martedì 25 agosto 2009

Il capitalismo preso sul serio, seconda puntata

"Certo che il capitalismo è depauperamento: ma è il suo effetto - la sua esternalità, direbbe Galtung -, non la sua ideologia. Come ideologia, il capitalismo promette l'incremento costante dei beni, l'abbondanza senza limite, una fertilità quai magica; e come comportamento, il capitalismo richiede e impone il consumo senza limite. E' questo consumo, che appartiene per essenza al capitalismo, che produce la spoliazione. E non c'è modo di combattere il capitalismo senza intaccare questo mito del consumo e dell'incremento. Anche, se non soprattutto per questo hanno fallito i regimi comunisti. Inseguivano anch'essi il mito del progresso, dell'incremento, della crescita continua."

Il fatto è che se ci limitiamo a dare il nome di "capitalismo" a quello che non ci piace, all' 'o malamente della nostra commedia, è un conto, ma se vogliamo usare il concetto per capirci qualcosa il capitalismo non è un'ideologia, non è la società dei consumi, e non è l'american way of life. Se vogliamo usare il concetto per capirci qualcosa, e io credo che sia utile farlo, il capitalismo è un modo di produzione, la cui essenza è la produzione finalizzata a riprodurre il capitale stesso, quindi la produzione di valore di scambio e non di valore d'uso.
La produzione per l'uso, la produzione di beni o di cibo fatto per essere usati o consumati, ha un limite nel bisogno, che non è infinito. La produzione per la vendita invece non ha limite - e qui hai in parte ragione: la mancanza di limite, la tendenza a trasformare in merce di ogni singola molecola del pianeta è effettivamente propria del capitalismo.
Ma si tratta di incremento costante della produzione di merci, non di beni.
La sottile differenza fra queste due cose, bene e merce, uso e vendita, è quella che fa sì che depauperamento e spoliazione non siano semplici esternalità.
Quella che il capitalismo abolisce, spazza via dovunque arrivi, insieme alle forme di legame sociale preesistenti (belle o brutte che siano) è il modo in cui la popolazione produceva ciò di cui aveva bisogno. Il depauperamento è che ciascuno e ogni cosa devono essere asserviti alla produzione di tipo capitalistico - è che le coste siano riempite di alberghi, spazzando via vegetazione e pescatori, è la distruzione delle foreste, è lo stesso processo che fa estinguere le specie animali, non perché ci siano i cattivi cacciatori, ma perché, nel senso letterale della parola, il capitalismo toglie il terreno sotto i piedi alle diverse forme di vita animali così come per quelle umane. C'era un bellissimo film, "un incendio visto da lontano", che descriveva molto bene quello che cerco di dire.
E rispetto a questo, Amartya Sen spiega come le carestie non siano un problema di produzione, ma di capacità di acquisto; Vandana Shiva descrive i meccanismi dell'espropriazione odierni, Marx quelli che distrussero l'artigianato e la piccola proprietà ai tempi della "cosiddetta accumulazione originaria"; e infine, Herbert A. Simon mostra che la concorrenza è una fola, e che tutti e sempre di più lavoriamo direttamente o indirettamente per colossi economici su cui non abbiamo alcun controllo.
Non è questione di ideologia, insomma: se la promessa dell'abbondanza avesse qualche fondamento, se il capitalismo fosse tale da riuscire presto o tardi a soddisfare almeno i bisogni elementari di tutta l'umanità, non avremmo alcun diritto di protestare, se non su questioni marginali - anche il problema dell'esaurimento delle risorse naturali, ovvia! è transitorio, basta produrre (e soprattutto vendere) lampadine a basso consumo, motori più efficienti, tutto quel che vuoi.
Ma il fatto è che non è vero, il fatto è che è esattamente il capitalismo a creare fame e miseria in una parte del mondo, così come produce consumatori in questa parte, e le crea sottraendo risorse e possibilità alla produzione per il bisogno, che può essere in equilibrio, a favore di una produzione infinita e sganciata dal bisogno.

Infine, rispetto ai regimi comunisti, sbagli: ai tempi in cui c'era una contrapposizione, quella si chiamava "economia pianificata", questa "economia di mercato". Il tentativo era esattamente quello di organizzare una produzione indirizzata ai bisogni della comunità, e non allo scambio. C'era il mito del progresso, sì, ma è un'altra cosa. Il problema, lì, non era il mito della crescita, bensì: chi decide quali sono i bisogni?

Ed è questo il più importante degli interrogativi a cui dobbiamo rispondere: come si decide, collettivamente, quali sono i bisogni?
Ascoltare Leonard Cohen è un bisogno? Viaggiare è un bisogno? Bere più latte è un bisogno?
Che qualcuno sia deputato a decidere quali sono i veri bisogni è, per quanto mi riguarda, la peggiore delle forme di potere.
Io, per me, posso scegliere l'ascesi, il digiuno, tutto quel che vuoi, ma non ho diritto di sceglierle per gli altri - o tutto quello che per me ha un valore va a farsi benedire.

