venerdì 23 ottobre 2009

rima rerum

More about Rima Rerum
Ci sono parole che raccolgo e porto con me, come un talismano o come un interrogativo, e non so cosa sia che mi spinge a conservarle, o perché le chiami poesia. Ma so, sempre, con immediata sicurezza, riconoscerle: quelle, e non altre.
Così è stato con rima rerum: un riconoscimento immediato di parole importanti, da portare con me - di parole intense e pesanti tanto da affondare dentro di me, abitare la mia immaginazione e riaffiorare come mio proprio sguardo sul mondo.
E, come sempre mi accade, ho voluto parlarne, perché quando amo qualcosa ho bisogno di condividerla, ma tutto quel che sapevo e volevo fare era ripetere versi o frammenti di verso, come questi:
c'è ancora da camminare
la strada è lunga e sul ciglio ci sono gli asfodeli
e vedrai che parlando prenderemo colore.
E in fondo, non c'è veramente bisogno di altro.

O non ce ne sarebbe, se queste tre righe così belle e quiete, che spesso ripeto fra me, bastassero a raccontare rima rerum. Ma non bastano affatto. Ne sono forse un approdo, o forse sono soltanto una radura in cui trovare un raro riposo, come la terra sognata e silenziosa di
Sogno a volte una terra di betulle
stupita d’erba e d’innocenza
una terra di case dal tetto di frasche
con vaste macerie d’un regno di giganti
e serene montagne in lontananza.
Sogno una terra di silenzio, a volte.
Ma sono radure in un sentiero di cardi: rima rerum è anche, e anzi è molto più spesso una violenta ribellione, un cammino aspro e doloroso - e io amo profondamente, di questo libro, tanto la quiete e la dolcezza che raramente ne traspirano quanto la rabbia e la ribellione che lo conducono -
La mia rabbia, dottore,
non è una cosa che si possa dire
con le parole scritte nei suoi libri.
Forse perché io stessa ho bisogno di parole che dicano anche per me la mia rabbia, e perché è anche la mia casa, la mia disciplina la casa ferita nella terra di febbraio, che non ha tetto, né consolazione.

Rima rerum si apre con un Varco. Tutte le cose e tutte le parole, vi si dice (con Qohelet 1,8: םיעגי םירבדה־לכ, e la sua impossibile traduzione), sono in travaglio, faticose, difficili, fatigantur, fessa fiunt (parole che, osservo, dal travaglio alla spaccatura, rinviano anche alla generazione e al parto. Tutte le cose sono generate nel dolore). Tutte le cose, tutte le parole sono spaccate. Tutte le cose, tutte le parole sono aperte. La parola latina rima – anch’essa fessa, spaccata – può indicare questa essenziale apertura, questa spaccatura delle cose che si manifesta all’uomo che parla nell’assemblea. (nell'assemblea, osservo e sottolineo, ma lo capirò più tardi).
In Varco si dice anche: che ogni cosa sia aperta, fessa, spaccata non è annuncio di sofferenza, né di gioia. Ma questo non è vero, o lo sarà solo dopo, o soltanto a tratti, per l’uomo aperto, nell’apertura delle cose. Intanto, però rima rerum è una tensione che solo raramente trova quiete, la spaccatura è quasi sempre crepa (fingi di non vedere le aperture / le crepe le fessure le storture) fessura che lascia intravvedere il disagio, la violenza e il dolore, il male che insidia ogni essere, il fatto intollerabile dell’assenza
Non tolleriamo l’assenza. Questo è certo.
Qualunque cosa sia successa è certo
che noi non accettiamo alcuna assenza.

