lunedì 25 aprile 2011

Concorso

Una volta si diceva, sul rapporto fra i moderni e gli antichi, "nani sulle spalle dei giganti. Ma quelli che in questo ventennio hanno preteso di "riformare" la costituzione non sono nani, e non sono saliti sulle spalle dei Giganti.
Apro un concorso: a cosa potremmo paragonarli?

sabato 23 aprile 2011

Sintesi hegeliana

Avevo preparato una piccola scheda su Hegel per il figlio di un'amica che faceva la maturità, il quale mi fece dire, ovviamente, che tutto quel che gli avevo scritto lo sapeva già ed era pure un po' banale (questo l'amica non riferì, ma io intuii).
Beh, a lui no, ma magari a qualcuno può tornar comoda, io la pubblico.

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Punto di partenza: la realtà è conoscibile? la filosofia antica e medievale da' per scontato che la realtà è esterna al pensiero e indipendente da esso ma è conoscibile dal pensiero. Da Cartesio in poi si mette in rilievo che la realtà conosciuta dal pensiero è essa stessa pensiero, rappresentazione umana. La realtà che conosciamo è la realtà in quanto conosciuta, pensata, non è la realtà stessa: è, dice Kant, "fenomeno" (da faino, apparire), realtà che appare al Soggetto conoscente attraverso l'attività con cui il Soggetto ordina i dati sensibili. Che al di là di questo fenomeno conoscibile esista un'ulteriore realtà, una cosa in sé da cui derivano le sensazioni ordinate dall'attività cosciente, noi possiamo pensarlo, ma non saperlo: la cosa in sé è, in quanto tale, inconoscibile (la cosa in sé si chiama "noumeno", prodotto della mente, perché a differenza del fenomeno possiamo solo pensarla, non conoscerla o percepirla).
Fichte vuole superare questa opposizione Kantiana fra fenomeno conoscibile e cosa in sé, e per questo afferma che l'unica realtà è lo stesso Soggetto conoscente, ossia lo Spirito, o Io trascendentale (trascendentale, non empirico: non io o te come soggetti conoscenti e pensanti). Non esiste una cosa in sé, perché è lo Spirito che, pensando se stesso, produce se stesso e le cose pensate.
Ciò che occorre comprendere, allora, è in che modo lo Spirito pensi e produca se stesso: per Fichte, attraverso il processo dialettico. Questo processo ha tre momenti: tesi, antitesi e sintesi
tesi: l'io pone se stesso come io infinito, puro e non limitato da alcuna determinazione.
antitesi: conoscendo se stesso, l'io infinito si determina, e ogni determinazione è una negazione (essere x vuol dire non-essere tutto ciò che è non-x). L'io in quanto conosciuto è oggetto del pensiero, non più soggetto conoscente, e per questo diventa Non-io. Quindi: l'Io pone il non-io. L'io in quanto pensato e conosciuto (oggetto) si contrappone, è opposto all'io conoscente (soggetto).
sintesi: l'io, conoscendosi, trova contrapposto a se stesso il non-io, che rappresenta un limite alla sua libertà assoluta e indeterminata. Fra questi due poli, io e non-io, c'è una contraddizione originaria, un'opposizione assoluta, e la sintesi è il tentativo infinito di superarla.

Non una gran sintesi, quindi, ed è qui che interviene Hegel: l'opposizione tra i due poli si supera nel divenire, ossia nel movimento dello spirito, in cui io e non io sono due parti di un unico processo. L'essenziale, allora, è comprendere la legge che governa questo processo, e questa legge è la dialettica, in cui la negazione contenuta nell'antitesi non è che negazione di quanto di limitato e rigido era contenuto nella tesi, e la sintesi è il superamento di questo limite.
"quello che si contraddice non si risolve nello zero, nel nulla astratto, ma si risolve essenzialmente solo nella negazione del suo contenuto particolare, vale a dire che una tale negazione non è una negazione qualunque, ma la negazione di quella cosa determinata che si risolve, ed è perciò negazione determinata. Codesta negazione è un nuovo concetto, ma un concetto che è superiore e più ricco che non il precedente. Essa è infatti divenuta più ricca di quel tanto ch'è costituito dalla negazione, o dall'opposto di quel concetto. Contiene dunque il concetto precedente, ma contiene anche di più, ed è l'unità di quel concetto e del suo opposto".

