lunedì 23 maggio 2011

Le ragioni del dialogo

Il dialogo, l'ascolto, sono i nostri valori: valori fondanti al punto che un discorso sulle loro ragioni non può che essere puro esercizio retorico, noia. Posso pure farlo, questo esercizio, spiegare perché dal principio dell'autodeterminazione individuale discendono questi valori, quale concezione della verità sia implicita in essi, perché bisogna essere disposti a cambiare nel dialogo, ecc. ecc. Ma, appunto, mi annoio.
Eppure, in realtà, anche per ascolto e dialogo ci vuole una ragione perché si dia qualcosa piuttosto che il nulla, e il semplice fatto che ascoltare e dialogare siano imperativi morali non significa niente: non ci dice nulla sul come, non ci spiega perché a questi imperativi sia così difficile ottemperare, li lascia esposti alla cattiva coscienza e al pentimento come una virtù impraticabile ma a cui bisogna inchinarsi, un'occasione di ipocrisia (L'ipocrisia, diceva La Rochefoucauld, è l'inchino che il vizio fa alla virtù), un memento mori.
Perché dialogo e ascolto significano rumore, complicazione, cose nuove da raccogliere entro un senso, lavoro, confusione.
E ci sono quelli che predicano il dialogo, e si sforzano di praticarlo, ma non ne hanno bisogno. Hanno una forza propria, e io li ammiro per questo, e mi piacerebbe essere così, avere tutto in me: progetto, domande, strada. Mentre io davvero non so pensare da sola, non so parlare se non rispondendo: ed è il mio limite.
Che, avendo tutto in sé, si sforzino all'ascolto, è per me un'altro motivo di ammirazione; o di ammirata diffidenza.
Perché vedo bene la forzatura: hanno tutto in sé, e il rumore, la complicazione, le cose nuove da raccogliere in un senso non aggiungono niente se non confusione. Ma proprio per questa forza il loro percorso è solitario, l'Altro lo possono amare, aiutare, forse persino riconoscere nella sua alterità: ma non ne hanno bisogno. Hanno bisogno, a volte, di ricevere conferme, di spettatori, di chi gli dica: "continua così": ma questa è una debolezza, non è dialogo.

Io no,

sabato 14 maggio 2011

Perché ho paura della lega

Jan suppongo che il cancro di cui lei parla sia la rete di interessi, conoscenze e favori che lega partito, centrali cooperative, sindacati, Unipol, Hera ... Rispetto a questo il "que se vayan todos", l'idea che una sconfitta di Merola sia la cura, è un sentire diffusissimo nel mio ambiente.
Ma io non sono d'accordo, soprattutto non se la cura è la Lega, e questo per due ragioni:
‎1) il potere rappresentato da centrali cooperative, cup, hera ... cambierebbe semplicemente alleato e punto di riferimento, e già dei passi in questo senso mi pare che le coop li stiano facendo.
‎2) Bologna è una città legale e curiale, l'unica, se non ricordo male, il cui patriziato si consegnò senza combattere al papa (in cambio di larghe autonomie, certo). La sua forza e la sua differenza sono - scusi la parola desueta - nel popolo, e nella sua tradizione di operosità (e due: mammamia, oggi sembro uscita da libro cuore!) e solidarietà contadina e poi industriale: ma di piccola e bassa industria, che fa la differenza rispetto alla Lombardia; e nella tradizione della partecipanza di Matilde di Canossa; e nella tradizione dell'anticlericalismo, che fa la differenza rispetto al Veneto (proprio perché eravamo stato della chiesa); e nella tradizione socialista, che è universalista, e fa la differenza rispetto alla Lega.
Rispetto a tutte queste differenze, la Lega non rappresenta la cura, ma un altro e peggiore cancro che si inserirebbe sin troppo bene nel tessuto di questa città: la sua anima legale e curiale ci andrebbe a nozze, la solidarietà all'interno di un "noi" chiuso e ristrettto è proprio la specialità della Lega, e l'unica cosa che andrebbe perduta e distrutta è la differenza più importante, ma più superficiale e recente, meno radicata: l'apertura e l'universalismo, il "nessuno escluso", l'internazionalismo. Ma senza di questi, Bologna è una città di provincia come tante altre, non migliore di Verona o Biella.
Insomma, Bernardini forse disturberebbe una parte - ma non il tutto - dei poteri costituiti bolognesi, ma in cambio distruggerebbe quello che Bologna ha di più originale e prezioso: l'universitas, che fra parentesi è anche l'unica cosa, io credo, che può portare l'Italia (economicamente, politicamente, culturalmente) fuori dal pantano provinciale in cui è sprofondata.
Perché il problema, con la Lega, oltre al disgusto che personalmente mi ispira, è che la chiusura, la solidarietà limitata a un sempre più piccolo "noi" è proprio sbagliata: è sbagliata economicamente, politicamente, culturalmente. Economicamente, la chiusura alle persone e non alle merci è una catastrofe, e la lotta agli immigrati come persone (oltre a rendere ingovernabile il fatto dell'immigrazione) ha creato una enorme fetta di popolazione che prima che essere senza diritti è senza forza contrattuale, quindi bassi salari (fra i più bassi d'Europa, più bassi che in Grecia) per tutti: e i bassi salari sono il seme del sottosviluppo, come ogni economista in buona fede può confermare. Politicamente, una comunità è viva se è fatta di scambi, di apertura, di fiducia reciproca, e sennò si ripiega ed arretra. Culturalmente ... c'è bisogno di spiegarlo?

