mercoledì 28 settembre 2011

Emily Dickinson, 818

818


Non potevo berla io, Tesoro
finché tu non l'avessi assaggiata,
benché fosse più fresca dell'Acqua
la costante presenza della Sete.


Trad. di Giovanna Nuvoletti 

martedì 27 settembre 2011

"Preferisco le parole che migliorano il silenzio"

... sicché, anche se va contro tutte le regole del bloggherismo, ultimamente scrivo proprio poco.
Anche perché sono immersa negli studi su sistemi sanitari e democrazia deliberativa (che ci sia un nesso, è ciò che devo dimostrare) e sto scoprendo della roba proprio interessante. Anzi: comincio d'ora in poi a raccogliere qui le segnalazioni più importanti (poi mgliorerò).
Comincio dall'ottimo Mazzetta, ovviamente, che a sua volta segnala un video significativo:

http://mazzetta.splinder.com/post/25545076/usa-se-sei-povero-devi-morire
Nel corso di un dibattito tra candidati repubblicani, un giornalista chiede che fare quando una persona priva d'assicurazione sanitaria si scopre malata e bisognosa di cure costose.
Alla risposta poco chiara di Ron Paul, il giornalista chiede se stia dicendo che la società dovrebbe lasciarla morire, la folla risponde con entusiasmo di sì.

venerdì 12 agosto 2011

i rifiuti della società

Un amico mi segnala un articolo di Massimo Gramellini: Fine di mondo, pubblicato su La Stampa due giorni fa. Lo riporto, perché sbaglia grossolanamente nell'interpretarle eppure le cose da vedere e da capire son tutte lì, in quel che scrive.

Fine di mondo

Continuo a guardare la foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate. E´ una povera vittima, un relitto disperato della nostra società opulenta, come vorrebbe certa sociologia? Mah. I poveracci sono un´altra cosa: i bambini del Corno d´Africa con gli occhi sbiancati dalla fame, quelli sono vittime e infatti non indossano scarpe griffate. E´ allora soltanto un
delinquente «puro e semplice», come sostiene il primo ministro inglese? Anche questa interpretazione è fin troppo comoda. Sembra formulata a uso e consumo dei benpensanti: per non turbarli, per non svegliarli.
Quando i teppisti diventano un esercito e mettono a ferro e fuoco una metropoli occidentale, significa che è successo qualcosa che non si può più combattere solo aumentando il numero dei poliziotti e delle celle. E´ il segnale di un mondo, il nostro, che si sgretola. Un mondo senza politica, senza cultura, senza solidarietà. Il teppista griffato non si rivolta per ottenere un impiego, del cibo o dei diritti civili. Reclama soltanto l´accesso agli status-symbol della pubblicità acquistabili
attraverso il denaro. Dal giorno infausto in cui il capitalismo dei finanzieri ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall´uomo, trasformandosi in un valore a sé. L´unico. Quel ragazzo è il prodotto di questa bella scuola di vita. Mettiamolo pure in galera. Ma poi affrettiamoci a ricostruire la scuola.

C'è del vero, in quel che scrive Gramellini, ma anche un errore profondo. Certo, quel teppista non è un povero morto di fame, ma è lo stesso povero, spogliato, deprivato di qualcosa di essenziale, e qui Gramellini coglie, credo casualmente, nel segno, quando dice che il problema è che << dal giorno infausto in cui il capitalismo dei finanzieri ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall´uomo>>.

Infatti.
Il problema è che il denaro si è sganciato del tutto dal merito e dal lavoro stesso. Non esiste più alcuna possibilità di "farsi da solo" lavorando duramente, com'è nel mito americano e calvinista. Al contrario, se c'è un modo sicuro per non arricchirsi questo è lavorare, soprattutto se si fa un lavoro produttivo. Il problema è che gran parte il lavoro produttivo è stato spostato in Cina, ma anche che era possibile farlo: il lavoro di una piccola parte dell'umanità è sufficiente a produrre i beni necessari (o meno) per tutta l'umanità. Il lavoro di enormi masse di persone non è più necessario, basta che relativamente pochi producano (ma questi devono farlo lavorando fino allo stremo: per capire perché nel capitalismo debba essere così, andatevi a leggere Marx, che lo spiega piuttosto bene).