La dialettica è quindi la logica sottesa a ogni realtà, e quando Hegel parla di logica parla di dialettica. Questo è importante capirlo, perché la logica classica si basa sul principio di non contraddizione (se x è A, non può essere non-A), mentre per "logica" Hegel intende il modo necessario in cui ciascuna idea si sviluppa. In questo sviluppo, il principio di non contraddizione rappresenta la prima fase (la tesi): ogni determinazione dell'Idea si presenta in un primo tempo come assolutamente separata e opposta alle altre determinazioni (cioè, appunto, o A, oppure non-A, o Io, oppure non-Io), ma proprio perché assolutamente separata è limitata, in un certo modo falsa, e per questo incontra la sua negazione (antitesi), il movimento del pensiero che mostra questo limite, ossia la contraddizione in cui cade necessariamente l'idea quando viene assolutamente separata dal suo opposto. La contraddizione rappresentata dall'antitesi, dunque, spinge e costringe il pensiero a trovare una sintesi, un nuovo concetto più ampio che tenga assieme e comprenda il primo concetto e il suo limite, ossia che tenga assieme gli opposti comprendendone la relazione e togliendo l'assolutezza dell'opposizione.
Quindi, A implica non-A, ogni determinazione implica la sua negazione, e costringe il pensiero al superamento di A e non-A in una sintesi A' che dia conto, spieghi, comprenda entrambi i termini dell'opposizione.
Naturalmente, anche questo nuovo e più ampio concetto mostrerà il suo limite, la sua negazione, spingendo a una ulteriore nuova sintesi A'' che comprende e supera A', e così via.

La struttura del mondo è questo movimento dialettico dell'Idea.

Questo "metodo dialettico" è il cuore dell'hegelismo, e capito questo hai capito tutto.

lunedì 18 aprile 2011

Lutto nazionale


Questa settimana è così: funerea. Non conoscevo Vittorio Arrigoni, e non ho un centesimo del suo coraggio ma bisogna, bisogna, bisogna ricordarlo. Bisogna proclamare il lutto nazionale, che invece si riserva a chi va ad ammazzare in nome nostro.
Ma così è: il lutto, qui, lo proclamo io.

E riporto quello che scrive, meglio di quel che potrei fare io, Daniele Barbieri (http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/04/15/continuare-con-vittorio/)

Tenterò di parlare di Vittorio Arrigoni. Di amici e di pacifisti coglioni. Di Enzo, di Guido, di Sergio e Fabio. Di Rachel Corrie. E di censure. Soprattutto di cosa dovremmo cercare di fare oggi e domani: non per lui ma per noi che restiamo. Oltre il dolore… dobbiamo continuare.


Mi telefonano: “Lo conoscevi bene Vittorio Arrigoni ero? Ma eravate anche amici?”.

Se amicizia è ridere e soffrire insieme, avere esperienze comuni, abbracciarsi forte quando ci si incontra… sì Vittorio era un amico. Ma se oltre a questo c’è anche la voglia di cambiare il mondo, mettere in gioco se stessi per un ideale, avere la presunzione di dare un senso al vivere – perchè con altre/i si è protagonisti di un “pezzettino” della storia umana – allora la parola amico non basta; in altri tempi si diceva fratello, sorella oppure compagna, compagno… ci si intendeva subito. Oggi che le parole sono vuote è più difficile definirsi. Si può raccontare. Cercare di ridare il senso alle parole riempiendole di fatti invece che di fumo o di retorica.

Guardando ieri sera il video crudele che ostentava il viso ferito di Vittorio, io ho pensato subito a Enzo Baldoni che in Irak nelle mani dei sequestratori sorrideva, sembrava prendere in giro ancora una volte la morte in agguato. “Un coglione” come scrissero i giornalisti di destra. E coglioni ma soprattutto vigliacchi sono sempre i pacifisti perchè – così il ritornello, particolarmente ripetuto sul “Corriere della sera” a ogni s/proposito – non sono in prima linea. E se invece vanno al fronte disarmati e muoiono… di loro neppure si parla: la memoria pubblica cancellerà presto Vittorio, come Enzo Baldoni o come Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni che furono uccisi il 29 maggio ’93 in un’azione di pace in Bosnia con i giornalisti attenti per anni a non far capire quante armi l’Italia vendesse. E bisogna dimenticare in fretta o calunniare Rachel Corrie.

