sabato 20 febbraio 2010

progetto

"un progetto politico di cui occorre mostrare il carattere non utopistico" - hic Rodhus, hic salta, qui è il lavoro da fare: il potere-capacità di fare è lo stesso del potere-dominio, oppure no?

Comunque, qui sta il progetto, e qui la discussione (su minimokarma, tanto per cambiare)  :
<<Potere, pre-dominio e dominio: Dolci e Foucault
    Il potere (nel senso di essere capace di, capacità di azione) in sé non è affatto negativo: la sua carica positiva -l’intuizione etica avverte - dipende dalla sua capacità di aprirs a comunicare. Sovente nelle più fonde intuizioni religiose, vero potere risulta l’amore. Il potere si distingue, purificandosi, dal dominio, abuso di potere. Marco scrive che Gesù dice ‘la potenza’ per nominare Dio.
D. Dolci, Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci 1997, p. 5.
Non è probabilmente esagerato dire che in questa distinzione tra potere e dominio è uno dei contributi più rilevanti della riflessione di Dolci. E’ una distinzione che è parte di una più ampia dicotomizzazione: da una parte ci sono il potere, la forza, l’amore, la comunicazione, la relazione maieutica, il germe, il nomos, dall’altra ci sono il dominio, la violenza, l’odio, la trasmissione, la relazione gerarchica, il virus, la legge. In ultima analisi, si tratta della opposizione tra la sanità e la malattia. Un mondo sano è quello nel quale si comunica in modo pieno, reciprocamente adattandosi, senza che nessuno schiacci l’altro, mentre è malato un mondo nel quale alcuni, come virus, prosperano in modo parassitario a spese degli altri, spezzando la circolarità della comunicazione. C’è, bene evidente, il rischio di una semplificazione, proprio negli anni in cui Dolci cerca di leggere la realtà ricorrendo alla teoria della complessità. E’ realmente possibile distinguere, nelle situazioni concrete, il potere dal dominio, la forza dalla violenza, l’amore dall’odio? Non è forse la realtà, proprio perché complessa, sempre intessuta dell’una e dell’altra cosa? Consideriamo la scuola. Per Dolci, essa è il luogo del dominio, della trasmissione, dei rapporti malati. Molta della riflessione critica sulla scuola gli dà ragione. Ma è davvero la scuola solo questo? Non è forse sempre anche altro? Non è anche il luogo nel quale è possibile, sia pure per accidens, una comunicazione aperta? La realtà, anche quella istituzionale, è molto più fluida di quanto Dolci non sembri supporre, oscilla dall’uno all’altro polo. La stessa natura porta segni tanto della relazione maieutica quanto della relazione virale, e non basta dire che la prima è sana e la seconda malata, perché ciò vuol dire introdurre una pretesa etica nella considerazione di ciò che evidentemente è al di là del bene e del male.
A livello teorico, tuttavia, la distinzione di potere e dominio, l’individuazione dei due poli, è preziosissima. Benché il linguaggio comune e gran parte della riflessione continuino ad usarla in senso negativo, per indicare la possibilità che alcuni hanno di fare certe cose ad altri, o di far fare certe cose ad altri, la parola potere indica in primo luogo il soddisfacimento dei bisogni primari dell’organismo. Mangiare è un atto di potere. Mangia chi ha la possibilità di farlo. Chi non può, perché ad esempio non ha il denaro per acquistare il cibo, è condannato a morire. Il potere è una facoltà al servizio della vita. Poiché l’uomo è un essere sociale, il potere ha una dimensione collettiva. Fatta eccezione per casi estremi, la possibilità del singolo di procurarsi il cibo è legata alla struttura della collettività di cui fa parte. Un italiano è in grado materialmente di mangiare perché vive in un paese economicamente avanzato, collettivamente in grado di nutrire i suoi cittadini, sia pure con disparità e contraddizioni.
L’uso del potere non è dunque negativo, né asociale. Ma Dolci parla di un suo abuso, il dominio. Nella situazione di dominio, il soddisfacimento di un mio bisogno avviene a spese dell’altro. Continuando con l’esempio dell’alimentazione, c’è dominio quando io mangio del cibo togliendolo al prossimo. A dire il vero, durante una carestia una un simile atto attinge una sua legittimità. Di fronte al problema della sopravvivenza le idee correnti sul bene e il male sono sospese. Se c’è un solo boccone per dieci affamati, quei dieci si ammazzeranno l’un l’altro per ottenerlo, e ciò in base alla stessa legge della sopravvivenza. In altri termini, anche in questo caso si tratta di potere, e non di dominio. C’è dominio quando la sopravvivenza è fuori questione. Se io sono sazio, e tuttavia impedisco ad altri di mangiare, o di mangiare in modo sufficiente, io sto esercitando un dominio. E’ evidente che una teoria del potere ha bisogno di una teoria dei bisogni. C’è potere quando c’è la soddisfazione dei bisogni vitali, c’è dominio quando, per soddisfare i propri bisogni non vitali, si ledono i bisogni vitali altrui.
