mercoledì 30 settembre 2009

il migliore dei mondi possibili

e apertamente dedicai il cuore alla terra, grave e sofferente. E spesso, nella notte sacra, promisi d'amarla fedelmente, senza paura, col suo greve carico di fatalità. Così, mi avvinsi ad essa di un vincolo mortale (Holderlin, La morte di Empedocle, citato da Camus in exergo a l'uomo in rivolta)

La questione, per me, è in fondo piuttosto semplice, ed è come la mette Camus: l'uomo in rivolta si rivolta in nome di qualcosa, riconosce l'esistenza di un "se noi non siamo, io non sono" e per affermarlo è disposto ad andare anche all'inferno. Afferma una radicale solidarietà con l'essere, se ne proclama parte che non solo non può, ma non vuole e non deve chiamarsene fuori. Io non ho un altrove dove collocare il bene, nulla in nome di cui condannare la vita e il mondo.

Questo non vuol dire che non mi rivolti, o che non riconosca come tali il dolore, la sofferenza, il semplice disagio, o che io tolleri l'assenza degli scomparsi. Ma credo che sia più onesto stare con la sofferenza, quando e dove c'è, riconoscerla come tale, senza farne la cifra del mondo e senza condannare in suo nome tutto ciò della cui perdita, o mancanza, o distruzione io soffro. Ci sono alcune frasi che ho preso come imperativi per me, e una è "ci vuole forza d'amore, e coraggio" - ancora del retoricissimo Camus.

martedì 29 settembre 2009

Eli, Eli, lama sabachtani

Forse, chissà, lo sguardo feroce della belva occidentale cristiana viene proprio da questo: dall'immagine del Cristo in croce, e dalla redenzione - o dalla sua ricerca. Dal pensiero che esista una possibile redenzione del male, che l'infranto possa essere ricomposto. Che si possa assumere su di sé il male del mondo, come fece l'uomo che soffrì sulla croce. Che si possa, e si debba, imitare Cristo - non il Cristo re, ma proprio il Cristo uomo di "Eli, eli, lama sabachtani".

Chi assume su di sè la sofferenza dell'uomo in croce in qualche modo è già assolto, si è collocato dalla parte del dolore e della vittima, come dice Canetti - ma anche, e forse soprattutto, si colloca in un mondo dove esiste una remissione del peccato, dove c'è un dio a cui chiedere conto, ma anche espiazione e redenzione del male.

Un coraggioso stare nel mondo, allora, sarebbe proprio il contrario: non credere di poter assumere su di sé il male, non credere che esista una possibile redenzione, e rinunciare anche alla superstizione o al pensiero magico di avere un dio a cui chiedere conto o perdono. E al contrario assumere fino in fondo su di sè il peso di questo: che non c'è alcun modo di rimediare al male, una volta che è; che non c'è remissione, ma cause e conseguenze; che il pentimento o la penitenza aggiungono solo male al male, ma non redimono proprio nulla.
(nessun nume, o altro, ma soltanto un invidioso ...)

perfezione

Mia figlia che ride e salta sventolando il suo novello diploma da piccolo vigile del fuoco, o che strilla tuffandosi sotto i cavalloni. La guardo, e penso: vale la pena che al mondo ci sia la morte, per permettere di esistere a cose così.

E poi penso: perché un bambino che ride (non necessariamente mia figlia) mi dà un senso di felicità così assoluta? Credo che sia perché quando un bambino è felice vedo la sua assoluta perfezione qui ed ora, percepisco che un bambino è perfetto in ogni momento, è sempre esattamente quello che deve essere.

Di questa perfezione fa parte anche il cambiamento, certo, il fatto che Laura in questo stesso momento sta crescendo, e diventerà un'altra, e già non è più la tenera trottolina impacciata che non capiva esattamente cosa farsene del mare. Ma se penso a queste cose, o forse se do' peso a queste cose, smetto di vederla - di vedere quel che è nella sua completa perfezione di questo momento.

Penso, allora: se non avessimo i ricordi, in ogni momento saremmo interi e perfetti.