Il problema allora è: quali sono le alternative?
Perché il mito dell'economia di mercato, la sua ideologia, da questo punto di vista è potente, la sua promessa è la libertà: ciascuno decide quali sono i suoi bisogni, il prezzo di una cosa è quello che a cui i venditori sono disposti a vendere e i compratori sono disposti a pagare, il costo di una cosa si misura in opportunità, possibilità alternative a cui chi la sceglie rinuncia, il prezzo si definisce come costo-opportunità. E'una promessa falsa, perché funziona soltanto se i rapporti di forza fra compratori e venditori sono alla pari, ed è appunto questo che viene scardinato dal capitale, che sta semplicemente su una scala diversa.
Ma sto divagando ...

venerdì 21 agosto 2009

Il capitalismo preso sul serio

Leggo, segnalato da un amico, un testo sulla pratica del digiuno "per lottare contro l’incorporazione della nutrizione nel modello dell’industria capitalistica" (da www.altraofficina.it), talmente sbagliato, da qualunque parte lo si rigiri, che credo sia bene pubblicare un piccolo promemoria sul capitalismo(e invitare amici e compagni a dare un'occhiata ai testi di Amartya Sen e Vandana Shiva, se non proprio di babbo Marx).
Profondamente sbagliato, perché il capitalismo non è pletora, sovrabbondanza, eccesso di consumi - andiamolo a raccontare ai miliardi di affamati che il capitalismo produce, che quel che non ce ne piace è l'eccesso.
Proprio al contrario, il capitalismo è depauperamento, espropriazione, trasformazione di ciò che serve per vivere in merce, del valore d'uso in valore di scambio, ed è per questo che produce la fame: la fame, per chi non può comprare in una parte del mondo, lo junk food e il fast food per chi non può comprare nell'altra parte del mondo (per chi non ha le risorse economiche, il tempo, la cultura, le forze per scegliere cibi sani e politicamente corretti).
E' la favola degli OGM: se davvero gli OGM potessero abolire la fame nel mondo, sarebbe vergognoso che noi protestassimo perché agli affamati viene dato cibo scadente. Ma gli OGM producono fame: producono espropriazione dei piccoli agricoltori, generano affamati che non possono produrre il proprio cibo (valore d'uso) e sono costretti a comprarlo (valore di scambio).
Allora, che significa che io, ben nutrito con cibi ecologici e ricercati, scelga di digiunare per non scordarmi la fame nel mondo, oltre a essere una sprezzatura nei confronti di chi digiuna non per sua scelta? Io posso permettermi la ricerca di un migliore equilibrio con il pianeta, perciò rinuncio alla carne anzi digiuno; e quindi? affamati, rinunciate all'eccesso che il capitalismo vi propone? non cedete alle sue lusinghe quando vi offre un piatto di riso non biologico?
Ma per favore!
Ripeto: il capitalismo non è eccesso, è espropriazione. Non produce squilibrio nel pianeta perché produce troppo, ma perché produce solo merci, senza alcuna relazione con l'utilità o la necessità di quel che è prodotto, e soprattutto compratori: gente che per vivere è obbligata a comprare tutto quel che gli serve, anche l'acqua (che un tempo era precisamente il miglior esempio di altissimo valore d'uso del tutto privo di valore di scambio). Il capitalismo è "pace a tutta la terra, e a chi non compra guerra".
Se lo combattiamo, è perché combattiamo il depauperamento, l'espropriazione del controllo sulle nostre vite e sui mezzi della loro riproduzione, dal cibo alla sessualità, e questa lotta, non per commiserazione ma per nostra necessità, la possiamo condurre soltanto insieme al resto del genere umano.

venerdì 14 agosto 2009

La banalità del male


More about La banalità del maleLa banalità del male è un grandissimo esempio, il migliore che io conosca, di neutralizzazione di un testo.
E' un libro, innanzitutto, che va letto - la sua neutralizzazione comincia dai lettori di controcopertine che riflettono sul fatto che, cara signora, i servitori del male oggi non sono che piccoli, grigi burocrati, in fin dei conti dei tecnici (si mormora d'altronde, lo sa, cara signora?, che la Arendt fosse l'amante di Heidegger, l'inventore della questione della tecnica) e finisce con i tanti, i tutti che parlano di banalità del male ogni volta che bisogna raccontare di un male che sta nelle piccole cose e non nelle grandi scelte in cui ne va della vita o della morte.

