sabato 28 febbraio 2009

Le idee di rivolta non sono mai morte


Cosa ne è stato della rivolta - di quella di cui parlava Camus, quella che afferma, contro ogni forma di oppressione, “se noi non siamo, io non sono”?
Di quello che un tempo cantava “le idee di rivolta non sono mai morte” sappiamo cosa ne è stato: fa lo sceneggiatore, o il regista, non ricordo bene, di una trasmissione chiamata “Amici”.

C’è la figura, in questo, di un legame sotterraneo tra le due cose: le idee di rivolta e la parodia dell’amicizia; anzi: l’amicizia come farsa.

La rivolta, o anche semplicemente il disgusto verso il mondo, si esprime nell’unica forma immaginabile, quella dell’ “ognuno per sé e Dio contro tutti” che sembra (o viene mostrata) costuituire l’unico orizzonte possibile. E’ quella che può essere in un mondo di stretti orizzonti e sempre più stretti confini.

Non c’è alcuna traccia del “se noi non siamo, io non sono” in questa rivolta: essa fa parte, come parodia, dello stesso spettacolo osceno che si rappresenta ogni giorno tra questi confini.

Lo stesso vale per l’amicizia: non c'è più nessun "noi", ed è per questo che del "noi" si può fare una parodia televisiva.

Una parodia atroce. Perché altre trasmissioni offrono un simulacro di vita che distrae, ma questa fa qualcosa d'altro e più sottilmente pericoloso: costruisce un mondo diverso, nel quale l'amicizia è la relazione che lega dieci piccoli indiani il cui scopo è che il prossimo a venir fatto fuori sia l'altro, ne "il grande fratello" o al massimo quello dell'altro gruppo, dell'altro "noi", qui in "Amici".

Questa non è più chiacchiera, è avvelenare il pozzo da cui gli umani attingono la capacità di riconoscersi l'un l'altro, di unirsi, e di mettere il proprio essere gli uni per gli altri davanti a tutti i caporali di questo mondo: la rivolta, insomma.

Aver affidato proprio a Paolo Pietrangeli la regia di questa cosa mi parla dell'ironia di cui sono spesso capaci i padroni. Che lui abbia accettato mi parla della sua capacità di fiutare il vento.

mercoledì 4 febbraio 2009

Sul concetto di storia (in onore di Walter Benjamin)

Contro l'idea che la storia non si faccia con i se sta l'idea che non c'è un unico destino, che la storia che ci si presenta come destino e l'ordine che ci si presenta come inevitabile e migliore di tutti quelli che lo hanno preceduto non sono né l'unica storia possibile né il migliore e l'inevitabile fra gli ordini.

Al contrario, quest'ordine ne ha sostituito un altro, che era anch'esso l'ordine del vincitore e quindi, in ciò che è essenziale, non diverso dal più recente. Entrambi questi ordini, e quelli che li hanno preceduti, si sono stabiliti e si reggono sull'esclusione di tutte le altre possibilità – le possibilità che avrebbero potuto esprimere i vinti, ma soprattutto quelli che erano fuori dalla partita per il potere, gli oppressi. Quello che bisogna distruggere è il caleidoscopio che produce tutte queste illusioni di ordine, inevitabili e intercambiabili.

L'illusione per eccellenza, allora, è la storia come un continuum riempito di nessi causali, che si presenta come un tutto omogeneo e determinato dalla successione razionale da un fatto all'altro, tale che il presente sia la conseguenza necessaria, inevitabile e giusta di questa successione.

Questa idea di successione inevitabile e giusta si sposa con l'illusione del progresso: ciò che è necessario è razionale quindi giusto, l'ultima configurazione del caleidoscopio è sempre la migliore.

Contro queste idee di destino, di ordine, di progresso, sta l'idea di felicità, che è l'idea di ciò che avrebbe potuto essere, “Una felicità che potrebbe risvegliare in noi l'invidia si dà solo nell'aria che abbiamo respirato, con uomini, a cui avremmo potuto parlare, con donne, che avrebbero potuto farci dono di sé”.

Per questo, tutto ciò che avrebbe potuto essere è compito, e nell'idea di felicità vibra indissolubilmente quella di redenzione, dell'angelo della storia che può finalmente fermarsi a ricomporre l'infranto.

Questo è ciò a cui Benjamin contrappone il giorno del giudizio messianico, la citabilità all'ordine del giorno, che riassume in sé il tutto non come continuum ma come istante, e che giudica da quell'istante ogni passato denunciando che non era l'unico possibile e quindi può e deve essere giudicato.

Da ogni istante si può vedere una diversa possibilità del passato: è questa la debole forza messianica di ogni presente, poter rivendicare le diverse possibilità di ciascun passato, mostrare che non c'era un'unica possibilità, e non è stato né razionale né giusto che ci sia stato un vincitore, e proprio quello, e che l'essere vincitori non rende giusti.

Ogni presente ha il compito di mostrare le possibilità del passato che sono divenute nuovamente realizzabili. Per questo l'immediata intensità messianica del singolo uomo “passa attraverso l'infelicità” (FTP). La solidarietà con i morti che chiama in causa la classe vendicatrice è quella che impone di portare a compimento l'incompiuto e il disperso che è nelle loro vite.

(Pericolo: possibilità di cadere in mano ai vincitori, ma anche apertura della possibilità che non ci siano più dei vincitori.)