Laura stessa ricorda, e rimpiange quando era più piccola, e - temo - si preoccupa di non diventare abbastanza. Cerco di levarle queste idee, ma ovviamente non posso: il cammino per liberarsi dei ricordi, a quanto pare, è lungo e difficile.

sabato 26 settembre 2009

Religioni del lamento

Il volto della terra è segnato dalle religioni del lamento. Nel cristianesimo esse hanno raggiunto un tipo di validità generale. La muta che è loro veicolo ha solo breve durata. Cosa conferisce consistenza alle forme di fede da cui scaturisce il lamento? Cosa attribuisce loro continuità attraverso i millenni?
La leggenda sulla quale esse si formano narra di un uomo o di un Dio morto ingiustamente. E' sempre la storia di un inseguimento, si tratti di una caccia o di una persecuzione; può esservi collegato anche un processo ingiusto
(...)
La caccia o l'inseguimento sono narrati in tutti i particolari: si tratta di una storia precisa, nettamente personalizzata; sempre scorre il sangue, anche nella più umana delle Passioni: il Cristo stesso versa il suo sangue. (...) La caccia o la persecuzione, però, sono sempre intese dal punto di vista della vittima.
Al termine della caccia si forma una muta del lamento, il cui lamento possiede una nota particolare: il morto è stato ucciso per amore degli uomini che lo piangono. (...) I piangenti non accettano la sua morte, vogliono riaverlo in vita.
(...)
Perché un numero così grande di persone partecipa al lamento? In che cosa consiste la sua forza di attrazione? Che cosa offre agli uomini? In tutti coloro che vi partecipano si compie il medesimo processo: la muta di caccia o la muta dei persecutori si purifica trasformandosi in muta del lamento. Gli uomini hanno vissuto come inseguitori, e sempre più come inseguitori essi continuano a vivere. Essi cercano carne di altri, la straziano, e si nutrono del tormento delle creature deboli. Nei loro occhi si specchia lo sguardo straziante della vittima; l'ultimo grido, di cui si dilettano, si incide incancellabilmente nella loro anima. Forse la maggior parte di essi non si rende conto di nutrire insieme con il proprio corpo anche l'oscurità dentro di sé. Ma colpa e angoscia crescono inarrestabili in loro, senza lasciare speranza di redenzione. Così gli uomini si uniscono a chi muore per loro, e nel lamento su di lui si sentono essi stessi inseguiti e perseguitati. In quel momento, nonostante tutte le loro azioni passate, tutta la loro ferocia, essi si collocano dalla parte del dolore. E' uno scambio delle parti improvviso e di ampia portata, che li libera dall'accumulo di colpe delle uccisioni trascorse e dall'angoscia di essere essi stessi afferrati dalla morte. Un altro prende su di sé tutto ciò che essi fecero agli altri: seguendolo fedelmente e senza riserve, essi sperano di sfuggire alla vendetta.
Le religioni del lamento sono dunque indispensabili per l'equilibrio delle anime degli uomini, fin tanto che gli uomini non rinunciano all'uccidere in muta.


Elias Canetti, Massa e potere (Muta e religione: Religioni del lamento) Adelphi 1981, pp. 173 ss.
(corsivi dell'autore, grassetti miei).

Missione di pace

Ascolto


ti ascolto come ascolterei un pioppo
ti guardo attenta, e ti vengo a cercare
ogni giorno.

Seduta ai tuoi piedi, ascolto
ascolto come ascolterei la luce
ascolto con la pelle e con lo sguardo.

Sono, in quell'aria che da te respira
sono, in quell'ascoltare le tue foglie
guardandole dal basso, e in mezzo ai rami
il cielo.