La distinzione concettuale tra potere e dominio si trova in Foucault, con qualche differenza rispetto a quella di Dolci che è interessante approfondire. Per Foucault il potere non esiste al di fuori delle relazioni, ed ha sempre un carattere fluido. C’è potere quando qualcuno fa fare all’altro ciò che desidera. L’accento qui non è sull’accesso alle risorse, ma sul direzione del comportamento altrui (evidentemente al servizio di un bisogno proprio, essenziale o meno). Tutte le relazioni di potere per Foucault hanno un margine di libertà e possono essere rovesciate. Chi subisce il potere può ribellarsi , resistere o, al limite, suicidarsi. Vi sono però situazioni in cui questo margine si libertà è ridotto al minimo. Quando una relazione non è più fluida, ma fissa, non si può parlare più di potere. C’è dominio quando “le relazioni di potere sono fissate in modo da essere perpetuamente asimmetriche e da limitare estremamente i margini di libertà” (1). La considerazione di questa fluidità sembra essere ciò che manca a Dolci. Non è chiaro in che modo si passi dal potere al dominio, dalla piena posivitità del primo all’assoluta negatività del secondo. In Foucault, d’altra parte, manca l’idea di un potere che non tenda all’asimmetria, come se ogni relazione umana fosse caratterizzata dal tentativo di sottomettere l’altro.
Proviamo dunque a leggere Dolci alla luce di Foucault e Foucault alla luce di Dolci. Possiamo distinguere e chiarire terminologicamente come segue. Il potere è, come sostiene Dolci, la possibilità di fare, soddisfacendo i propri bisogni essenziali. Esso non ha un carattere negativo. Sono possibili relazioni umani simmetriche, nelle quali gli uni soddisfano i propri bisogni insieme agli altri. Quando invece la relazione tende all’asimmetria e si sbilancia a favore di uno dei soggetti, si ha qualcosa che non è più potere e non è ancora dominio. Possiamo chiamarla relazione di pre-dominio. Nel dimensione del predominio un soggetto cerca di assoggettare l’altro ai suoi bisogni, ma la situazione è ancora fluida, c’è la possibilità concreta di resistere e di rovesciarla. C’è infine il dominio, che è la fissazione normativa, socialmente riconosciuta ed accettata, di una situazione asimmetrica. Il fatto che tale situazione sia socialmente accettata o addirittura normata non vuol dire che sia eticamente giusta. Essa può anzi configurarsi come una vera e propria rapina. Tale è il dominio economico e politico di alcuni stati su altri, giustificato con “ragioni” che fanno pensare alla favola del lupo e dell’agnllo, e che tuttavia ottengono una tacita approvazione dell’opinione pubblica.
La zona intermedia del pre-dominio è quella propria della competizione, dell’escalation simmetrica. Potere e libertà, nota Foucault, vanno di pari passo. All’accusa di vedere il potere ovunque, obietta che ovunque vede anche la libertà (2). Ma in cosa consiste questa libertà? La libertà di uccidersi? Ed è desiderabile una società in cui la libertà si riduca a questo - ribellarsi, al limite con il suicidio? Il bellum ombia contra omnes sembra essere per Foucault preferibile al Leviatano, poiché la fluidità del primo è compatibile con la libertà, mentre la compattezza del secondo no. Ora, al di là del fatto che è difficile immaginare una situazione di dominio che annulli del tutto la libertà (soprattutto se con Foucault consideriamo anche il suicidio politico come un atto di libertà), ciò vuol dire considerare l’uomo condannato ad una dialettica senza fine di sottomissione e ribellione, di relazioni bloccate e di violenti rivolgimenti. Dolci aggiunge a questa prospettiva la figurazione di una terza possibilità, quella di una società pre-asimmetrica, di una dimensione pacifica nella quale il soddisfacimento dei bisogni non comporta competizione, e il tentativo di predominare è patologico. Questa possibilità - il potere, simpliciter - si presenta in Dolci come il livello zero, la condizione di base dei rapporti umani, la dimensione della sanità. Così non è, in un contesto economico e sociale caratterizzato dal capitalismo, vale a dire dalla competizione e dal pre-dominio, un sistema nel quale anche le relazioni naturalmete simmetriche e creative - come quella erotica - tendono alla competizione. Una società del potere, in tale contesto, non è probabilmente un dato che si possa semplicemente accertare (come Dolci tenta di fare), quanto piuttosto un progetto politico di cui occorre mostrare il carattere non utopistico. E poiché il dominio non è un mondo compatto che fronteggia il mondo intatto del potere, ma la fissazione, la cristallizzazione della realtà magmatica del pre-dominio, il progetto di una società nonviolenta non può partire che dall’analisi delle relazioni di pre-dominio e dalla considerazione della possibilità di portarle verso il potere.
(1) M. Foucault, L’etica della cura di sé come pratica della libertà, in Antologia. L’impazienza della libertà, tr. it., a cura di Vincenzo Sorrentino, Feltrinelli, Milano 2008, p. 245.
(2) Ibidem.
 http://minimokarma.blogsome.com/2010/02/20/dolci-e-foucault/

