sabato 4 luglio 2009

Presenza

Tutto comincia con un sì e con un no: col dire sì, o no, a quello che incontriamo. E' essenziale, è animale: questa cosa che mi viene incontro, posso usarla, o è una minaccia, posso mangiarla, o può mangiarmi?
Gehlen diceva che tutto il lavoro del divenire umano è ritagliare nella messe infinita di sensazioni che assalgono il neonato dei contorni di senso - che gli permettono di vedere le cose grazie al fatto che limitano la vista, tagliano via le infinite sensazioni di cui è fatto il carezzare l'erba con la mano e la trasformano nel concetto "carezzare l'erba con la mano".
Anche giudicare fa parte di questo tagliar via. Fa sentire bene, fa sentire che c'è un ordine nel mondo - e tu sei l'ordinatore, tu lo sai e lo fai, l'ordine, il tagliar via, la separazione del bene e del male in nome di dio, sei Adamo che dà un nome alle cose. Fa sentire bene, e rassicura: la minaccia è sotto controllo, la conosci, e conosci il male. E il male è fuori, è il resto che può essere torturato.

E' la maledizione.
Che il sano sia non avere problemi è una fantasia cristiana. Sano è essere capace di mangiare quel che hai in bocca. Non: un buono e un cattivo, il buono che deve essere salvato, il cattivo che deve soffrire. In questo modo torturiamo tutto il resto perché non appartiene al dio buono. Creiamo un confine: dentro, il dio buono, fuori, tutto ciò che dev'essere torturato. Tutto quello che ti si avvicina viene giudicato. Tutte le tue decisioni sono prese su questa base, invece di entrare nel profondo rispetto di tutte le tue relazioni (Guru Dev Singh, Milano, 24 maggio 2009).

La presenza è il profondo rispetto di tutte le tue relazioni.
Non: Il Male, ma questo essere qui con cui sono in relazione ora, su cui le mie azioni hanno delle conseguenze, e le cui azioni hanno conseguenze per me.
Non: La Sofferenza del Mondo, ma questa sofferenza qui che le mie azioni possono alleviare, inasprire, o magari non possono proprio niente.

Il Male e il Bene non sono che un altro modo di essere altrove.

2 commenti:

  1. questo post mi ha fatto pensare a due mie "diverse" fonti letterarie: Primo Levi e Büchner.
    Penso a Levi (ed in parte alla Arendt) ed alla banalità alla ripetitività del male (se è successo una volta può succedere ancora...) ed al Danton di Büchner, dove Robespierre critica il pensiero di danton, perchè "Nel pensiero c'è già il male, il peccato, l'azione è solo conseguente.."
    Strani giri di pensieri no? ma d'altronde sono così. vivacchio di citazioni! :-)
    Ciao

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  2. Vedo che la nostra Wahlverwandtschaft non fa che confermarsi - Primo Levi è molto importante per me.
    E quanto alle citazioni, non me ne parlare! ormai mi viene in mente una citazione per ogni e qualunque cosa, e il guaio è che la cito a voce alta. Così alcuni pensano che io sia molto colta, ma tutti gli altri pensano che io sia completamente pazza! D'altra parte, siamo citazionisti come il nostro amico WB, e ce ne vantiamo, no?

    Ma Büchner no, in effetti, non è un mio auctor - e no: io non credo e non dico che nel pensiero c'è già il male, ma che il pensiero può essere un alibi eccellente, un modo molto gratificante per chiamarsi fuori dalla relazione qui ed ora con queste-persone-qui e con questa situazione qui. Un modo per fare il male senza essere toccati da quel che si fa.
    Gehlen parlava anche della capacità di astrarsi da se stesso dell'uomo, della grandissima risorsa che è per l'umano la capacità di non essere qui, dove sto soffrendo la fame e la sete, e rinviando il bisogno raggiungere risultati migliori e più duraturi.
    E' una grandissima risorsa, ma è anche ciò che rende l'uomo la più feroce e pericolosa delle bestie - e in un bambino che tortura le lucertole la vedi, la scoperta di questa capacità di astrarsi e guardarsi da fuori, la curiosità per questa scoperta e l'interesse per sperimentare ancora questa sensazione di astrazione.
    E' una grandissima risorsa, ma se c'è una maledizione sulla specie umana è questa.

    Infine, la Arendt: il modo in cui il suo acutissimo pamphlet su Eichmann è stato ridotto, nella recezione, a "la banalità del male" è una cosa che mi disturba profondamente. La Arendt dice altro: denuncia il processo ad Eichmann come processo mediatico il cui scopo è dimostrare la necessità di uno stato degli Ebrei, e osserva come il Grande Processo all'Incarnazione del Male sia un po' guastato dalla banalità del personaggio incriminato.

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