Rachel era millitante dell’ISM, come Vittorio e non aveva neppure 24 anni quando fu uccisa da un bulldozer israeliano il 16 marzo 2003 mentre cercava di opporsi all’abbattimento abusivo di una casa palestinese. Poco fa ho letto un messaggio di Cindy Corrie, la madre di Rachel, a Luisa Morgantini. Lo incollo qui, senza tradurlo (non so l’inglese).
Luisa,
My heart is breaking. I met Vik in Gaza in 2009 and have had short correspondence with him. I wrote to him last night, actually, before I knew he had been killed. I had to hope that he would survive to see that we were thinking of him and willing him to safety. From all I know, he was brave,
devoted, warm, gentle and wonderful. I am so sad and so sorry.
I’m thinking of you this morning, of all of our Italian friends, and of all connected to ISM as I try to absorb this cruelty.
At the moment, reaching out to friends seems the only thing to do. We are in Haifa for the trial in Rachel’s case and headed today to Bethlehem. If there is any way for us to be of help, please let me know.
My love to you and to all who mourn,
Cindy

Dei “morti” per costruire la pace con giustizia non bisogna parlare. E ancor meno bisogna parlare di quelle/i che sono vive/i, donne e uomini che rischiano la vita in molte parti del mondo. Per i media sono “bravi ragazzi” e “operatori di pace” o persino “volontari” (anche se prendono davvero molto soldi) i soldati italiani in missioni dette umanitarie e che quasi mai lo sono; ma i media presunti grandi non hanno spazio per Beati i costruttori di pace, per le Pbi o per Operazione Colomba. E quelli di Freedom Flottilla poi… calunniati anche da morti. C’era una giornalista italiana, Angela Lano, sulla nave sequestrata dagli israeliani e ha pubblicato un libro (“Verso Gaza”) per raccontare altri fatti, mostrare altre evidenze, cercare un’altra verità. Silenzio e censura per lei come per “Restiamo umani”, il libro che raccoglie le testimonianze di Vittorio. Ma zitti pure sui premi Nobel per la pace se ogni tanto si permettono di recitare un copione non previsto dai media o fuori “format” (ci sono opinioni e persino fatti che si possono scrivere solo da pag 19 in poi e/o trasmettere solo dopo le 23). Oggi ascoltavo in radio i giornalisti che dovendo “classificare” Vittorio ripetavano che era un volontario o cooperante: evidentemente nonviolento o pacifista devono essere parolacce.

Chi ha conosciuto Vittorio ricorda il suo corpo muscoloso ma anche gli anelli, i tatuaggi. Ero con lui (e con altre 50 persone, più donne che uomini ma comunque tutti “coglioni”) a Padova nel 2006 durante una lunga formazione nonviolenta per andare nel Congo che cercava di uscire da una guerra…. costata 4 milioni di morti ma che i “grandi media” non volevano raccontare. Noi andavamo disarmate/i proprio nelle zone più pericolose perchè (come già nel 2001) lì eravamo stati chiamati dalla “società civile” congolese: sensato o folle, chissà. Comunque andammo. In una discussione, una nostra formatrice (forse era Anna) disse ridendo a Vittorio una frase tipo: “c’è un problema che ti riguarda, lo sai?”. Nei miei ricordi la faccia di Vittorio era serissima nel risponderle. “Sto lavorando su me stesso per essere più calmo, meno casinaro”. Ma ridendo di gusto Anna (o chi era) gli disse: “Lo vedo ma non è quello… Sei coperto di tatuaggi e di piercing. Andrai in una zona sperduta dove hanno visto pochi bianchi e dove forse i tatuaggi non hanno lo stesso significato di qui. Che si fa?”. Neanche un’esitazione: “Tolgo i piercing e copro i tatuaggi”. E Vittorio restò con le maniche lunghe, anche nei momenti più caldi. Perchè dietro l’aria scanzonata e il coraggio sapeva essere umile quando serviva.

Sentivo in radio oggi qualche imbecille dire che Vittorio a Gaza faceva il giornalista. No, era un volontario del’Ism (Movimento di solidarietà internazionale) che durante i bombardamenti prestava soccorso su un’ambulanza e poi – finita l’emergenza – scriveva le corrispondenze per “il manifesto”. E sempre in nome dell’imbecillità, della menzogna o della retorica qualcuno in radio ha osato dire che il suo lavoro, in prima linea, era “prezioso per gli altri giornalisti”. E invece, nell’informazione di regime (e comunque filo-israeliana oltre ogni decenza) non lo si poteva nominare Vittorio, era un testimone scomodo.