martedì 22 settembre 2009

Dérèglement

" Quando parlo di religione secolarizzata penso soprattutto a Bonhoeffer. Il quale sosteneva che la secolarizzazione - che tanto spaventa Ratzinger e la chiesa post-conciliare - rappresenta un’occasione storica per il cristianesimo: l’occasione di liberarsi dalla religione e dal suo Dio tappabuchi per realizare pienamente la fede. La religione si alimenta della debolezza dell’uomo, cerca di rassicurarlo, anche apologeticamente si appoggia alla sofferenza, alla malattia, alla morte, per proporre le sue “ipotesi di lavoro”. La fede fa a meno della rassicurazione, crede in un Cristo crocifisso e debole, che non può aiutare, che condivide la sofferenza, ma non salva dal male. Questa è la fede cristiana in quella che Bonhoeffer considera l’ “erà adulta” del mondo - ed è una fede che sono portato ad accostare all’idea assolutamente laica, ed altissima, della persuasione di Carlo Michelstaedter, quel coraggioso stare nel mondo senza più appoggi, rassicurazioni, consolazioni.
Penso che ci sia un viaggio da compiere, un viaggio difficile, anche doloroso: il viaggio oltre sé stessi. Rendersi la vita impossibile, e provare così tuttavia a vivere, può essere un buon modo di intraprendere questo viaggio - o forse anche, sì, par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens. Invertendo i termini di Bonhoeffer, chiamo ciò religione - perché lega il sé a qualcos’altro, fino a schiantarlo in esso -, mentre la fede mi sembra lusinga dell’io, un additivo che, volendo preservare la vita, la corrompe.
Certo, mi rendo conto di semplificare. La fede non ha solo un messaggio per l’individuo, ma è anche costruttrice di collettività, e possono essere collettività feroci o compassionevoli, barbariche o raffinate. C’è, come dici, “quello che fa alle persone”. Il mio rifiuto del cattolicesimo è prevalentemente un rifiuto estetico. E’ il rifiuto di una religione degli occhi torti al cielo, delle spade nel cuore, delle processioni dolenti, dei canti deprimenti, dell’esteriorità ostentata fino al ridicolo. Etico, poi. Duemila anni di cristianesimo non sono riusciti ad ammansire la belva occidentale, che ha ancora lo sguardo feroce - e quando prova a dire parole dolci la sua voce suona terribilmente falsa, affettata. Duemila e cinquecento anni di buddhismo hanno lasciato invece sul viso della gente quel “sorriso doloroso e delicatissimo” di cui parla Pietro Citati a proposito di un portiere dello Sri Lanka in un suo memorabile articolo:*

A nessuno, neppure al più odioso inquilino, nega il proprio sorriso. Non è mai servile. Dal suo uomo-dio, e dagli innumerevoli Bodhisattva, che hanno passeggiato in Oriente, ha appreso che la virtù suprema è la compassione – questo cuore della gentilezza. Con la compassione si placano le anime, si risolvono le difficoltà, si diffonde la quiete, si rallegrano i cuori, si permette all’universo di procedere in una nube di incenso e di miele. L’anno scorso ha innalzato nel nostro portone un piccolo albero di Natale, con tutte le candele, le luci e i piccoli doni: una specie di ex-voto agli dèi cattolici della casa e della città. L’albero era stento, storto e goffo. Allora lui si è scusato col suo grande sorriso doloroso, e ci ha detto: “Scusatemi, io non so farlo bene, sono buddhista”. Mai albero di Natale – non certo quelli immensi innalzati negli Stati Uniti o in piazza San Pietro – ha fatto tanto per la quiete dei nostri cuori.


Probabilmente non sarebbe stata possibile questa impresa - imprimere quel sorriso sul volto di milioni di persone - senza i racconti, le immagini, i suoni di cui parli. Sono consapevole della forza del fantastico, delle numerose vie attraverso le quali una religione giunge a parlare ad un popolo. Ma so anche che esso ha molti rischi. Il principale è, appunto, quella della riduzione della religione a strumento di consolazione, la fine del viaggio oltre sé stessi. Ciò avviene anche nel buddhismo. Scrive ad esempio Melford E. Spiro a proposito del buddhismo theravada birmano (ma le sue osservazioni valgono in generale per i paesi di tradizione theravada):

Tipicamente, invece che a rinunciare al desiderio (e al mondo), i buddhisti aspirano ad una futura esistenza mondana in cui tale desiderio possa trovare soddisfazione. Al contrario del buddhismo nirvanico, che afferma che la frustrazione è una caratteristica dell’esistenza samsarica, essi considerano la loro sofferenza uno stato temporaneo, il risultato della loro posizione attuale nel samsara. Ma vi sono altre forme di esistenza samsarica che producono grande piacere, e che loro sperano di raggiungere.**


A livello popolare, il buddhismo theravada non è dunque troppo diverso dal cattolicesimo: entrambi promettono una seconda vita felice, se ci si comporta in un certo modo in questa.
La religione di cui parlo sfugge a queste riduzioni, anche perché non si lascia toccare dal fantastico e dalla narrazione. Mi affascinano le grandi raffigurazioni dei templi, i miti, le storie sacre, ma più di tutto amo la sublime castità di linguaggio dei mistici, che costeggia il silenzio - e l’indicibile.