Per enormi masse di persone la possibilità di fare qualcosa di utile semplicemente non c'è, e spesso quando c'è è una pia finzione (fate scavare delle buche e poi fatele riempire, diceva Keynes) - a cui le persone, alla lunga, non credono, perché non sono mica sceme, le persone. Ovverosia, ci sono al mondo enormi masse di persone che non sanno cosa fare di sé e di cui il nostro mondo non sa cosa farsi.

Il lavoro non è più necessario, non è più richiesto (quello dei cinesi a parte). Perciò da dovere, doveroso contributo personale per rispondere ai bisogni di tutti, e che per il lavoratore dà titolo a una risposta ai propri bisogni, è diventato un bene, un diritto. Il diritto di lavorare per essere pagati, cioè di ricevere solo in cambio di ciò che si è dato - che significa dignità, inclusione, fare parte, status sociale - si è separato dalla necessità e dall'utilità di quello che si può dare.

Proprio per questo, è vero quel che dice Gramellini: il denaro si è sganciato dal merito e dal lavoro. Se il lavoro non è più necessario, non è più il lavoro che dà titolo a partecipare a una quota dei beni prodotti. Il lavoro non più necessario e trasformato in diritto non dà più titolo ad avere altri diritti. Il lavoro è qualcosa che si dà al lavoratore, non che il lavoratore dà: ti abbiamo dato un lavoro, non pretenderai mica qualcos'altro?!

Perciò è proprio vero: il teppista griffato non è un morto di fame. Nelle grandi metropoli europee queste la povertà non è mancanza di cibo (esiste comunque un sussidio di disoccupazione, fuori dall'Italia) - ma di possibilità, status e dignità. Questi "teppisti" griffati non hanno fame e neanche propriamente bisogno dei beni saccheggiati, ma di ciò che essi rappresentano: fame di far parte, contare, avere uno status e un riconoscimento sociale che si esprimono, ormai, soltanto nella partecipazione a una quota delle ricchezze disponibili.

Ma non illudiamoci, solo perché abbiamo un lavoro, anzi un "posto". Siamo rifiuti dell'umanità anche noi come loro - parte di un'umanità che si divide fra quelli a cui si spreme il lavoro, quelli che fanno finta di lavorare, e quelli a cui neanche questa finzione è data.

giovedì 11 agosto 2011

E' tardi

E' tardi, troppo tardi.
Avevamo bisogno di politica, di forza politica, di cittadini che sanno e possono imporre la loro forza comune per decidere sulle proprie vite, per difendere i loro beni comuni e il loro diritto alla vita, alla salute, allo sviluppo. Il loro sistema sanitario, il loro sistema educativo, le opere d'arte, i palazzi, le spiagge. L'acqua.
Avevamo bisogno di qualcuno che sapesse e potesse dire: no, gli aggiustamenti strutturali, gli "insegnamenti" dei mercati (come dice Ostellino, quasi che i mercati fossero una forza astratta, un dio che conosce il bene e il male e sa meglio) sono solo rapina e spoliazione. Sono solo speculazione, terapia shock, ancora una volta, che serve a poter mangiare, svuotare, succhiare l'enorme riserva di sangue della ricchezza pubblica, nostra - quella che con i referendum abbiamo detto, in coro: nostra deve restare, e invece no, sin d'ora verrà liberata dalle pastoie dell'essere pubblica.
E lo vediamo, ora, a che serve che  i politici siano soltanto guitti universalmente disprezzati, a cui, come in Grecia, tirare i pomodori: nessuno deve avere la forza, la possibilità, l'autorevolezza di dire questo "no".
Costruire una forza capace di dirlo, e in così poco tempo, e in condizioni così devastate, era quasi impossibile, e infatti non ci siamo riusciti.
E ora è troppo tardi.

