martedì 24 maggio 2016

La politica presa sul serio


Per far pulizia di un po' di balle sulla politica, una semplice dimostrazione geometrica da non dimenticare:

"La direzione di uno Stato o di un partito attraverso persone che (nel senso economico della parola) vivono esclusivamente per la politica e non della politica, significa necessariamente un reclutamento plutocratico delle classi politicamente dirigenti"
 da Max Weber, La politica come professione (p. 39).


Dimostrazione (pp. 37 ss.):

"Vi sono due modi di rendere la politica la propria professione. O si vive "per" la politica, o si vive "della" politica" (...). "Della" politica come professione vive chi cerca di farne una fonte duratura di reddito; "per" la politica, invece, vive colui per il quale ciò non accade. Perché qualcuno possa vivere "per" la politica.  Perché qualcuno possa vivere "per" la politica in tal senso, debbono esserci, nell'ambito dell'ordinamento della proprietà privata, alcuni presupposti, se volete, abbastanza banali: in condizioni normali, egli deve essere economicamente indipendente dai redditi che può procurargli la politica. Ciò significa, molto semplicemente, che egli deve essere benestante o comunque in una posizione sociale che gli renda introiti sufficienti.
(...) Oltre a ciò egli deve essere economicamente "libero", nel senso che le sue entrate non possono dipendere dal fatto che egli ponga permanentemente e personalmente  la sua forza lavorativa e il suo pensiero, del tutto o prevalentemente, al servizio del proprio profitto.

Ora, libero in questo senso è nel modo più assoluto chi vive di rendita,  quindi colui che fruisce di entrate senza alcun lavoro, sia, come nel caso dei proprietari terrieri del passato, dei latifondisti e delle persone di alta condizione dei nostri tempi, dai redditi fondiari (nell'antichità e nel medioevo anche dai redditi del lavoro servile o dei servi della gleba), sia da titoli o simili fonti di reddito.
Né il lavoratore, , è molto importante osservarlo, l'imprenditore (anche e proprio il grande imprenditore moderno) è libero in questo senso.
Infatti, anche e proprio l'imprenditore (e quello industriale molto più di quello agricolo, per il carattere stagionale dell'economia agricola) è legato alla sua attività e non è libero da impegni."


sabato 3 ottobre 2015

Chiedere conto a Dio del male umano

Non c'è casa e non c'è mondo, non ci sono offesa, sfregio, incanto

Non c'è il dovere di dire "e tutto ciò è buono", né di dire "e tutto ciò è disgustoso", perché non c'è qualcuno separato dal tutto che lo possa dire.
E parlo di "dovere" perché anche questo fa parte dell'illusione: siamo buoni, giusti, conformi a ciò che si deve essere perché giudichiamo, prendiamo le misure della legge e diciamo "tutto questo è buono", o il suo contrario.
No.
Non è che siamo troppo piccoli, insignificanti o indegni per poter giudicare (a meno che non lo facciamo in nome di un Dio). E' che per giudicare bisogna chiamarsi fuori, e noi non siamo fuori, siamo parte - labilmente, transitoriamente e illusoriamente distinta dal tutto che ci attraversa. Chiamarcene fuori e giudicare è la madre di tutte le illusioni, e l’incanto e lo sfregio si alternano perché figli di questa stessa illusione. La Volkommenheit è al di là della colpa perché è al di là dell'accusa e del giudizio, e in questo è felicità e godimento: essere senza separazione e giudizio parte del tutto.

E lo so quali sono la tua domanda e la tua obiezione: certo, ma allora, in questa prospettiva, bene e male non ci sono, eppure noi sentiamo e sappiamo, con assoluta certezza, che le leggi assassine e razziste sull’immigrazione lo sono, ad esempio. Negando la capacità di giudicare, di dire il bene e dire il male, neghi anche questa verità immediata della coscienza.
Ma questa verità immediata della coscienza è, io credo, proprio la percezione del nostro essere parte, la certezza assoluta con cui sentiamo che nessuno si salva o si libera da solo, perché l’esistenza, lo sviluppo, la libertà di ogni essere sono la nostra – non per una nostra sovrana decisione e scelta, ma perché, semplicemente e solidamente, lo sono.
Auschwitz, o nel nostro piccolo le politiche sull’immigrazione, o il potere del sopravvivente, o l’uomo a una dimensione, o anche banalmente le trasmissioni televisive in cui si afferma e si riafferma che l’essere umano è in vendita, e vale di più quello che ha il prezzo più alto – tutte queste cose sono male perché distruggono, strappano, seppelliscono quel che gli umani possono essere

Forse quando smetteremo di chiedere conto di Auschwitz a un Dio, e cominceremo a pensarlo come un male che gli esseri umani fanno agli esseri umani, si comincerà finalmente a ragionare.