Beh, che il male concerne tanto le piccole che le grandi cose è un concetto importante, che è bene ripetere e tener presente, ma non è proprio una novità del XX secolo, e non è minimamente quello di cui si preoccupa la Arendt, che invece intorno al processo Eichmann si pone tutta una serie di questioni etiche, politiche e giuridiche - sul diritto internazionale, sul rifiuto della nozione di colpa collettiva, su cosa sia un popolo ... e, certo, anche sulla "strana interdipendenza tra mancanza d'idee e male" che faceva di Eichmann "un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo" per descrivere la quale sceglie l'espressione "banalità" (pp. 290-91).

Ma non è certo per questi interrogativi che il libro è stato neutralizzato.
E perché parlo di neutralizzazione? O non era un santino, la Arendt, uno dei maggiori pensatori liberali del XX secolo, e questo uno dei suoi libri più citati? O non sarà, la mia, una teoria del complotto?
E' la stessa Arendt, nell'appendice, a dirci che "il presente libro, ancor prima di essere pubblicato, ha scatenato un'aspra polemica ed è stato attaccato violentemente. Era logico che questa campagna organizzata, condotta con tutti i ben noti mezzi della propaganda e della manipolazione dell'opinione pubblica, fosse molto più efficace della polemica, sicché quest'ultima ha finito, se così si può dire, con l'annegare nel frastuono artificiale della prima" (p. 287), e a raccontarci che le polemiche partirono dalla questione della condotta degli Ebrei negli anni della soluzione finale, che lei giudica "goffa e crudele", e finirono col dire che quel che aveva scritto l'aveva scritto per "odio di se stessa" in quanto ebrea (pp. 287 ss.).

Ma cosa aveva scritto di così terribile?

Aveva scritto che le deportazioni non erano ineluttabili, e non andarono nello stesso modo in ogni paese. Che dove ci fu chi si oppose, come in Bulgaria, non fu possibile realizzarle: "non un solo ebreo bulgaro era stato deportato o era morto di morte non naturale quando, nell'agosto del 1944, avvicinandosi l'Armata Rossa, le leggi antiebraiche furono revocate" (p. 194).

Aveva scritto, con durezza, del ruolo dei Consigli ebraici: "la verità era che se il popolo ebraico fosse stato realmente disorganizzato e senza capi, dappertutto ci sarebbe stato caos e disperazione, ma le vittime non sarebbero state quasi sei milioni" (p. 132).

Ma soprattutto - cosa grave - aveva contestato con circostanziata lucidità il valore spettacolare del processo e la lezione che con esso Ben Gurion voleva impartire.
Aveva, cioè, contestato l'identificazione fra l'ebraismo e Israele propria anche di tanti cretini di oggi, che sono persino convinti, attaccando l'ebraismo in quanto tale, di esprimere la propria solidarietà ai palestinesi.

E qui, finalmente, copio i passi del primo capitolo che mi interessava condividere, e dai quali è partita tutta questa riflessione.
Ed ora, per quanto schivi e compresi del loro dovere, i giudici erano lì, seduti alla loro cattedra, di fronte al pubblico come in un teatro. Il pubblico doveva rappresentare il mondo intero. (...) Dovevano assistere a uno spettacolo non meno sensazionale del processo di Norimberga; solo che questa volta il tema centrale sarebbe stato "la tragedia del popolo ebraico nel suo complesso". Se infatti ad Eichmann "contesteremo anche crimini contro non ebrei" ciò avverrà non tanto perché li ha commessi, quanto "perché non facciamo distinzioni etniche". Frase davvero singolare, in bocca a un Pubblico ministero (...). Hausner riteneva veramente che a Norimberga ci si sarebbe occupati di più del destino degli ebrei se Eichmann fosse stato presente? E' difficile crederlo. Come quasi tutti in Israele, così anche Hausner pensava che soltanto un tribunale ebraico potesse render giustizia agli ebrei, e che toccasse agli ebrei giudicare i loro nemici. Di qui il fatto che in Israele nessuno voleva sentir parlare di un tribunale internazionale, perché questo avrebbe giudicato Eichmann non per "crimini contro il popolo ebraico" ma per "crimini contro l'umanità commessi sul corpo del popolo ebraico". Di qui la strana vanteria:"noi non facciamo distinzioni etniche", vanteria che ci apparirà meno singolare se si pensa che in Israele la legge rabbinica regola la vita privata dei cittadini, col risultato che un ebreo non può sposare un non ebreo; i matrimoni contratti all'estero sono riconosciuti, ma i figli nati dai matrimoni misti sono, per legge, bastardi (pp. 14-15).