mercoledì 22 giugno 2011

La mano aperta

Quel che è, è, e non esiste un altrove.
Le tue parole - sono. Se esistesse un sangue primoriale, una fonte selvatica e tremenda che sgorga dalla terra e non dalle ferite, le tue parole sarebbero questo: spaventose e rassicuranti, nutrimento e pericolo.

lunedì 13 giugno 2011

Rappresentanza

La rappresentanza è sempre una cessione di potere, e genera sempre una divaricazione di interessi e prospettive fra rappresentante e rappresentato, che sia sindacale, politica o di qualunque altro genere. Il problema è come far sì che la cessione sia solo temporanea, e come impedire al rappresentante di perseguire i propri interessi (guadagni, carriera, potere) a scapito del rappresentato.

lunedì 23 maggio 2011

Le ragioni del dialogo

Il dialogo, l'ascolto, sono i nostri valori: valori fondanti al punto che un discorso sulle loro ragioni non può che essere puro esercizio retorico, noia. Posso pure farlo, questo esercizio, spiegare perché dal principio dell'autodeterminazione individuale discendono questi valori, quale concezione della verità sia implicita in essi, perché bisogna essere disposti a cambiare nel dialogo, ecc. ecc. Ma, appunto, mi annoio.
Eppure, in realtà, anche per ascolto e dialogo ci vuole una ragione perché si dia qualcosa piuttosto che il nulla, e il semplice fatto che ascoltare e dialogare siano imperativi morali non significa niente: non ci dice nulla sul come, non ci spiega perché a questi imperativi sia così difficile ottemperare, li lascia esposti alla cattiva coscienza e al pentimento come una virtù impraticabile ma a cui bisogna inchinarsi, un'occasione di ipocrisia (L'ipocrisia, diceva La Rochefoucauld, è l'inchino che il vizio fa alla virtù), un memento mori.
Perché dialogo e ascolto significano rumore, complicazione, cose nuove da raccogliere entro un senso, lavoro, confusione.
E ci sono quelli che predicano il dialogo, e si sforzano di praticarlo, ma non ne hanno bisogno. Hanno una forza propria, e io li ammiro per questo, e mi piacerebbe essere così, avere tutto in me: progetto, domande, strada. Mentre io davvero non so pensare da sola, non so parlare se non rispondendo: ed è il mio limite.
Che, avendo tutto in sé, si sforzino all'ascolto, è per me un'altro motivo di ammirazione; o di ammirata diffidenza.
Perché vedo bene la forzatura: hanno tutto in sé, e il rumore, la complicazione, le cose nuove da raccogliere in un senso non aggiungono niente se non confusione. Ma proprio per questa forza il loro percorso è solitario, l'Altro lo possono amare, aiutare, forse persino riconoscere nella sua alterità: ma non ne hanno bisogno. Hanno bisogno, a volte, di ricevere conferme, di spettatori, di chi gli dica: "continua così": ma questa è una debolezza, non è dialogo.