* Grazie a Ludò.
** M. E. Sapiro, Buddhism and society. A great tradition and its burmese vicissitudes, University of California, Berkeley-Los Angeles 1982, p. 67."
"Antonio Vigilante

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Hai pensato a me, quest'oggi?

Avevo bisogno di questi anni? Avevo bisogno di torturarmi così?
Non è stato come entrare in clausura: in clausura si entra per far pulizia, per eliminare il superfluo; ma io, al contrario, ho accumulato un eccesso. Mi sono messa, e lasciata mettere, in una condizione che mi costringe ad essere sempre in altro, fuori da me stessa.
E sì, c'era senz'altro il bisogno di tacere, il senso che dentro me stessa non ci fosse più nulla - nulla di abbastanza forte per essere, o qualcosa che per essere doveva accumularsi in silenzio. In silenzio, e in mezzo al rumore: qualcosa che doveva poter convivere col rumore e riuscire a crescere nonostante tutto (come i bambini himalayani battezzati nei torrenti gelati).
Così, mi sono cercata questa casa aperta ai quattro venti, dove l'aria, le richieste e il rumore spazzano via i pensieri, e devi stringerli e ancorarli con tutte le tue forze mentre agisci, fai le innumerevoli e inutili cose che ci sono da fare, e rispondi a domande tanto urgenti quanto vuote.
E penso spesso a quella storia che lessi da bambina, dell'uomo pio a cui Allah chiese di portare a spasso per l'intera giornata un vaso pieno d'acqua fino all'orlo, e alla fine della giornata gli chiese: hai pensato a me, quest'oggi?

domenica 20 settembre 2009

l'angelo tremendo

Io credo che tu troppo nettamente distingua ciò che è religione e ciò che non lo è. In ciò a cui diamo o un tempo davamo il nome di Dio, o nell’esperienza religiosa, c’è anche molto altro, e questo molto altro non sono tutte incrostazioni di autoaffermazione - e lo sai perfettamente anche tu: c’è l’amore, innanzitutto, ogni genere di amore (come dice Bergman); ci sono la pienezza e la lode, la gratitudine per i passeri arruffati che ti si posano sul davanzale; c’è l’esperienza di essere parte del tutto, non veramente distinto dagli altri esseri e dalle altre cose - eppure diverso; c’è la compassione, come naturale conseguenza del vivere e soffrire quello che vivono e soffrono le altre parti del tutto.
C’è tutto questo, e anche la mancanza: l’irraggiungibile lontananza di ciò che suscita amore in noi, la tensione, la nostalgia, il bisogno senza oggetto. C’è la forza imperiosa che ci aggioga al difficile …
E poi c’è il disagio, il dolore, la ribellione - e magari anche il bisogno, se vuoi, di qualcuno a cui chiedere conto del male e della morte.

Ci sono tutte queste cose, io credo, e di sicuro anche tante altre a cui non ho pensato. Tutto questo può essere detto, raccontato, in molti modi. Anzi, non può essere detto che in molti modi diversi, con molti diversi argomenti, racconti, immagini, suoni (e di conseguenza io non disprezzo la propensione al fantastico, e anzi trovo che qui a volte i racconti non siano meno razionali dei testi filosofici, e viceversa).

Allora, forse quello che conta è cosa puoi dire o non dire in un certo modo, o a partire da certe premesse; che contesto viene creato da un certo discorso religioso, e quali sono le sue conseguenze - comprese le conseguenze etiche e quello che esso fa alle persone.