Se io sono te e tu sei me quando siamo in vita, lo siamo anche da morti: non c’è nessun essere che seppellisce, ci sono mutazioni, forme e possibilità di essere nuove e diverse che passano e ci attraversano, e si sviluppano, e non si danno le une senza le altre. Queste mutazioni, forme, possibilità attraversano questo corpo e questa storia che mi fanno dire “io” quando questo corpo e questa storia esistono, e ne attraverseranno altri quando questo corpo e questa storia non esisteranno più. Non è il veicolo l’importante.

Ma soprattutto: no, non è tutto uguale. Non è l’essere che nella sua totalità seppellisce quello che gli umani sono e possono essere: sono, sempre, gli umani stessi a seppellirlo.

Non è tutto uguale. Ci sono il bene, la pienezza, la maturità “di quando cosa ch'è felice cade”, e c’è il male di quando l’esistenza, lo sviluppo e la libertà della cosa vengono recisi, impediti, immobilizzati (e per noi umani siamo soprattutto noi umani a farlo).
C’è questa particolare possibilità di essere, questa declinazione, sfumatura, orientamento distinto che non è, rispetto al tutto, più di una sfumatura, ma è ciò che, al di là del mio corpo o della mia storia, mi fa dire “io”, e che può, o può non, giungere a pienezza di sviluppo, felicità, maturazione, e poi lasciar posto all’esplorazione di altre possibilità. In questo “può”, o “può non”, tutto si gioca per me, e si gioca insieme ai miei simili, necessariamente e non per scelta - perché tagliata fuori dai loro pensieri e dalle loro azioni, da "l'essere che viene al mondo attraverso la complicità degli uomini tra loro" neanch'io posso pensare, fare, essere nulla.
E c'è il rischio che questa particolare possibilità che sono io venga invece limitata tanto da non poter giungere ad alcuna pienezza, ristretta, chiusa, immobilizzata, o anche cancellata. Ma questa chiusura e immobilità non sono necessariamente nella morte, anzi, possono essere anche nel suo rifiuto e nelle conseguenze che esso comporta – come vedi nel potente, in molte forme di religione, nella paura, nell'identità, ...

Il male esiste, ma non è l’essere stesso: è il fatto, presente in esso, che le possibilità possono essere distrutte, chiuse, strappate, immobilizzate.
Ma l’essere non è Dio, non è qualcuno a cui chiedere conto di questo fatto: è, semplicemente, e contiene anche questo fatto. E’ proprio per questo che, senza poterne chiedere conto a Dio, siamo tanto più obbligati ad avere cura di quello che cresce e a combattere il male.

Und wir, die an steigendes Glück
denken, empfänden die Rührung,
die uns beinah bestürzt,
wenn ein Glückliches fällt.
(e noi che pensiamo la felicità
come un'ascesa, ne avremmo l'emozione
quasi sconcertante
di quando cosa ch'è felice cade. 
Rilke, Decima elegia). 

sabato 26 luglio 2014

Lettera aperta al popolo di Gaza


L'Editor della rivista The Lancet e' sotto attacco per aver pubblicato una lettera aperta in cui i medici che operano a Gaza denunciano l'aggressione israeliana e le conseguenze del blocco: fame, sete, malattie.
Traduco qui parte della lettera, e prego chi legge di collegarsi a http://www.thelancet.com/gaza-letter-2014 per esprimere solidarietà a The Lancet.

An open letter for the people in Gaza
Paola Manduca,Iain Chalmers,Derek Summerfield,Mads Gilbert,Swee Ang,on behalf of 24 signatories
The Lancet - 23 July 2014
DOI: 10.1016/S0140-6736(14)61044-8 

Siamo dottori e scienziati, passiamo la vita a sviluppare metodi per curare e proteggere la salute e le vite. Siamo anche persone informate: assieme alla teoria e alla pratica della nostra professione ne insegniamo l'etica. Tutti, per anni, abbiamo lavorato a Gaza, e conosciamo la situazione.