Io no,

sabato 14 maggio 2011

Perché ho paura della lega

Jan suppongo che il cancro di cui lei parla sia la rete di interessi, conoscenze e favori che lega partito, centrali cooperative, sindacati, Unipol, Hera ... Rispetto a questo il "que se vayan todos", l'idea che una sconfitta di Merola sia la cura, è un sentire diffusissimo nel mio ambiente.
Ma io non sono d'accordo, soprattutto non se la cura è la Lega, e questo per due ragioni:
‎1) il potere rappresentato da centrali cooperative, cup, hera ... cambierebbe semplicemente alleato e punto di riferimento, e già dei passi in questo senso mi pare che le coop li stiano facendo.
‎2) Bologna è una città legale e curiale, l'unica, se non ricordo male, il cui patriziato si consegnò senza combattere al papa (in cambio di larghe autonomie, certo). La sua forza e la sua differenza sono - scusi la parola desueta - nel popolo, e nella sua tradizione di operosità (e due: mammamia, oggi sembro uscita da libro cuore!) e solidarietà contadina e poi industriale: ma di piccola e bassa industria, che fa la differenza rispetto alla Lombardia; e nella tradizione della partecipanza di Matilde di Canossa; e nella tradizione dell'anticlericalismo, che fa la differenza rispetto al Veneto (proprio perché eravamo stato della chiesa); e nella tradizione socialista, che è universalista, e fa la differenza rispetto alla Lega.
Rispetto a tutte queste differenze, la Lega non rappresenta la cura, ma un altro e peggiore cancro che si inserirebbe sin troppo bene nel tessuto di questa città: la sua anima legale e curiale ci andrebbe a nozze, la solidarietà all'interno di un "noi" chiuso e ristrettto è proprio la specialità della Lega, e l'unica cosa che andrebbe perduta e distrutta è la differenza più importante, ma più superficiale e recente, meno radicata: l'apertura e l'universalismo, il "nessuno escluso", l'internazionalismo. Ma senza di questi, Bologna è una città di provincia come tante altre, non migliore di Verona o Biella.
Insomma, Bernardini forse disturberebbe una parte - ma non il tutto - dei poteri costituiti bolognesi, ma in cambio distruggerebbe quello che Bologna ha di più originale e prezioso: l'universitas, che fra parentesi è anche l'unica cosa, io credo, che può portare l'Italia (economicamente, politicamente, culturalmente) fuori dal pantano provinciale in cui è sprofondata.
Perché il problema, con la Lega, oltre al disgusto che personalmente mi ispira, è che la chiusura, la solidarietà limitata a un sempre più piccolo "noi" è proprio sbagliata: è sbagliata economicamente, politicamente, culturalmente. Economicamente, la chiusura alle persone e non alle merci è una catastrofe, e la lotta agli immigrati come persone (oltre a rendere ingovernabile il fatto dell'immigrazione) ha creato una enorme fetta di popolazione che prima che essere senza diritti è senza forza contrattuale, quindi bassi salari (fra i più bassi d'Europa, più bassi che in Grecia) per tutti: e i bassi salari sono il seme del sottosviluppo, come ogni economista in buona fede può confermare. Politicamente, una comunità è viva se è fatta di scambi, di apertura, di fiducia reciproca, e sennò si ripiega ed arretra. Culturalmente ... c'è bisogno di spiegarlo?

giovedì 12 maggio 2011

Flessibilità

A Sergio Bologna (http://www.precaria.org/come-si-fa-a-difendere-la-democrazia-di-sergio-bologna.html/comment-page-1#comment-17158): quel grande di cui siamo scolari mi pare usasse anche l'espressione "schiavitù del lavoro salariato", e che auspicasse un mondo in cui la stessa persona è falegname al mattino, pescatore al pomeriggio e intellettuale la sera ...
Non è che la flessibilità potrebbe essere un falso nemico, che ci impedisce di vedere quello vero? Potremmo parlare invece del fatto, per esempio, che il diritto a vivere, avere una casa, mangiare, curarsi, avere figli ... i diritti della democrazia sostanziale di cui parli, insomma, sono appunto diritti, e non devono dipendere dall'avere un padrone? Siamo messi così, che il meglio che rivendichiamo è poter avere lo stesso padrone per tutta la vita, invece di rivendicare la possibilità di essere noi a mollarlo, il padrone, ma sapendo che non per questo finiremo su una strada.

