domenica 22 novembre 2009

l'illusione del noi

Una volta hai usato questa espressione: la violenza del noi.
Già: la solidarietà nei confronti della propria comunità che comporta per ciò stesso l'espulsione e la violenza nei confronti di chi non ne è parte. La comporta necessariamente? è la domanda. Ogni "noi" si costituisce soltanto se è esclusivo, eventualmente omicida? Ogni comunità si costruisce sull'homo sacer?
Credo che la nostra scommessa sia proprio questa: dire che è possibile una comunità senza un fuori, senza de-finizione e senza confini, e che anzi, questa è l'unica possibile, ed è illusoria quell'altra, quella basata sull'esclusione. Illusoria, non solo su tutti gli inclusi pende la minaccia di essere loro i prossimi uomini sacri, ma perché è illusione il pensiero stesso di essere fra gli inclusi, di essere al sicuro quando non lo sono anche tutti gli altri.

Oggi parlavo con un amico argentino - 30.000 desaparecidos su 30 milioni di argentini, mi diceva, un genocidio. Vuol dire uno ogni mille, vuol dire che non c'è nessuno, in Argentina, che non avesse almeno uno, due o tre conoscenti fra quelli che sono scomparsi - lui, mi dice, conosceva una psicologa: in Argentina non c'è più nessuno psicologo di quella generazione. Tutti morti, perché questa professione era sospetta. E tutti gli argentini di oggi, mi diceva ancora, si portano dietro il senso di colpa di non aver detto niente, non aver fatto niente. Ma se non dicevano o facevano niente non era solo per paura, dice, ma perché di ciascuno che scompariva ci si diceva: - ah, ma quello lì evidentemente faceva casino, aveva fatto qualcosa ...
E intanto, una generazione è stata massacrata, perché uno faceva un mestiere sospetto, un altro era sulla rubrica telefonica di uno che era sulla rubrica telefonica di uno che ... . E intanto, ogni notte giravano auto senza targa che portavano via le persone, e nessuno diceva niente perché ci si era ("come si dice, in italiano?") assuefatti. Così come, dice, ci siamo assuefatti alle navi che affondano nel mediterraneo, non ne parliamo neanche più.
(Un contatore, penso io, almeno un contatore andrebbe fatto, come quello dei civili morti grazie alla missione di pace in Iraq. Un contatore andrebbe fatto su tutto: i morti affogati, i lavoratori ammazzati dal padrone perché pretendevano la paga, i rom ...).

Ci si illudeva, insomma, di appartenere a un "noi" che non sarebbe stato toccato.

Anche gli ebrei che furono deportati a Treblinka, racconta Jean François Steiner, ancora nel ghetto si illudevano che solo chi dava fastidio venisse deportato, poi chi si faceva notare, poi chi aveva la tesserina gialla i giorni dispari o la tesserina rosa i giorni pari, poi, già incolonnati verso il campo, chi prendeva la colonna di destra oppure quella di sinistra. E così, invece di ribellarsi o cercare di scappare si preoccuparono di non dare fastidio, poi di non farsi notare, poi di procurarsi la tesserina rosa, poi di scegliere la colonna di destra, o quella di sinistra.

Così come ci illudiamo, noi, oggi, di essere al riparo dai massacri, dalla fame, dalla violenza da cui fuggono gli altri, grazie al diritto acquisito dato dall'essere italiani, e chiudiamo gli occhi, ci assuefacciamo alle barche che affondano, perché questo è il prezzo da pagare per essere il noi italiano, per attaccarci alla barca che ancora sta a galla.

1 commento:

  1. Non capisco. Non so dire qualcosa ma lo vorrei e lo faccio, lo sto facendo. Per avere l'impressione di aver capito qualcosa, e dare qualcosa, mi rifugio nel campo di conoscenze che coltivo - non so se è coltivare, o setacciare come i cercatori d'oro l'acqua di un fiume, alla ricerca di pepite. Il dire che leggo in questo post e nel tuo commento all'ultimo post di Antonio Vigilante mi sembra connesso alla grande questione dell'istinto di morte. Dire "Io" - fare l'Io - comporta una qualche delimitazione, con un dentro e un fuori. Tra i due grandi istinti ipotizzati dalla psicoanalisi, è ritenuto espressione, atto, dell'istinto aggressivo più che di quello sessuale. Fare il "Noi" è atto analogo, credo. E' anche in questo caso una delimitazione, con un dentro e un fuori: noi e loro, gli altri. Ci sono due posizioni, a proposito di questo ipotizzato atto costitutivo di un Io, e, credo, di un Noi. C'è chi lo ritiene atto aggressivo distruttivo - tendenzialmente, è chiaro, ma forte tendenza, fortissima: istinto, detto di morte da Freud, quando nel 1910 scrisse "Al di là del principio del piacere" rivedendo la sua precedente posizione teorica nella quale aveva postulato l'esistenza di un istinto di autoconservazione, un istinto dell'Io non necessariamente aggressivo nel senso di dare, fare la morte, né verso l'esterno né verso l'interno (il masochismo, che fu uno dei fenomeni che lo portarono a rivedere la sua posizione verso questo atto costitutivo dell'Io, e credo del Noi). Più che telegraficamente: c'è un errore almeno epistemologico ma credo anche psicologico in questa operazione mentale per cui la costituzione di una qualche forma di delimitazione seppur sottile e sensibile intorno al Me (la pelle del corpo) implicherebbe necessariamente aggressività distruttiva, violenza, istinto di morte.
    A proposito dell'istinto di morte alla nascita come corredo istintuale umano e quindi alla nascita dell'Io, piuttosto che come deviazione, scissione della fusione tra aggressività e sessualità, successiva ad un originario assetto istintuale non violento, nessuno può dire come stanno le cose (è metapsicologia, non psicologia) ma ciò che si dice ha valore psicologico nel senso che manifesta un insieme di credenze che tendono a rendersi coerenti tra loro con catene di implicazioni e "conferme" nella realtà osservata. Non è solo manifestazione di un insieme più o meno integrato di idee, ha anche un suo potere, come lo hanno tutte le idee significative: ha un potere psichico, che può essere oggetto di studio psicologico di tipo sistematico. Insomma, non è innocuo, pensare in un modo piuttosto che in un altro, e se non c'è la necessità di pensare una certa cosa, se non c'è evidenza della necessità di una certa teoria, allora vale la pena porsi il problema del come si tende a pensare una certa cosa piuttosto che un'altra.
    Pensare che qualsiasi forma di Io, o qualsiasi forma di Noi, abbia in sé inevitabilmente violenza verso l'esterno non è necessario, non è supportato dalla percezione della realtà, è anzi considerabile un errore epistemologico e una ideologia che fa finta d'essere realistica conoscenza delle cose del mondo. La violenza esiste, eccome, ma non è questo il punto, non è la sua esistenza ed osservabilità, bensì l'origine: se alla stessa nascita, corredo dell'homo sapiens, oppure trasformazione dell'assetto originario nel rapporto con l'altro essere umano. In questo secondo caso, per così dire a nascita non violenta, le cose possono anche andare bene nei rapporti - quanto basta per restare non violenti, pur essendo degli Io e dei Noi.

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