Sulla base della nostra etica e pratica professionale, vogliamo denunciare ciò a cui stiamo assistendo nell'aggressione a Gaza da parte di Israele.
Chiediamo ai nostri colleghi, vecchi e giovani professionisti, di denunciare questa aggressione israeliana.
Ci opponiamo alla perversione di una propaganda che giustifica la creazione di un'emergenza per mascherare un massacro, una cosiddetta "aggressione difensiva". Nella realtà, si tratta di una spietata aggressione senza limiti di durata, estensione o intensità. Vogliamo riportare i fatti come li vediamo e le loro implicazioni per le vite delle persone.

Siamo sgomenti per il macello di civili inermi fatto dai militari fingendo di combattere i terroristi. Questo è il terzo attacco militare su larga scala su Gaza dal 2008. Ogni volta il pegno di morte è quasi tutto pagato dagli innocenti, specialmente donne e bambini, con l'inaccettabile pretesto di sradicare i partiti politici e la resistenza all'occupazione e all'assedio imposto da Israele.

Questa azione terrorizza anche quelli che non ne sono colpiti direttamente, e ferisce l'anima, la mente, e la capacità di ripresa dei giovani. La nostra condanna e il nostro disgusto sono aggravati dalla negazione di aiuti e dalla proibizione per Gaza di ricevere aiuti e soccorsi esterni per alleviare questa terribile situazione.

Il blocco di Gaza è ancora più duro dall'anno scorso, e questo ha peggiorato il tributo di sofferenze per la popolazione. A Gaza non si soffrono solo i bombardamenti, si soffre la fame, la sete, l'inquinamento, la mancanza di medicine, di elettricità, e di mezzi per procurarsi da vivere. Blackout, scarsità di carburante, di acqua, di cibo, esondazioni dalle fogne, risorse sempre più ridotte sono disastri causati direttamente e indirettamente dall'assedio.

Gaza è bloccata per mare e per terra dal 2006. Chiunque, anche un pescatore che oltrepassi le tre miglia nautiche dalla costa viene fucilato dalla marina israeliana. Nessuno può attraversare gli unici due checkpoint per uscire da Gaza, Erez e Rafah, senza una speciale autorizzazione rilasciata dalle autorità israeliane ed egiziane, difficile se non impossibile da ottenere. La gente di Gaza non può andare all'estero per studiare, lavorare, visitare le famiglie, o fare affari. Feriti e malati non possono lasciare Gaza per curarsi. Cibo e medicine sono razionati, e molte cose essenziali per la sopravvivenza sono proibite. Prima del presente assalto, le riserve di medicinali a Gaza erano già al minimo storico a causa del blocco, adesso sono esaurite.
Allo stesso tempo, Gaza non può esportare quel che produce. L'agricoltura è stata gravemente compromessa dall'imposizione della zona cuscinetto, e i prodotti agricoli non possono essere esportati a causa del blocco. L'80% della popolazione di Gaza dipende dalle razioni alimentari dell'ONU.

giovedì 6 marzo 2014

Fiducia (appunti e citazioni)

Your corn is ripe today; mine will be so tomorrow. 'Tis profitable for us both, that I should labour with you today, and that you should aid me tomorrow. I have no kindness for you, and know you have as little for me. I will not, therefore, take any pains upon your account; and should I labour with you upon my own account, in expectation of a return, I know I should be disappointed, and that I should in vain depend upon your gratitude. Here then I leave you to labour alone; You treat me in the same manner. The seasons change; and both of us lose our harvests for want of mutual confidence and security.
--David Hume

martedì 4 marzo 2014

 Questo governo vi vuole rendere prima ricchi e, quindi, autonomi da un punto di vista sanitario. In seguito, vi dirà che oramai, diventati così facoltosi, è inutile un servizio sanitario pubblico costoso ed inefficiente, che è meglio avere un sistema sanitario privato, vi farete una bella assicurazione, che non vi rinnoveranno più dopo la prima malattia.E vivrete sperando di essere sempre sani. Domenico Crea

lunedì 24 febbraio 2014

Una Via, 18 maggio 2012: vecchi stracci

Un caro amico, Pier Cesare Bori, usava riunirci ogni settimana per fare silenzio insieme, e poi leggere e discutere insieme un breve testo scelto da lui, che dopo ci inviava. Oggi mi è tornato alla mente questo:
 
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Il Dhammapada è un antico testo buddhista, che leggiamo qui con il commento Buddhaghosa, V d.c., il più autorevole interprete del buddhismo theravadin, del sud-est asiatico. Buddhaghosa è un autorevole autore e commentatore del V secolo d.C., a lui si deve anche questo commento, attraverso storie che ricostruirebbero la situazione in cui il Buddha avrebbe pronunciato le 423 strofe del Dhammapada.