(" i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che dominano nella Germania colta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava Spinoza: come un “cane morto”. Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore " K. Marx, Il capitale, libro I, Editori Riuniti, Roma, 19645, pag. 45)

martedì 10 maggio 2011

"Partire dalle lotte"

A me quelli che fanno i rivoluzionari sulla pelle degli operai (e ci metto anche Sorel) fanno girare vorticosamente i coglioni. Quale mito dello sciopero generale?! Lo sciopero generale rivoluzionario lo fai quando hai la forza di farlo, non quando meno della metà degli operai ha un contratto tradizionale e tutti gli altri hanno ciascuno un contratto diverso dagli altri, tutti contro tutti per farselo rinnovare a tre mesi. La FIOM è in ginocchio per questo, non perché la Camusso è tanto furba! "Partire dalle lotte"?! Quali, con che forze? E soprattutto: con quali obiettivi? Io sento solo degli intellettuali fighetti che quando parlano di precariato intendono la giustificazione del fatto, inconcepibile, che loro non sono ancora "strutturati" all'università: machissenefrega!

giovedì 5 maggio 2011

Que hacer

qué hacer con la pureza y con la ira
si delante de ti se te desgrana
el racimo del mundo
y ya la muerte ocupa
la mesa
el lecho
la plaza
el teatro
la casa vecina
y blindada se acerca desde Albacete y Soria,
por costa y páramo, por ciudad y río,
calle por calle,
y llega,
y no hay sino la piel para pelearle,
no hay sino las banderas y los puños
y el triste honor ensangrentado
con los pies rotos,
entre polvo y piedra,
por el duro camino catalán
bajo las balas últimas
caminando
ay! hermanos valientes, al destierro!

(Neruda, Memoriale de Isla Negra, El fuego cruel)

martedì 3 maggio 2011

Buenos Aires, 23 febbraio 1999

Noi, la Associazione “Madres de Plaza de Mayo” supplichiamo, chiediamo a Dio in una immensa preghiera che si estenderà per il mondo, che non perdoni Lei signor Giovanni Paolo II, che denigra la Chiesa del popolo che soffre, ed in nome dei milioni di esseri umani che muoiono e continuano a morire oggi nel mondo nelle mani dei responsabili di genocidio che Lei difende e sostiene, diciamo: No lo perdone, Señor.
Adesso non ci rimangono dubbi da che parte Lei stia, però sappia che sebbene il suo potere sia immenso non arriva fino a Dio, fino a Gesù.
Signor Giovanni Paolo, nessuna madre del terzo mondo che ha dato alla luce un figlio che ha amato, coperto e curato con amore e che poi è stato mutilato e ucciso dalla dittatura di Pinochet, di Videla, di Banzer o di Stroessner accetterà rassegnatamente la sua richiesta di clemenza.
Ci rivolgiamo a Lei come ad un cittadino comune perché ci sembra aberrante che dalla sua poltrona di Papa nel Vaticano, senza conoscere né aver sofferto in carne propria il pungolo elettrico (picana), le mutilazioni, lo stupro, si animi in nome di Gesù Cristo a chiedere clemenza per l’assassino.
Signor Giovanni Paolo II,

lunedì 25 aprile 2011

Concorso

Una volta si diceva, sul rapporto fra i moderni e gli antichi, "nani sulle spalle dei giganti. Ma quelli che in questo ventennio hanno preteso di "riformare" la costituzione non sono nani, e non sono saliti sulle spalle dei Giganti.
Apro un concorso: a cosa potremmo paragonarli?

sabato 23 aprile 2011

Sintesi hegeliana

Avevo preparato una piccola scheda su Hegel per il figlio di un'amica che faceva la maturità, il quale mi fece dire, ovviamente, che tutto quel che gli avevo scritto lo sapeva già ed era pure un po' banale (questo l'amica non riferì, ma io intuii).
Beh, a lui no, ma magari a qualcuno può tornar comoda, io la pubblico.