giovedì 12 maggio 2011

Flessibilità

A Sergio Bologna (http://www.precaria.org/come-si-fa-a-difendere-la-democrazia-di-sergio-bologna.html/comment-page-1#comment-17158): quel grande di cui siamo scolari mi pare usasse anche l'espressione "schiavitù del lavoro salariato", e che auspicasse un mondo in cui la stessa persona è falegname al mattino, pescatore al pomeriggio e intellettuale la sera ...
Non è che la flessibilità potrebbe essere un falso nemico, che ci impedisce di vedere quello vero? Potremmo parlare invece del fatto, per esempio, che il diritto a vivere, avere una casa, mangiare, curarsi, avere figli ... i diritti della democrazia sostanziale di cui parli, insomma, sono appunto diritti, e non devono dipendere dall'avere un padrone? Siamo messi così, che il meglio che rivendichiamo è poter avere lo stesso padrone per tutta la vita, invece di rivendicare la possibilità di essere noi a mollarlo, il padrone, ma sapendo che non per questo finiremo su una strada.

(" i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che dominano nella Germania colta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava Spinoza: come un “cane morto”. Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore " K. Marx, Il capitale, libro I, Editori Riuniti, Roma, 19645, pag. 45)

martedì 10 maggio 2011

"Partire dalle lotte"

A me quelli che fanno i rivoluzionari sulla pelle degli operai (e ci metto anche Sorel) fanno girare vorticosamente i coglioni. Quale mito dello sciopero generale?! Lo sciopero generale rivoluzionario lo fai quando hai la forza di farlo, non quando meno della metà degli operai ha un contratto tradizionale e tutti gli altri hanno ciascuno un contratto diverso dagli altri, tutti contro tutti per farselo rinnovare a tre mesi. La FIOM è in ginocchio per questo, non perché la Camusso è tanto furba! "Partire dalle lotte"?! Quali, con che forze? E soprattutto: con quali obiettivi? Io sento solo degli intellettuali fighetti che quando parlano di precariato intendono la giustificazione del fatto, inconcepibile, che loro non sono ancora "strutturati" all'università: machissenefrega!

giovedì 5 maggio 2011

Que hacer

qué hacer con la pureza y con la ira
si delante de ti se te desgrana
el racimo del mundo
y ya la muerte ocupa
la mesa
el lecho
la plaza
el teatro
la casa vecina
y blindada se acerca desde Albacete y Soria,
por costa y páramo, por ciudad y río,
calle por calle,
y llega,
y no hay sino la piel para pelearle,
no hay sino las banderas y los puños
y el triste honor ensangrentado
con los pies rotos,
entre polvo y piedra,
por el duro camino catalán
bajo las balas últimas
caminando
ay! hermanos valientes, al destierro!

(Neruda, Memoriale de Isla Negra, El fuego cruel)

martedì 3 maggio 2011

Buenos Aires, 23 febbraio 1999

Noi, la Associazione “Madres de Plaza de Mayo” supplichiamo, chiediamo a Dio in una immensa preghiera che si estenderà per il mondo, che non perdoni Lei signor Giovanni Paolo II, che denigra la Chiesa del popolo che soffre, ed in nome dei milioni di esseri umani che muoiono e continuano a morire oggi nel mondo nelle mani dei responsabili di genocidio che Lei difende e sostiene, diciamo: No lo perdone, Señor.
Adesso non ci rimangono dubbi da che parte Lei stia, però sappia che sebbene il suo potere sia immenso non arriva fino a Dio, fino a Gesù.
Signor Giovanni Paolo, nessuna madre del terzo mondo che ha dato alla luce un figlio che ha amato, coperto e curato con amore e che poi è stato mutilato e ucciso dalla dittatura di Pinochet, di Videla, di Banzer o di Stroessner accetterà rassegnatamente la sua richiesta di clemenza.
Ci rivolgiamo a Lei come ad un cittadino comune perché ci sembra aberrante che dalla sua poltrona di Papa nel Vaticano, senza conoscere né aver sofferto in carne propria il pungolo elettrico (picana), le mutilazioni, lo stupro, si animi in nome di Gesù Cristo a chiedere clemenza per l’assassino.
Signor Giovanni Paolo II,