Dhammapada 143 e 144


La storia del monaco Pilotikatissa
 
 143: Di rado si trova nel mondo un uomo 
frenato dalla vergogna
che comprende il rimprovero
come il cavallo la frusta.     
144: Come un buon cavallo colpito dalla frusta
siate ardenti e pieni di slancio.
Con fede virtù e retto sforzo
con la calma concentrata e discernimento del Dhamma, 
con la sapienza e la buona condotta perfettamente consapevoli
abbandonerete questa grande sofferenza.

La storia di  Thera Pilotikatissa
Mentre stava al monastero di  Jetavana, il  Buddha pronunciò le strofe143 e 144 di questo libro,con riferimento a  Thera Pilotikatissa.
Una volta Thera Ananda vide un giovane vestito in maniera squallida che si aggirava mendicando il cibo ; ne sentì pietà e  ne fece un asceta. Il giovane asceta lasciò i suoi vecchi panni e la sua ciotola da mendicante sulla forcella di un albero.   Quando divenne un bhikkhu (monaco) fu conosciuto come Pilotikatissa. In quanto bhikkhu, non doveva preoccuparsi del cibo e del vestito siccome si trovava nel benessere. Eppure talvolta non era contento della sua vita come bhikkhu  pensava di tornare alla vita di laico. Quando si sentiva così tornava all’albero dove aveva lasciato i suoi panni e la sua ciotola. Là, ai piedi dell’albero, si interrogava: «Svergognato! Vuoi lasciare il posto dove sei nutrito e vestito per bene? Vuoi tornare a quei panni squallidi e riprendere a mendicare con questa vecchia ciotola in mano?» In questo modo rimproverava se stesso; calmatosi poi tornava la monastero. Così accadde molte volte. Quando gli altri  bhikkhu gli chiedevano perché tornasse spesso all’albero dove aveva lasciato i panni e la ciotola, rispondeva che andava a trovare il suo maestro. 
Tenendo così a mente i suoi vecchi panni come oggetto di meditazione egli arrivò a realizzare la vera natura degli aggregati dei khandha e alla fine divenne un arahat. Allora smise di andare dall’albero. Gli altri bhikkhu notando che Pilotikatissa aveva smesso di andare dall’albero dei suoi vecchi vestiti e ciotola, gli domandarono: «Perché non vai più dal tuo maestro?» E lui rispose: «Quando ne avevo bisogno, dovevo andarci ma ora non ne ho più bisogno». Quando i bhikku udirono questa risposta, lo portarono dal Buddha. Giunti alla sua presenza dissero; «Venerabile Signore! Questo bhikkhu pretende di essere divenuto un arahat, ma dev’essere un bugiardo».  Ma il Buddha li smentì e disse:  «Bhikkhu! Pilotikatissa non mente, dice la verità. Sebbene prima fosse in relazione con il suo maestro, adesso non lo è più.  Thera Pilotikatissa ha istruito se stesso a distinguere tra cause giuste e cause erronee e a discernere la vera natura delle cose. Egli adesso è un arahat, e così adesso non c’ più relazione tra lui e il suo maestro». Allora il Buddha pronunciò le due strofe come sopra:

Pilotikatissatthera Vatthu

Hirinisedho puriso
koci lokasmi vijjati
yo niddam apabodheti
asso bhadro kasamiva.
Asso yatha bhadro kasanivittho
atapino samvegino bhavatha
saddhaya silena ca viriyena ca
samadhina dhammavinicchayena ca
sampannavijjacarana patissata
jahissatha dukkhamidam anappakam.