Ecco: rima rerum è un libro che innanzitutto fa anche di te che leggi una cosa o una parola in travaglio, spaccata, faticosa, difficile, ti costringe a reggere insieme all’autore la tensione delle cose e delle parole, a portartela dentro, a seguire un cammino scabro, aspro e doloroso che non ammette rettorica o tregue a buon mercato, e va fino in fondo und sonst gar nichts (se tu ora non mi soccorri, / dandomi ancora un po’ del tuo dolore / sarà stato nulla, tutto meno di nulla) - e forse, giunti fino in fondo, dopo avere non perduto, ma gettato via il nome, il volto, la parola e i pronomi possessivi, ti conduce a raggiungere o a ritrovare l'apertura, gli asfodeli, e la terra di dentro
vorrei dirti tenendoti i seni
della terra di dentro, della terra
liberata dal male e dal dolore, della terra
in cui ognuno ha il nome suo più vero.

lunedì 19 ottobre 2009

il grande occidente

More about Dell'amicizia
Nella traduzione italiana di "Dell'amicizia" di Matteo Ricci, quello che nell'originale era "il grande regno d'Europa", come Matteo Ricci lo chiamava di fronte ai cinesi, diventa "il grande Occidente" - come usiamo definirci noi ultimamente.
Sarebbe più bello se ci autonominassimo l'ultima penisola, la punta dell'Asia, il porto di mare dove vanno a finire i popoli viaggianti.
Ma anche "il grande regno d'Europa", in fondo, andrebbe benissimo.
"Occidente", invece, è semplicemente stupido, così come è stupido "oriente".

domenica 18 ottobre 2009

qui, ora, in questo luogo e in questo mondo

Lunedì 4 agosto 1941
A volte vorrei essere nella cella di un convento, con la saggezza di secoli sublimata sugli scaffali lungo i muri, e con la vista che spazia su campi di grano - devono proprio essere campi di grano, e devono anche ondeggiare al vento. Lì vorrei sprofondarmi nei secoli, e in me stessa. E alla lunga troverei pace e chiarezza. Ma questo non è poi tanto difficile. E' qui, ora, in questo luogo e in questo mondo che devo trovare chiarezza e pace e equilibrio. Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro sul mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa, ma è tutto terribilmente difficile e proprio per questo mi sento così oppressa.

Etty Hillesum
Diario 1941-1943, a cura di J. G. Gaardlandt
Adelphi, 1985, p. 53

Avevo bisogno di questi anni?, mi chiedevo poco tempo fa. Sì, ne avevo bisogno, era quello che dovevo fare.
Certo, vagheggio una bellissima casa come quella dove un mio amico ha solitudine, libri e silenzio, e sogno un giorno di avere una cella di convento esattamente come la descrive Etty Hillesum, e il grano deve ondeggiare al vento.
Ma come lei penso: troppo facile.
Troppo facile, e sterile, essere limpidi e calmi in un ambiente protetto. Se non sai vivere fino in fondo su questa terra con tutto ciò che questo comporta, accogliere ciò che ti viene incontro, e condividere la sorte di tutti, ed essere limpida e calma, e in tutto questo, come l'uomo pio che portava a spasso un vaso pieno d'acqua, riuscire anche a pregare - se non sai fare tutto questo, il tuo filosofare non è che un giocare con le biglie.

venerdì 16 ottobre 2009

il valore del verbo essere

"quando un individuo o un gruppo di individui è tenuto in condizione di inferiorità, esso è di fatto inferiore; ma bisognerebbe intendersi sul valore del verbo 'essere'"

Simone de Beauvoir, il secondo sesso, (il Saggiatore, 1961, p.23)

martedì 13 ottobre 2009

Koiné dialektos

Koiné dialektos, una lingua comune. Questo blog è cominciato da qui, pensando che l'essenziale, ora, è costruire un linguaggio comune, un intendersi sui termini e sulle loro implicazioni.
Comune fra chi, potrà essere detto, se lo potrà, solo dopo, perché sarà l'accordo o il disaccordo sulla costellazione di pensieri da costruire insieme a definire, eventualmente, una qualche forma di comunanza.