martedì 16 febbraio 2010

Danilo Bonvicini - siamo rimasti soli ora che Dio se n'è andato

Siamo rimasti soli ora che Dio se n'è andato,
soli negli asettici alveari di cemento,
dentro le antiche torri e nei viali dimenticati.
Rivolgiamo gli occhi pesanti a cercarne le vestigia
fra le cose del mare e della terra,
frughiamo nei bidoni unti agli angoli di strada,
fra le cosce delle puttane gettate sotto i lampioni.
Siamo soli adesso a camminare nei cortei
e a gridare l'ingiustizia del sudore
ai cancelli delle fabbriche fuori città;
paghiamo tutto il nostro oro per il suo nome
inciso sule auto usate e sulle scatole di preservativi.
Ora che ci ha lasciato soli le sirene secche
degli uomini travestiti da nazisti
sono troppo alte nelle orecchie dei bambini;
e i cani leccano il sangue e la libertà
che esce dalle teste rotte sulle piazze.
Le scritte sui muri come le parole del Libro
ci ricordano in modo ossessivo e falso
il dolore di tante crocefissioni consumate
da indegni sacerdoti nelle aule dei tribunali,
negli ospedali che rivendono i cervelli dei poeti
nelle case popolari che succhiano la miseria.

Ora che siamo rimasti soli aspettiamo
suicidandoci ogni mattina per noia
nella speranza di una resurrezione serale.
Ora che siamo rimasti soli chiediamo
al vicino di aiutarci a pregare sull'uscio di casa
per ritrovare la fede da sciupare nelle bestemmie
e nelle decrepite grida della nostra condanna.