Questa mattina Donata, anche lei in Congo con Vittorio, ha scritto: “lo hanno ucciso. Diranno di tutto: che se l’è cercata, che è colpa di Israele, dei palestinesi o che dei musulmani non ci si può fidare… Vittorio non lo avrebbe voluto. Vittorio vuole, al presente, che restiamo umani nonostante tutto, che non diamo spazio alla vendetta ma – ed è un ma pesante, che ci diamo da fare concretamente per la giustizia (…) In questi giorni in cui la giustizia è calpestata continuamente, in cui sono troppo pochi quelli che hanno il coraggio della denuncia, mi mancherà Vittorio. Mi chiamava sorellina l’indomito Vittorio”.

Cosa avrebbe voluto, cosa vuole da noi, il nostro fratellinoVittorio? Non sono certo di saperlo. Ma credo che, oltre il dolore, ci chiederebbe di continuare e di riflettere – ognuna/o a suo modo perchè siamo persone diverse – cosa si può fare. Non solo per Gaza assediata e disperata o per la Palestina dimenticata dal mondo. Ma per capire come disinnescare le mille micce accese nei molti conflitti del cosiddetto Medio oriente. Mentre la guerra torna a essere l’unica “opzione” ovunque. Riprendo alcuni ragionamenti che avevo scritto (“Io che abito in Uccidente”) su codesto blog qualche giorno fa.

Non abbiamo neppure il coraggio di contare le guerre che si susseguono. Molte/i non le chiamano neppure guerre e così credono di avere risolto il problema. (…) Io ho la libertà, in Italia, di stare con Bersani, con Berlusconi, con Fini o con Casini. O con due-tre di questi per volta. O di scegliere quest’anno uno di loro e poi, fra 11 mesi, di votarne un altro. Mi è però vietato di dire (o forse pensare) che l’Italia potrebbe risanare il territorio oppure costruire scuole, ospedali, case popolari con i soldi che spende in armi; i 4 detti prima sono concordi nel non farmelo dire. Ancora più vietato è mettersi in marcia verso la verità che Gunther Anders espresse così: “L’industria non produce armi per le guerre ma guerre per le armi”. In queste riflessioni citerò un solo libro e mi piacerebbe che chi sta leggendo lo recuperasse: si intitola “Dizionario critico delle nuove guerre” e Marco Deriu lo ha scritto (per la Emi). In un paio di presentazioni ricordo di avere incontrato pacifisti arrabbiati con Deriu perchè il suo discorso di fondo – la guerra è un “fatto sociale totale” e noi siamo immersi nel suo immaginario come nelle sue regole – faceva risultare vano il loro quotidiano impegno.

Pochi giorni fa, sempre in blog, ho segnalato (“Armi, chi paga?”) che il 12 aprile è LA GIORNATA MONDIALE DI AZIONE CONTRO LA SPESA MILITARE.

Se la parola “azione” ha un senso…io chiedo a voi (e a me stesso): che cosa posso-possiamo fare il 12 o il 13 aprile? o cosa abbiamo fatto ieri? ci stiamo preparando per una azione? Può bastare (per chi lo ha già fatto) spostare i risparmi – pochi o molti – da una banca armata a un’altra che non sostiene export militare e/o dittature?

Ho scritto che nel mio personale bilancio ho pochissimo da inserire. In pratica solo un po’ di lavoro informativo e avere (da anni) i miei – pochi ahimè – soldi in Banca Etica e su Mag-6 invece che nelle banche (normalmente) armate. Purtroppo non posso aggiungere, come in passato, che “non dò il voto a partiti che sostengono operazioni militari travestite da missioni umanitarie” perchè in una delle ultime votazioni mi affidai a Rifondazione e, come sapete, è grazie alla maggioranza di quel partito – e ad altri “pacifi-N-ti” – se in Afghanistan i soldati italiani uccidono (e a volte sono uccisi).

Ritorno, dopo l’assassinio di Vittorio, con le stesse domande, rivolte a me e ad altre/i disposti ad ascoltarle e che le possono capire (dubito che per esempio il gruppo dirigente del Pd capisca di cosa sto parlando ammesso che abbia il tempo per occuparsi di “coglioni” come noi).

Se ci chiederanno “un minuto di silenzio” invece parleremo? Diremo in primo luogo che bisogna sostenere subito la Freddom Flottilla 2? E ci organizzeremo per farlo?

Diremo i nomi delle banche armate in Italia? E dei media, delle fondazioni, dei leader politici collegati a quelle banche e dunque a quelle armi? Diremo dove e chi in Italia costruisce strumenti di morte? E insieme ragioneremo su come sabotare armi, banche e politici annessi?

Restiamo umani, come ha sempre chiesto Vittorio. Ma per farlo davvero dobbiamo chiederci: cosa sto facendo e cos’altro posso fare?