Infine, non capisco cosa intendi per religione secolarizzata (ed è un’espressione che non mi entusiasma) ma come puoi immaginare per me la più razionale delle religioni è lo spinozismo. Eppure: nella totale immanenza del dio di Spinoza, già tutto presente e che si esprime in ciascun singolo essere, non è possibile parlare della mancanza e della nostalgia (c’è, in fondo, un ottimismo non dissimile da quello che Capitini imputava al fascismo). Così Spinoza esprime in un discorso estremamente razionale la comunanza del tutto, la presenza di dio in interiore homine, e la forza creativa che è in tutto questo. Eppure non basta, o non basta a me: non mi aiuta a trovare i concetti, le parole, foss’anche le immagini per dire e comprendere il resto.

venerdì 18 settembre 2009

De amore Dei

Quare hoc aeternum foedus Dei cognitionis, et amoris universale est
Spinoza, Trattato teologico politico

"perché questo patto eterno, della conoscenza e dell'amore di dio, è universale": c'è tutto Spinoza, in questa frase: dio è conoscibile, non è trascendente e separato dalla realtà terrestre, ma anzi è quanto di più comune vi sia.
Dio è ciò che tutte le cose hanno in comune, è per questo che è perfettamente conoscibile. Ciò che tutte le cose hanno in comune è la spinta espressiva, la tensione a essere e a creare, e a unirsi in questa creazione, che chiamiamo amore. Quindi l'amore di dio, e di tutti gli infiniti modi in cui dio si esprime, è un patto universale.
E naturalmente c'è della polemica in questo, contro il Dio degli eserciti, re e legislatore, che stringe con un singolo popolo un patto che può essere reso universale solo con la guerra e la conquista, solo vincendo contro gli altri dei, solo se i singoli, e i popoli, si sottometteranno alla sua legge. Questo patto, e questa legge, infatti non sono legge naturale e universale, ma comando, e possono farsi cattolici, universali, solo con la sottomissione di tutti a questo comando.

Quando noi di tradizione cristiana parliamo di dio, spontaneamente ci immaginiamo di sapere che cos'è il dio di cui stiamo parlando, sia che siamo disposti a credere alla sua esistenza e a sottometterci al suo comando oppure no: dio è il dio del monoteismo, ebraico, cristiano o islamico che sia.

Invece c'è una frattura nella storia, e il dio trascendente dei monoteismi non è scontato e non è l'unico dio possibile.
Al contrario (lo mostrò Pettazzoni, gloria locale sul quale si fa un convegno la prossima settimana, anche se uno che firmò il Manifesto della razza io non avrei tanto voglia di celebrarlo), il dio dei monoteismi è il risultato di una guerra, contro il politeismo e anche contro il dio di cui parlavano Platone o gli Stoici. Con la differenza che gli dei del politeismo sopravvivono solo in forma di favole e miti, mentre il discorso sul dio dei filosofi si è così inestricabilmente frammischiato con quello sul dio degli eserciti che non riusciamo più a cogliere la differenza.

mercoledì 16 settembre 2009

le religioni come discorsi

mi dici che è incredibile quanto contino in Birmania le superstizioni: mi piacerebbe capire meglio cosa intendi per superstizione – noto che parli di superstizione anche a proposito del Dhammapada, rispetto alle punizioni che attendono il peccatore.
Forse, e sottolineo forse (prendilo come un appunto per un’ipotesi), dovremmo pensare non che esistano delle “religioni”, ma piuttosto dei “discorsi religiosi”: discorsi, modi di espressione, codici all’interno dei quali gli uomini raccontano a se stessi e agli altri, esprimono, comunicano tra loro e condividono la propria religione.
Avendo chiaro che il modo in cui ti racconti una cosa è determinante per la cosa stessa, ma non è la cosa stessa, e avendo chiaro anche che la cosa interiore, “quella cosa lì” a cui fa riferimento il discorso religioso è talmente importante, talmente carica dal punto di vista affettivo, da essere inestricabilmente legata in ciascuno a una serie di altre pulsioni, aspettative, desideri, rappresentazioni che confondono terribilmente le acque, tanto che è difficile stabilire il confine.