Danilo Bonvicini
Sottili come la polvere
Tipografia compositori, Bologna 1988

venerdì 12 febbraio 2010

Gli amici del silenzio

Leggendo Il Dio di Gandhi ho capito finalmente il senso delle cose che Pier Cesare Bori cercava vent'anni fa insieme a un gruppo di cui facevo parte, e mi è venuta voglia di rivederlo.
Così gli ho telefonato - e sono immediatamente stata coinvolta nell'incontro del gruppo, che continua ancora oggi (le persone sono cambiate, Bori pure, il modo di incontrarsi anche ... ma è lo stesso gruppo, anche se non lo è).

Bori lo chiama gruppo di lettura, e in effetti vent'anni fa si trattava di leggere insieme i testi delle tradizioni religiose, con l'idea sottesa che tutti i "grandi" testi esprimano un'unica verità - dove per "grande testo" si intendeva testo importante per almeno una tradizione religiosa (o quasi-religiosa: il Simposio fu fra le nostre letture), e che questa verità consenta di costruire un percorso etico fra culture.
Io, che sono una rompiscatole contestatrice, contestavo questa idea, sostenendo che sono grandi testi anche quelli di Primo Levi o Albert Camus.
Ma capisco, oggi, che Bori aveva le sue ragioni: c'è, nei testi fondanti di una tradizione (e il Simposio è tra questi), o meglio si può cercare, una forma specifica di verità, che è quella che Bori cercava, e che è, credo, il Dio Verità di Gandhi. E' possibile che questi testi parlino tutti di una stessa cosa in forme diverse, e che questo contenuto sia quello che suscita devozione e ne fa dei libri sacri. Oppure è possibile che la devozione venga prima, imposta con la spada e con la conquista, e sia devozione al gruppo e al potere che con quella tradizione religiosa e quel testo si identificano, e solo dopo questa devozione venga riempita di contenuti veramente sacri, veri, divini, da tutti gli uomini che si trovano in quel mondo e interpretano la propria verità attraverso quel testo (e in questo caso le letture del testo, in sé insignificante, sarebbero più importanti del testo stesso).
Fatto sta che per me la tradizione non riesce a essere un criterio di verità, neanche se si tratta di mettere insieme diverse tradizioni, e un romanzo di Marion Zimmer Bradley, se dice una cosa che comprendo, per me ha un maggior contenuto di verità del Libro di Ester.


Oggi, si tratta di un gruppo di lettura in senso solo parziale: si leggono, e si commentano, testi di ogni genere, ma soprattutto si sta in silenzio.
Questa pratica del silenzio, Bori la cominciò credo proprio vent'anni fa. La prima volta che la mise in pratica me presente fu subito dopo la Tien An Men: tutti volevamo manifestare sdegno e solidarietà, lui radunò amici e sodali sotto le due torri, e li fece mettere in cerchio, tenersi per mano e stare in silenzio. A me venne una mezza crisi di nervi: ma come! dobbiamo fare qualcosa!

"Fare". Scrivere dei manifesti o partecipare a una manifestazione forse è "fare" più che starsene in cerchio in silenzio. O forse no.
Comunque, ora quando vado a questi incontri sono tutta contenta di starmene mezz'ora in silenzio, e mi sembra una cosa importante - una cosa che crea più solidarietà e mutua accettazione del leggere e discutere, e in cui mi sembra di trovare più verità che in qualsiasi testo.

E forse persino un "fare" più vero.

martedì 2 febbraio 2010

chi cerchia trova

da hazydave, il mio amico e compagno che ha il blues, copio e incollo:

ossido d'asfalto
sotto spesso
manto nervoso

superba luna
in limpido cielo
tra lame di nuvole e neve

chi cerchia trova
e chi trova
botte

marciapiedi insidiosi
al bar
il posto dei beoni

sei centimetri l'ora
fredda e ferma
la neve vera

angolo di Carteria
brividi su nera
faccia da blues

Modena centro
31.1 e 1.2.2010