mercoledì 29 gennaio 2014

La banalità della memoria

More about La banalità del male "Prima del colpo di Stato di Badoglio dell'estate 1943, e prima che i tedeschi occupassero Roma e l'Italia settentrionale, Eichmann e i suoi uomini non avevano mai potuto lavorare in questo paese. Tuttavia avevano potuto vedere in che modo gli italiani *non* risolvevano nulla nelle zone della Francia, della Grecia e della Jugoslavia da loro occupate: e infatti gli ebrei perseguitati continuavano a rifugiarsi in queste zone, dove potevano essere certi di trovare asilo, almeno temporaneo. A livello molto più alti di quello di Eichmann, il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie, soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti (...) Il capo di Eichman, il Gruppenfuehrer Mueller, scrisse in proposito una lunga lettera al ministero degli esteri del Reich, illustrando questa situazione, ma il ministero non poté far molto perché sempre urtava nella stessa ambigua resistenza, nelle stesse promesse che poi non venivano mai mantenute. Il sabotaggi era tanto più irritante, in quantoche era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda. Le promesse erano fatte da Mussolini in persona o da altissimi gerarchi, e se poi i generali non le mantenevano, Mussolini porgeva le scuse adducendo come spiegazione la loro "diversa formazione intellettuale". Soltanto di rado i nazisti si sentivano opporre un netto rifiuto, come quando il generale Roatta dichiarò che consegnare alle autorità tedesche gli ebrei della zona jugoslava occupata dall'Italia era "incompatibile con l'onore dell'esercito italiano".
Ancora peggio era quando gli italiani sembravano rispettare le promesse (....)"
Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 2001, p. 183

giovedì 27 giugno 2013

LA PARABOLA DI BUDDHA SULLA CASA IN FIAMME


Gotama, il Buddha, insegnava
la dottrina della Ruota dei Desideri, cui siamo legati, e ammoniva
di spogliarsi d'ogni passione e così
senza brame entrare nel nulla, che chiamava Nirvana.
Un giorno allora i suoi discepoli gli chiesero:
"Com'è questo Nulla, Maestro? Noi tutti vorremmo
liberarci da ogni passione, come ammonisci; ma spiegaci
se questo Nulla in cui noi entreremo
è qualcosa di simile a quella unità col creato
di quando si è immersi nell'acqua, al meriggio, col corpo leggero
quasi senza pensiero, pigri nell'acqua; o quando nel sonno si cade
sapendo appena di avvolgersi nella coperta
e subito affondando; se questo Nulla dunque
è così, lieto, un buon Nulla, o se invece quel tuo
Nulla è soltanto un nulla, vuoto, freddo, senza significato".
A lungo tacque il Buddha, poi disse con indifferenza:
"Non c'è, alla vostra domanda, nessuna risposta".
Ma a sera, quando furono partiti,
sedette ancora sotto l'albero del pane il Buddha e disse agli altri,
a coloro che nulla avevano chiesto, questa parabola:
"Non molto tempo fa vidi una casa. Bruciava. Il tetto
era lambito dalle fiamme. Mi avvicinai e m'avvidi
che c'era ancora gente, là dentro. Dalla soglia
li chiamai, ché ardeva il tetto, incitandoli
a uscire, e presto. Ma quelli
parevano non aver fretta. Uno mi chiese,
mentre la vampa già gli strinava le sopracciglia,
che tempo facesse, se non piovesse per caso,
se non tirasse vento, se un'altra casa ci fosse,
e così via. Senza dare risposta
uscii di là. Quella gente, pensai,
deve bruciare prima di smettere con le domande. Amici, davvero,
a chi sotto i piedi la terra non gli brucia al punto che paia
meglio qualunque cosa piuttosto che rimanere, a colui
io non ho nulla da dire". Così Gotama, il Buddha.
Ma anche noi, che non più ci occupiamo dell'arte della pazienza
ma piuttosto dell'arte dell'impazienza, noi che tante proposte
di natura terrena formuliamo, gli uomini scongiurando
a scuoter da sé i propri carnefici dal viso d'uomo, pensiamo che a quanti,
di fronte ai bombardieri del capitale, già in volo, domandano
e troppo a lungo, che ne pensiamo, come immaginiamo il futuro,
e che ne sarà dei loro salvadanai e calzoni della domenica, dopo tanto
sconvolgimento,
noi non molto abbiamo da dire.


Bertolt Brecht (da Poesie di Svendborg)
Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini, Torino, Einaudi, 1971, pp. 87-88
Das Gleichnis des Buddha vom brennenden Haus