sabato 3 ottobre 2009

Misura e dismisura


Schiantare l'io. Rendersi la vita impossibile, e provare così tuttavia a vivere
: ha un grande fascino, quello che dici - o magari soltanto ciò che io che leggo in quello che dici.
Accogliere l'altro da sé in maniera così totale e senza difesa da farsene esplodere, esserne attraversati come da un vento che ti nebulizza, invasi tanto che non ci sia più un io, lasciarsene interrogare, scomporre, eventualmente distruggere. E non fermarsi, in questo, davanti a nessuno spavento.
Ha un fascino tremendo.
Ma è il tormento e l'estasi - qualcosa di molto cattolico e barocco, in fondo. Non è un semplice superare l'io, e il problema dell'io, raggiungere una consapevolezza o un'esperienza in cui il problema non si pone, e la distinzione fra "io" e "tu", o le affermazioni "il sé esiste", "il sé non esiste" diventano più che prive di significato: irrilevanti. E' una violenta contrapposizione all'io, una prospettiva nella quale il soggetto è colpevole e va punito, annichilito nel non-io.
Una prospettiva nella quale fatico anche a vedere la relazione con l'altro - non la relazione con un non-io, ma l'esperienza di questo-altro-qui.

E parlo proprio di esperienza. Mi affascina che Capitini (di cui, confesso, non ho ancora capito quasi niente) parlasse di "esperienza religiosa": è proprio così. Non "bisogno del sacro", che mi piace poco, e neanche "sentimento religioso", anche se è molto meglio. No: esperienza.
E ancora di più penso: troppo nettamente distingui. Il fantastico, la narrazione, non è detto che siano al servizio di una religione consolatoria: possono essere, anzi sono, modi per descrivere ed esprimere questa esperienza altrettanto adeguati e necessari di questo nostro parlare così libero (chissà) dalle superstizioni.

(nella foto: Bernini, l'estasi di Santa Teresa)

3 commenti:

  1. Dismisura, letteralmente va su misuraccia, mala misura. Amisura? No, una misura c'è, ma funziona male, fa casini. Il pensiero dualistico trova compromessi: per esempio nel tao, o nella visione della fusione dei due istinti fondamentali in psicoanalisi. Il due si fonde nell'uno, e la dismisura dovrebbe corrispondere ad una fusione in cui c'è netta prevalenza di uno dei due, ma ci sono tutti e due, cioè una compensazione, un riavvio di equilibramento, insomma la possibilità che le cose restino vitali comunque esisterebbe.
    L'amisura potrebbe corrispondere invece alla scissione del due, per cui uno va da una parte e l'altro dall'altra - sarebbe, del cervello, la schizofrenia - e ciascuno dei due è solo se stesso, puro e disastroso: si muore per solo amore o per sola guerra, per esempio - e questo sarebbe il male anche nel taoismo, la mancanza di coesistenza degli opposti, che non sono mai coesistenza di male e di bene: il bene è la coesistenza, il male è la scissione degli opposti, la loro purezza totale, l'uno fatto di uno solo e non dalla coesione del due.
    Chiaro a dismisura: :-)

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  2. Rom, che piacere! Ti sono grata di alcune cose preziose che hai scritto, anche se sono stata troppo pigra per lasciare tracce.
    Quanto a quello che scrivi qui, anche se non ho capito proprio tutto: sì, cerco un punto in cui i due opposti possono essere tenuti insieme, e sono anche sicura che con quanta maggior forza si cerca di negarne uno con tanta maggior forza questo si affermerà.
    Quello a cui sto provando a pensare è una via che esca dal problema, una posizione a partire da cui l'alternativa diventa irrilevante (o magari acquista un senso che la tiene insieme, nel quale sono veri tutti e due i corni).
    Ciò di cui sono sicura è che la soluzione di AV resta nel problema, e con tanta più forza cerca di contrapporsi all'io tanto più si irrigidisce, ci resta intrappolato, finisce per affermarlo (e dico questo restando convinta che la sua sia la filosofia che mi dà più speranze di indicare una via d'uscita dalla buca etica e politica in cui ci troviamo).
    Il modo di uscire dal problema, di superare l'io invece di negarlo, potrebbe essere quello indicato dal ki-aikido: non contrapporre alla spinta una resistenza uguale e contraria, né piegarsi sotto la spinta, ma tenere il punto.

    O anche: essere causa di se stessi in quanto parte della causalità infinita di dio, direbbe Spinoza. Osservare, permettere, creare attorno alla resistenza uno spazio più grande nel quale essa cambia e si scioglie, direbbe il satnamrasayan ...

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  3. ah, e "Misura e dismisura" è l'ultimo capitolo de "L'uomo in rivolta"

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