Se il pubblico al processo doveva essere il mondo, e se il dramma doveva essere un vasto panorama delle sofferenze ebraiche, le aspettative e le intenzioni andarono deluse. (...) Fu proprio l'aspetto drammatico del processo a crollare sotto il peso delle orripilanti atrocità. Un processo assomiglia a un dramma in quanto che dal principio alla fine si occupa del protagonista, non della vittima. Molto più di un processo ordinario, un processo spettacolare ha bisogno che si delimiti bene che cosa è stato commesso e come è stato commesso. Al centro di un processo ci può essere soltanto colui che ha compiuto una determinata azione. (pp. 16-17)

Così il processo non divenne mai un dramma; tuttavia lo spettacolo che Ben Gurion aveva in mente ci fu, o meglio il complesso di "lezioni" che egli pensava di dover impartire agli ebrei e ai gentili, agli israeliani e agli arabi e insomma, a tutto il mondo. (...) Secondo le parole di Ben Gurion: "Noi vogliamo che le nazioni di tutto il mondo sappiano... e si vergognino", Gli ebrei della diaspora dovevano invece ricordare come l'ebraismo, "con i suoi quattromila anni di storia, con le sue creazioni spirituali, i suoi programmi etici e le sue aspirazioni messianiche," avesse sempre dovuto fronteggiare "un mondo ostile"; come gli ebrei avessero tralignato finché erano andati a morte come pecore; e infine, come soltanto la fondazione di uno Stato ebraico avesse loro permesso di rispondere a chi li attaccava" (p. 18).

giovedì 6 agosto 2009

la corrente

Racconto a mia figlia storie di reincarnazione, perché abbia qualcosa per pensare la morte e, spero, non la tema. E non temo la morte per me.
Ma quello che non sono in grado di raccontarle è che qualunque spiegazione, interpretazione, qualunque cosa si pensi della morte non cambia il fatto che di chi è morto resta sempre l'assenza - restano sempre le cose che avresti potuto dire soltanto a lui, che avrebbe potuto rispondere soltanto lui, una casa in cui non potrai più entrare, un sapore e un odore che ora mancano.

Spinoza diceva che ciascuno esprime in modo certo e determinato l'essenza infinita di Dio, e che questo modo è vero, eterno (sentimus experimurque, nos aeternos esse), ed è addirittura l'oggetto dell'unica conoscenza vera. Diceva Spinoza.

Io, per me, so che sono questo sapore e questo odore che vanno irrimediabilmente perduti quando muore qualcuno; e allora possiamo consolarci immaginando quel qualcuno in un altro luogo, rintracciandone i frammenti fra le persone che gli furono amiche, cercarlo magari, se ne ha lasciati, nei suoi scritti (i morti rispondono su facebook? si chiedeva una volta uno che mi è molto caro). Ma nulla di tutto questo ci riporta quel sapore e quell'odore - il sapore e l'odore si avvertono soltanto nella presenza, qui ed ora. I morti non rispondono su facebook, non avrò più risposte da loro - essere morti vuol dire non poter più rispondere o cambiare, vuol dire che quel sapore e quell'odore, qui ed ora, sono perduti irrimediabilmente. L'assurdo, Camus perdonami, non è "Dio bara, e il mondo con lui", è il fatto che quel sapore e quell'odore, e quella corrispondenza, non si trovino più da nessuna parte (e se dovessi pensare che non ci sono più perché mi sono stati tolti, fosse pure per rapirli in cielo, non ci sarebbe nessuna possibile giustificazione per questo).

Per cui, io non credo che la morte depositi in alcun dove la vita che hai vissuto.
O forse sì: la deposita nella corrente, dove anche tu la depositi ogni giorno, e dove rimangono frammenti e pietre preziose che altri, magari con meraviglia, gratitudine, e sensazione di aver reincontrato un amico, scopriranno prima o poi dentro di sè.

(didonai gar allelois).

lontananza

L’opera d’arte nulla può mutare e nulla rimediare; una volta ch’esiste, di fronte agli uomini sta come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata (come una fontana), dunque, se così la si vuol chiamare, impartecipe.
Rilke, lettere a una giovane signora

"é": "una volta ch’esiste, di fronte agli uomini sta come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata (come una fontana)"
ci sono molte parole che mi accompagnano. Perché siano rimaste con me, perché le abbia volute con me, non sempre mi è chiaro. In comune, forse, hanno una densità, un intensione ... non sempre lo so, e non sempre è bene saperlo o raccontarlo.
E il desiderio, la nostalgia ... è così grande la differenza? è mai stato davvero, ciò ch'è stato? è stato dico, tanto da riempire il desiderio, sormontare la lontananza? cambia moltissimo per noi, certo - la pienezza divina dell'amore appagato, e non solo immaginato. Ma è un istante: poi la lontananza, la nostalgia, ci tornano accanto, e sono con noi anche in presenza dell'amato.