Se è così, le superstizioni non possono essere espunte da un discorso religioso, che è – anche – il modo in cui una comunità di parlanti si racconta la propria realtà. Per esempio in “Denti bianchi”, di Zadie Smith, c’è una descrizione magistrale di come la fede in Geova possa diventare il discorso in cui esprimere il proprio desiderio di essere gli unici salvi, e che tutti gli altri siano puniti e maledetti.

Non sto dicendo che i “discorsi religiosi” sono tutti uguali, anzi credo che il discorso (o racconto) che usi sia determinante per la cosa che esprimi - che abbia, diciamo, una radice fondamentale e specifica che lo distingue dagli altri. Così, le religioni dell’antico testamento si prestano straordinariamente a incoraggiare il rancore, il buddhismo molto meno. Ma se la religione è discorso comune che esprime anche le pulsioni e rappresentazioni che in ciascuna persona sono legate a “quella cosa lì” che per lei è religione, il discorso comune va ascoltato nella sua interezza, semmai cercando di vedere in che misura la radice fondamentale della compassione buddhista riesce a orientare, ridurre, forse guarire le superstizioni e le malattie dell’anima che esse esprimono.

l'angelo necessario
Ho riflettuto molto, in questi giorni, sul buddhismo. Come saprai, nel caso del buddhadharma non c’è una ortodossia da difendere: ciò ha consentito la diffusione di diverse forme di buddhismo, dal theravada allo zen, che hanno forse più elementi di differenza che punti in comune. Gli stessi maestri che hanno diffuso il buddhismno in occidente hanno incoraggiato la nascita di un buddhismo “occidentale”, che però è ancora di là da venire. Il buddhismo mi sembra la più razionale delle religioni. E tuttavia non è interamente razionale. Due aspetti mi sembrano razionalmente insostenibili: il kamma e la rinascita. Il kamma perché, se è vero che in questa vita è probabile che un’azione negativa causi effetti negativi sull’agente, è tutt’altro che dimostrabile che questi effetti vadano oltre la morte; la rinascita, perché è estremamente difficile sostenerla senza affermare l’esistenza dell’anima, come il buddhismo fa. Un buddhismo occidentale dovrebbe rinunciare a questi due elementi: solo così potrebbe proporsi come religione totalmente secolarizzata.
Il kamma e la rinascita sono gli aspetti irrazionali del buddhadhamma. Ma non sono ancora superstizione. Perché vi sia superstizione occorono due cose: una certa propensione al fantastico e l’interesse egoistico. Se io penso che rinascerò, e questo pensiero non mi dà gioia, ma anzi mi preoccupa - come è nello spirito del buddhismo -, io non sono ancora nella superstizione. Se, al contrario, io penso alla rinascita con speranza e gioia, e mi convinco che compiere alcune pratiche religiose - ad esempio dare soldi ad una padoga - potrà aiutarmi a rinascere ricco, sono in piena superstizione.
Non so se abbiamo mai parlato di Rensi. Il suo pensiero sulla religione, che condivido, si può così sintetizzare: l’essenza della religione, lo spirito religioso, spinge verso il superamento dell’io; per questo, esso è in contrasto insanabile con la religione stessa, che al contrario lusinga, alletta, rassicura l’io. La mistica chiede di annullarsi, di morire in Dio, la religione promette la vita eterna. La religione degenera verso la superstizione man mano che si allontana dallo spirito religioso. E’ chiaro che uno stesso simbolo - e qui forse c’entra quella sovradeterminazione del simbolo di cui parla Ricoeur nel saggio su Freud - può essere legato alla superstizione o allo spirito religioso. L’angelo può essere l’angelo custode, che mi sta dietro la spalla e mi rassicura, ma può essere anche l’angelo della seconda duinese di Rilke, che “ist schrechlich”.
Aber: sai che sono complesso: forse soltanto duale, penso a volte. E così l’altro me ti comprende, affascinato com’è dall’idea di una mappa del mondo che nulla abbia a che vedere con i confini e i territori disegnati dalla ragione, un arazzo disegnato dal mito e dalla fantasia, popolato di esseri misericordiosi e terribili. E’ lui - detto tra noi - che mi ha riempito la casa con raffigurazioni di Shiva e di Saraswati, cercando dentro, sotto o sopra ciò che sono, una corrispondenza, un filo sottile che leghi qualche sparso brandello di me a quella raffigurazione - fino a che, confuso, non sa più se sia quel mondo una mappa del mondo oscuro di dentro, o il mondo di dentro un riflesso di quella fantasmagorica oggettività: come quando guardi il cielo trafitto dalle stelle, e chiudi gli occhi e ti ritrovi quelle luci dentro, alla superficie di te.
Antonio Vigilante

venerdì 11 settembre 2009

11 settembre

Cos'è, esattamente, che non bisogna dimenticare?