Tutta questa attenzione e questo ritegno a usare un nome qualsivoglia per quelli coi quali vorrei costruire un linguaggio comune, perché per troppi anni ci siamo ritenuti soddisfatti del nome di "sinistra", come se il fatto di avere un nome garantisse l'esistenza di una cosa, e caldamente rassicurati da questa garanzia ci siamo affannati a cercar di definire quale fosse la cosa così nominata, mentre tutto intorno a noi venivano svuotate dal di dentro le forme e le possibilità per dire - e quindi fare - qualunque cosa circa sulle condizioni della nostra esistenza.

E certo, non è solo la mancanza di nomi e di concetti a impedircelo, ma ben più solide forme di potere e di violenza.

Ma non sapere dove vogliamo andare, attorno a cosa ci congiungiamo, qual'è la comunanza che vogliamo affermare ci rende deboli; capaci al più di resistere, conservare, deplorare. Non abbiamo una forza nostra da cui partire, un "noi siamo" da affermare.

Ebbene, questo voglio: ritrovare, o meglio ricostruire, le parole e i concetti per pensare le condizioni della nostra esistenza e le possibilità di cambiarla. Perché di quelli che abbiamo ora, cari compagni, mi pare che ce ne facciamo proprio poco.

Con chi ci sta.

temperamenti

L'adagio è stato fatale: note ribattute che creavano una sospensione, come un piccolo tuffo al cuore, e subito si scioglievano in una dolcezza mai troppo sicura - Mozart, insomma ...
Beh, tutto il resto si poteva ancora reggere, ma lì mia figlia ha cominciato a mimare silenziosissimamente (ero stata tassativa sul silenzio) i gesti del suicidio: mi impicco tenendomi la corda da sola, mi sparo, mi si scioglie la faccia ...
A parte che non aveva bisogno di mimare il suicidio, l'aviss'accisa io stessa, ho pensato: questione di temperamenti. Per me l'adagio è sempre stato il tempo giusto, gli altri movimenti si vabbé, ma l'adagio è pura bellezza universale, di quella che deve da sé imporsi a tutti come l'Uno, il Vero, il Bene.
Questo ha degli inconvenienti: avevo tredici anni, mio babbo doveva fare una trasmissione a radio Alice sul 7 aprile e sull'offensiva di arresti e di terrore che era calata sui compagni, mi chiese di scegliere i brani per gli stacchi musicali (pure lui: ma lo sapeva, con chi aveva a che fare!), e io non ebbi dubbio alcuno: un capolavoro assoluto, Beethoven, settima sinfonia, l'adagio.
Un capolavoro assoluto, non c'è che dire. Gli astanti cominciarono a impiccarsi tenendo la corda da soli, spararsi, sciogliersi la faccia. A mio padre peggiorò la depressione, che già non era molto allegro. A me vennero i primissimi dubbi se l'Uno, il Vero e il Bello siano poi tanto uni, e mi dissi che dovevo studiare il rock and roll (pensai proprio così: studiare, mammamia se ero secchiona!).

giovedì 8 ottobre 2009

daimon

mi dici che svegliarsi a metà della notte è un sintomo di depressione - beh, sì, è possibile, magari anche probabile.
Ma per me la notte è anche e soprattutto l'unico tempo veramente mio, non rubato al lavoro o alle persone che mi circondano - la mia notte è un surrogato di "una stanza tutta per sé".
Così, svegliarmi è quasi un appuntamento, è quello che devo fare, e va bene così.
Il che non toglie che io abbia talvolta momenti di oscurità totale, o momenti in cui la fatica mi sembra superiore alle mie forze. Ma quello che devo fare comporta errori, fatica, dolore e anche disperazione, e va bene così.

Ecco, la cosa veramente strana in tutto ciò non è la fatica, e neanche la confusione: è il senso di "e va bene così", questa certezza assoluta che ci sia un "quello che devo fare", del quale fa parte anche alzarmi a metà della notte.

Questa certezza assoluta che ha la priorità su ogni altra cosa, e che mi indirizza con forza irresistibile, mi obbliga a certe cose, costi quel che costi, mi rende del tutto indifferente ad altre a cui in teoria dovrei dare importanza, e mi allontana con certezza da altre ancora, senza che io veda una ragione precisa di questa lontananza se non che "non è quello".

