sabato 19 marzo 2011

Il dio delle zecche

Se, quando senti dire vita eterna
ti abbracci, come un naufrago a un tronco,
forse non hai capito.

Non futura rivalsa è in impossibili
paradisi o inferni. Non è
mummificarsi.

Vita eterna
è sapere respiro del mattino
quando ancora nel bosco non prorompe
vento di sole–
aria di fragole tra felci curve
aria densa di funghi, umida aria
di muschio abbarbicato nel granito–
smeraldo di acque
e vigile svolare di gabbiani

riguardare attraverso lucenti
occhi bambini,
esplorare umilmente nel segreto
di un atomo invisibile,
decifrare a una roccia la sua storia,
intendere il vagare delle stelle

non ammuffire in chiuse nostalgie:
rianimando la vita se si esangua
disseminare gli attimi perfetti
esperti a contrastare ogni sclerosi
scegliere il fronte:
                           è la rivoluzione

contro il Dio delle zecche e i suoi accoliti
lo spasimo del tendersi
a un incontro pieno.

Sapendo il mondo un immane crogiolo
in cui i corpi in altri si dissolvono
le forme in altre forme,
                                   è consentire
a masticare e a essere masticati
a bruciare e a bruciarsi

essere la corrente e alimentarla
cercando dirigersi
(né se strascicati sbattendo da evento
in evento si evade
o tentando stagnare al margine)

e quando il cuore cessa di pulsare,
senza frapporre marmi piombi legni
lasciare le radici ti risucchino
semplicemente –
                        come le hai succhiate.

Danilo Dolci, Il Dio delle zecche.

giovedì 17 marzo 2011

i giovani

Quella delle giovani generazioni insulse è una grandissima balla, e un capolavoro di propaganda. Ci sono generazioni (non più solo le giovani, ormai) prive di "voice", di qualsiasi possibilità di farsi sentire e contare, il che è molto diverso dall'essere prive di cose da dire.  E non venite a raccontarmi che il voto è una possibilità di farsi sentire e di contare.

venerdì 11 marzo 2011

Lavoro pubblico e parassitismo

In margine a un articolo di Andrea Saba sul blog Etica ed Economia

Gentile Professore,
lei m'insegna che la distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo è faccenda complessa, che temo non possa essere ricondotta all'opposizione fra "operai dell’industria, della agricoltura, dei servizi produttivi" e "tutti coloro, e sono tantissimi che lavorano (si fa per dire, in molti casi) e percepiscono uno stipendio pagato dalla pubblica amministrazione nelle sue diverse strutture amministrative".

In Italia esiste, bensì, il problema di una pubblica amministrazione usata come mero strumento di distribuzione del reddito (e naturalmente anche acquisizione di consenso e scambio di favori), in assenza di una previdenza sociale universalistica, e questa è senz'altro una tara che pregiudica, sotto molti aspetti, il funzionamento della pubblica amministrazione stessa. Insomma, ci sono i costi delle inefficienze, e ci sono i costi delle politiche sociali che andrebbero realizzate come tali e non attraverso assunzioni nella PA, ma ci sono anche dei costi che sono puramente e semplicemente quelli necessari per il funzionamento di una pubblica amministrazione. Se è così, di fronte al suo articolo, la domanda da porsi è: una volta eliminati questi costi, riteniamo necessario e opportuno avere una pubblica amministrazione, e pagarne il prezzo?
Perché se crediamo che, puramente e semplicemente, un paese moderno non possa fare a meno di una pubblica amministrazione, e persino di una serie di servizi pubblicamente offerti e amministrati (e medici e insegnanti, che Lei rubrica fortunatamente fra i lavoratori produttivi, offrono anch'essi un servizio pubblico e sono retribuiti con risorse pubbliche) se crediamo questo, dico, dovremmo smetterla di usare l'equazione "pubblica amministrazione uguale parassitismo", da cui non possiamo cavare alcuna indicazione utile, e cominciare invece a domandarci in che modo ottenere il massimo risultato dalla spesa che sosteniamo pubblicamente.