Primo, non bisogna dimenticare chi fu che assassinò Victor Jara, ma prima gli spezzò le dita perché non potesse suonare neanche da morto.
Poi, non bisogna dimenticare chi disse bravo a colui che lo fece spezzare.
Poi, non bisogna dimenticare chi ci ricorda, ogni anno, quale sangue è finto e quale è vero: è vero il sangue di chi muore a New York, è finto il sangue di chi fu portato a Estadio Chile - quel sangue non rese sacro il terreno dello stadio, così migliaia di giovani poterono calpestarlo per ascoltare il s. subito elogiare Pinochet.

Beh, per me il sangue è tutto vero, e cerco di non dimenticarne nessuno.

mercoledì 9 settembre 2009

amami!

Sembra che ci diciamo l'un l'altro: "amami!", e in realtà ci stiamo dicendo: "sopportami! sii la sentina del peggio di me stesso! risarciscimi di tutto quel che non ho avuto, e lascia che prenda su di te vendetta di ogni male che mi è stato fatto".
E il bello è che promettendo amore promettiamo esattamente questo: di accettare ogni immondizia, ogni lordura dell'altro, essere quello, l'unico, a cui queste cose si possono mostrare, che anzi queste cose deve accettare e deve, e non può, redimere.
Quanta lordura sei disposto ad accogliere sarà la misura del tuo amore. E prometterai, prometterai, un risarcimento impossibile, e che non avrà mai fine. Che non avrà mai fine perché è un risarcimento impossibile - eppure, se sarai amato, resterai sempre la cifra, il simbolo mai riunificato di questo risarcimento impossibile: e l'altro ti odierà, perché non mantieni la promessa, e ti amerà, perché hai in te quella promessa.

martedì 8 settembre 2009

Bontà

Non mi è mai interessato essere buona, e non voglio esserlo; cerco, per quanto posso di essere giusta. Nella bontà c'è un di più, qualcosa di cui, prima o poi, in qualche modo, il buono chiede inevitabilmente il conto.

venerdì 4 settembre 2009

Storie di Lai-tu

Me-ti disse a Lai-tu: Ti ho visto accendere il fuoco. Se non ti conoscessi, mi sarei certo offeso. Avevi l’aria di qualcuno che è costretto ad accendere il fuoco, e siccome ero presente soltanto io, dovevo supporre di essere io quello sfruttatore. Lei disse: Volevo scaldare la stanza il più presto possibile. Me-ti disse sorridendo: Quel che vo­levi, io lo so. Ma tu lo sai? Tu volevi che io, il tuo ospite, me ne stessi a mio agio, al calduccio; si doveva fare alla svelta, perché si potesse cominciare a conversare; io dove­vo amarti; il legno doveva cominciare a bruciare; l’acqua del tè doveva bollire. Ma di tutto questo riusci appunto so­lo il fuoco. L’attimo andò perduto. Si fece alla svelta, ma la conversazione dovette aspettare; l’acqua del tè bollì, ma il tè non fu pronto; ogni cosa fu fatta per l’altra, ma nes­suna per se stessa. E quante cose si sarebbero potute e­sprimere nell’accendere il fuoco! Vi è dentro un antico co­stume, l’ospitalità è qualche cosa di bello. I gesti con cui la bella legna viene accesa possono essere belli e suscitare amore; l’attimo può essere sfruttato, e non ritorna. Un pittore che avesse voluto dipingerti mentre accendevi il fuoco al tuo maestro avrebbe avuto ben poco da dipinge­re. Non c’era gioia in questo modo di accendere il fuoco, era solo schiavitù.

Bertolt Brecht, Me-Ti, Libro delle svolte