Poi, ognuno si fa le sue illusioni come gli pare: io mi sono fatta questa.

"è come ..."

Per parlare della bellezza di una cosa, quasi sempre ci ritroviamo a dire: "è come ...". Quasi che vedere la bellezza fosse questo: stabilire relazioni, rivelare connessioni segrete, scoprire immotivate consonanze.


("il manto di Indra, un tempo, nel Pantheon induista, il re degli dei. Questo manto è fatto di frammenti di specchio, e tutti si riflettono l'uno negli innumerevoli altri.
Una cosa privata: non leggevo ancora ed uno dei miei primissimi libri, fatto di figure, rappresentava delle fatine che si rispecchiavano una nel riflesso dell'altra. Specchi l'uno davanti all'altro." grazie Domnei).

sabato 3 ottobre 2009

Misura e dismisura


Schiantare l'io. Rendersi la vita impossibile, e provare così tuttavia a vivere
: ha un grande fascino, quello che dici - o magari soltanto ciò che io che leggo in quello che dici.
Accogliere l'altro da sé in maniera così totale e senza difesa da farsene esplodere, esserne attraversati come da un vento che ti nebulizza, invasi tanto che non ci sia più un io, lasciarsene interrogare, scomporre, eventualmente distruggere. E non fermarsi, in questo, davanti a nessuno spavento.
Ha un fascino tremendo.
Ma è il tormento e l'estasi - qualcosa di molto cattolico e barocco, in fondo. Non è un semplice superare l'io, e il problema dell'io, raggiungere una consapevolezza o un'esperienza in cui il problema non si pone, e la distinzione fra "io" e "tu", o le affermazioni "il sé esiste", "il sé non esiste" diventano più che prive di significato: irrilevanti. E' una violenta contrapposizione all'io, una prospettiva nella quale il soggetto è colpevole e va punito, annichilito nel non-io.
Una prospettiva nella quale fatico anche a vedere la relazione con l'altro - non la relazione con un non-io, ma l'esperienza di questo-altro-qui.

E parlo proprio di esperienza. Mi affascina che Capitini (di cui, confesso, non ho ancora capito quasi niente) parlasse di "esperienza religiosa": è proprio così. Non "bisogno del sacro", che mi piace poco, e neanche "sentimento religioso", anche se è molto meglio. No: esperienza.
E ancora di più penso: troppo nettamente distingui. Il fantastico, la narrazione, non è detto che siano al servizio di una religione consolatoria: possono essere, anzi sono, modi per descrivere ed esprimere questa esperienza altrettanto adeguati e necessari di questo nostro parlare così libero (chissà) dalle superstizioni.

(nella foto: Bernini, l'estasi di Santa Teresa)

venerdì 2 ottobre 2009

libertà dal conosciuto

"Se potete dunque guardare qualsiasi cosa senza lasciare che il pensiero si insinui - se potete guardare un viso, un uccello, il colore di un sari, la bellezza di uno specchio d'acqua scintillante al sole, o qualsiasi cosa vi procuri gioia - se potete guardare senza poi volere che l'esperienza si ripeta, allora non ci sarà dolore, paura, ma piuttosto una straordinaria gioia".

Krishnamurti, "Libertà dal conosciuto", Ubaldini, p. 28.
(grazie Antonio)

giovedì 1 ottobre 2009

parlando

Lo vedi come si muove la verità, mentre parliamo? Non è soltanto che ci giriamo attorno e ne vediamo diversi aspetti, o che scopriamo che quello che all’inizio ci sembrava un dato acquisito non lo era. E’ qualcosa di più: la verità che insieme cerchiamo si muove, cambia, diventa altra mentre parliamo. Uno parla, e l’altro cambia impercettibilmente opinione, vede non solo qualcosa di più, ma qualcosa di diverso, e a sua volta fa cambiare l’altro. La verità cresce e prende colore. Diventa un ancor meno sicuro possesso di quel che era all’inizio, eppure più vera.

"e vedrai che parlando prenderemo colore"