Gli sforzi in questa direzione ci sono, e sono molti, e in molti casi eccellenti - il nostro SSN ha, in termini di efficienza, il secondo miglior risultato fra paesi OCSE, e uno dei sistemi di programmazione e gestione meglio sviluppati al mondo.
Questi sforzi si scontrano, naturalmente, con il problema della funzione sociale della spesa pubblica, ma sono gravemente ostacolati proprio dall'assunto che i dipendenti pubblici siano parassiti, troppi in ogni caso: per esempio, il blocco del turn over così spesso previsto nelle finanziarie dell'ultimo decennio ha significato penalizzare le amministrazioni efficienti, che non avevano un eccesso di personale rispetto alle loro effettive necessità. Oppure, in concreto, può succedere che un ospedale acquisti un apparecchio radiografico di ultima generazione, e non possa farlo funzionare a tempo pieno perché ha il divieto di assumere i radiologi che dovrebbero utilizzarlo.

Infine, questo assunto è dannoso in modo più profondo, e apparentemente difficile da intendere per molti riformatori della PA. Il modello Agusta, che lei giustamente cita, ha bisogno di due fattori essenziali e correlati: responsabilità, da parte dei lavoratori, e riconoscimento da parte dell'organizzazione. L'una non si può dare senza l'altra, e questo fa parte dell'abc del management, da Mintzberg in poi: io mi sento responsabile del mio lavoro, e lo firmo, e sono leale e collaboro con l'organizzazione, perché l'organizzazione mi riconosce degno di questa responsabilità e riconosce il valore del mio contributo. E' un rapporto di fiducia. Se l'organizzazione mi dà del parassita, non attribuisce valore al lavoro che faccio, concentra i suoi sforzi non sulla collaborazione ma sulla sanzione e il controllo, questa fiducia, e con essa responsabilità, qualità ed efficienza del lavoro, smettono di essere possibili.

martedì 8 marzo 2011

the freedom to choose not to work

Potremmo metterla così: ci sono dei beni, e c'è qualcosa che dà al singolo il diritto di goderne. O meglio: qualcosa in nome di cui il singolo reclama per sé il diritto di goderne.

Questo è il nucleo primordiale del problema: il nucleo che sta prima del lavoro, e anche prima della discussione su cosa sia bene, e di cosa sia "un" bene.

Questo qualcosa può essere il possesso di titoli di rendita (una casa da affittare, delle azioni di borsa ...) o il possesso di qualcosa da dare in cambio, vendere, per esempio: il tuo lavoro (e con esso le tue capacità, le tue conoscenze ..., se ci sono), o il tuo corpo, o la tua lealtà e sudditanza.

In Italia si è spezzata la promessa che sia il lavoro la cosa che, venduta, ti garantisce le risorse per vivere.

Bisogna quindi vendere qualcos'altro.

Cosa dia diritto ad accedere a queste risorse, infatti, non è chiaro, ma la via più appariscente per accedervi è quella che passa per la mafia o per il mondo dello spettacolo. Non stupisce che ragazzi e ragazze, che colgono il nuovo prima e meglio di noi, concentrino le loro aspirazioni e speranze su uno dei due o tutti e due.

Il lavoro non è più necessario (non così tanto, non nella forma in cui lo conosciamo) e così per poter lavorare siamo costretti a produrre cose inutili, come le armi o le automobili, e poi non sapere come sbarazzarcene.

Ma se il lavoro non è più necessario, se non in misura minima in rapporto alla quantità di beni e servizi che si producono, l'offerta di lavoro è mantenuta artificialmente alta rispetto alla domanda ridotta. E' mantenuta artificialmente alta con la finzione che il lavoro sia necessario per procurarsi un reddito, cioè una quota dei beni e servizi che si producono: ma è una finzione a cui non crede più nessuno, proprio perché l'esperienza ci ha insegnato che di tutti i titoli che danno diritto a ottenere una quota di risorse il lavoro è il peggiore: il meno remunerativo, il più costoso per la vita individuale. Molto meglio la rendita, la parentela, la fedeltà politica, la mafia, la vendita del proprio corpo, o qualsiasi altro strumento fantasioso.

Il lavoro, allora, o meglio la finzione che il lavoro sia necessario, diventa esclusivamente uno strumento di disciplina sociale: l'assegnazione di un "posto" alle cui regole l'assegnato deve attenersi, pena, appunto, l'esclusione: lavorativa e sociale.