabile lontananza … la cosa importante per Rilke (e anche per me).

Ma in quello che Euridice capì c’è altro – molto di più di quello che Bufalino inavvertitamente spiega e riduce a conclusione del racconto. C’è un rischio, un’accusa.
Un'accusa inaccettabile da ascoltare, e che quindi va ascoltata.

Cosa ce ne facciamo dei morti?
C’è il rischio di innamorarci del fatto che non accettiamo alcuna assenza. Mi ribello, dunque sono. Sono qualcosa, sono definito da tutto ciò che non sono disposto a tollerare. Sono un Giusto, perché mi ribello all’Inaccettabile. Dico no al male del Mondo. E quello che io sono, la mia ribellione, diventano così importanti che questa morta che mi cammina alle spalle, Euridice, posso dimenticarmela - anche solo per un momento: ma un momento è già sufficiente a perdere tutto.
(Bisogna sempre stare molto attenti a come le persone si giustificano - si rendono giuste: si capisce molto di loro, in questo modo. E quelle che si giustificano così restano per me le migliori. Ma resta sempre, tuttavia, qualcosa di disonesto in questo, come in qualsiasi altro "io sono").

C'è, ci deve essere, una profonda indignazione di fronte alla morte dell'altro. Bisogna ribellarsi alla morte, all'annichilimento, o anche all'avvilimento dell'esistenza altrui: del suo divenire, delle sue metamorfosi, di quello che può essere e delle sue relazioni. La frase che fa di Elias Canetti il "mio" autore parla di questo:
Il diritto allo splendore, alla miseria, alla ricchezza e alla disperazione di ogni esperienza me lo sono conquistato ribellandomi alla morte.
Ma Canetti diceva anche, ed è proprio la cosa che non ha mai smesso di ripetere con forza: non appropriarsi dei morti, mai, in nessun modo. L'istante del sopravvivere, l'istante del potere, è quello in cui ti appropri del morto.

Ecco l'accusa di Bufalino: ci si può appropriare del morto anche ribellandosi alla morte, anche trasformando la perdita concreta, qui ed ora, della sua voce, il suo sapore e il suo odore, nel Male del mondo contro cui Io mi ribello.