Ciao Vittorio e grazie. Cercheremo di restare umani

martedì 12 aprile 2011

Ricordando Gregorio Kapsomenos (Creta, 10 novembre 1946 - Bologna, 9 aprile 2011). Il "saggio" amico, della Libreria delle Moline

La cultura non si accumula, la si condivide, il sapere non si rinchiude nei reticolati accademici, ma lo si distribuisce.
La scoperta di un perla, di un frammento prezioso non si trasforma in prelibatezza utilizzabile come merce di scambio in vista di un piccolo potere personale.
Leggere, imparare, comunicare, senza spirito di dominio: quanti lo capiscono, quanti lo hanno capito, quanti erano consapevoli che in quei piccoli doni quotidiani si celava un altissimo senso della socializzazione di testi e
pensieri, che non si riducevano mai a chiacchiera vuota?
L' indipendenza di pensiero e la curiosità insaziabile, l' allenamento quotidiano alla critica del mondo in cui ci troviamo a vivere, la messa in pratica di quella che Foucault chiamerebbe l'immensa e proliferante criticabilità delle cose, delle istituzioni, delle pratiche, dei discorsi , attraverso i libri, strumenti privilegiati di questo occhio critico, la loro incessante ricerca, i segreti collegamenti che li legano, l'estrazione di un insospettato senso nascosto che illumina e fa esplodere l'apparente inerzia di un anonimo volume, ridando dignità e valore a opere colpevolmente trascurate da chi insegue a tutti i costi solo l' ultima novità o si adegua all'ultima moda.
Anche la consapevolezza, però, che i libri lottano fra loro, conducono guerre silenziose, come ricordava con pungente ironia l' amato Swift nella Battaglia combattuta venerdì scorso tra i libri antichi e quelli moderni nella biblioteca di St. James.
Inseparabile dalla sua figura l'ironia provocatoria che rintracciava nell'amatissimo Vonnegut, di cui amava citare "Il cervello era troppo grosso per svolgere un buon servizio" come un invito a non prendersi poi troppo sul serio.


Un grande abbraccio a Marta, sua compagna di vita e di avventura.

Alberto Burgio
Andrea Cavalletti
Barbara Chitussi
Giorgio Forni
Rudy Leonelli
Vincenza Perilli
Mauro Raspanti
Roberto Sassi
Simona Ferlini


I funerali si svolgeranno mercoledì 13 aprile dalle ore 9,30 alle 11,30 - Sala Pantheon - Certosa di Bologna

venerdì 1 aprile 2011

Democrazia è Educazione

Educazione Democratica è una rivista semestrale in rete, interamente scaricabile dal sito www.educazionedemocratica.it, frutto di una collaborazione a distanza fra studiosi che intendono esplorare il nesso tra un'educazione autentica, vale a dire fondata sul rispetto reale della libertà e dell'autonomia di tutti i soggetti coinvolti nei processi educativi, ed una democrazia autentica, vale a dire un sistema nel quale tutti abbiano un potere reale, e non solo retorico né limitato al rito formale, sporadico e sempre più inconsapevole del voto

Educazione Democratica è una rivista semestrale in rete, interamente scaricabile dal sito www.educazionedemocratica.it, frutto di una collaborazione a distanza fra studiosi che intendono esplorare il nesso tra un'educazione autentica, vale a dire fondata sul rispetto reale della libertà e dell'autonomia di tutti i soggetti coinvolti nei processi educativi, ed una democrazia autentica, vale a dire un sistema nel quale tutti abbiano un potere reale, e non solo retorico né limitato al rito formale, sporadico e sempre più inconsapevole del voto

l primo numero di Educazione Democratica si apre con un dossier sul carcere. Abbiamo cercato di documentare da un lato la realtà del carcere italiano, ascoltando le voci di chi ci lavora o di chi sta scontando la propria pena; dall'altro, alcune esperienze che possono rendere meno incompatibile con la dignità umana la condizione carceraria, come la meditazione vipassana (sperimentata in India da Kiran Bedi) o la maieutica strutturale di Danilo Dolci. Ciò, senza illuderci nemmeno per un momento: il carcere non è un luogo formativo, né può diventarlo con qualche aggiustamento. Può diventare un luogo meno disumano, ma la formazione di un uomo, la sua crescita nel bene, non può che avvenire grazie e per mezzo della libertà.

Intervengono:
Simona Ferlini, Dimitris Argiropoulos, della redazione della rivista
Gian Guido Naldi, Consigliere regionale SEL