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Punto di partenza: la realtà è conoscibile? la filosofia antica e medievale da' per scontato che la realtà è esterna al pensiero e indipendente da esso ma è conoscibile dal pensiero. Da Cartesio in poi si mette in rilievo che la realtà conosciuta dal pensiero è essa stessa pensiero, rappresentazione umana. La realtà che conosciamo è la realtà in quanto conosciuta, pensata, non è la realtà stessa: è, dice Kant, "fenomeno" (da faino, apparire), realtà che appare al Soggetto conoscente attraverso l'attività con cui il Soggetto ordina i dati sensibili. Che al di là di questo fenomeno conoscibile esista un'ulteriore realtà, una cosa in sé da cui derivano le sensazioni ordinate dall'attività cosciente, noi possiamo pensarlo, ma non saperlo: la cosa in sé è, in quanto tale, inconoscibile (la cosa in sé si chiama "noumeno", prodotto della mente, perché a differenza del fenomeno possiamo solo pensarla, non conoscerla o percepirla).
Fichte vuole superare questa opposizione Kantiana fra fenomeno conoscibile e cosa in sé, e per questo afferma che l'unica realtà è lo stesso Soggetto conoscente, ossia lo Spirito, o Io trascendentale (trascendentale, non empirico: non io o te come soggetti conoscenti e pensanti). Non esiste una cosa in sé, perché è lo Spirito che, pensando se stesso, produce se stesso e le cose pensate.
Ciò che occorre comprendere, allora, è in che modo lo Spirito pensi e produca se stesso: per Fichte, attraverso il processo dialettico. Questo processo ha tre momenti: tesi, antitesi e sintesi
tesi: l'io pone se stesso come io infinito, puro e non limitato da alcuna determinazione.
antitesi: conoscendo se stesso, l'io infinito si determina, e ogni determinazione è una negazione (essere x vuol dire non-essere tutto ciò che è non-x). L'io in quanto conosciuto è oggetto del pensiero, non più soggetto conoscente, e per questo diventa Non-io. Quindi: l'Io pone il non-io. L'io in quanto pensato e conosciuto (oggetto) si contrappone, è opposto all'io conoscente (soggetto).
sintesi: l'io, conoscendosi, trova contrapposto a se stesso il non-io, che rappresenta un limite alla sua libertà assoluta e indeterminata. Fra questi due poli, io e non-io, c'è una contraddizione originaria, un'opposizione assoluta, e la sintesi è il tentativo infinito di superarla.

Non una gran sintesi, quindi, ed è qui che interviene Hegel: l'opposizione tra i due poli si supera nel divenire, ossia nel movimento dello spirito, in cui io e non io sono due parti di un unico processo. L'essenziale, allora, è comprendere la legge che governa questo processo, e questa legge è la dialettica, in cui la negazione contenuta nell'antitesi non è che negazione di quanto di limitato e rigido era contenuto nella tesi, e la sintesi è il superamento di questo limite.
"quello che si contraddice non si risolve nello zero, nel nulla astratto, ma si risolve essenzialmente solo nella negazione del suo contenuto particolare, vale a dire che una tale negazione non è una negazione qualunque, ma la negazione di quella cosa determinata che si risolve, ed è perciò negazione determinata. Codesta negazione è un nuovo concetto, ma un concetto che è superiore e più ricco che non il precedente. Essa è infatti divenuta più ricca di quel tanto ch'è costituito dalla negazione, o dall'opposto di quel concetto. Contiene dunque il concetto precedente, ma contiene anche di più, ed è l'unità di quel concetto e del suo opposto".

La dialettica è quindi la logica sottesa a ogni realtà, e quando Hegel parla di logica parla di dialettica. Questo è importante capirlo, perché la logica classica si basa sul principio di non contraddizione (se x è A, non può essere non-A), mentre per "logica" Hegel intende il modo necessario in cui ciascuna idea si sviluppa. In questo sviluppo, il principio di non contraddizione rappresenta la prima fase (la tesi): ogni determinazione dell'Idea si presenta in un primo tempo come assolutamente separata e opposta alle altre determinazioni (cioè, appunto, o A, oppure non-A, o Io, oppure non-Io), ma proprio perché assolutamente separata è limitata, in un certo modo falsa, e per questo incontra la sua negazione (antitesi), il movimento del pensiero che mostra questo limite, ossia la contraddizione in cui cade necessariamente l'idea quando viene assolutamente separata dal suo opposto. La contraddizione rappresentata dall'antitesi, dunque, spinge e costringe il pensiero a trovare una sintesi, un nuovo concetto più ampio che tenga assieme e comprenda il primo concetto e il suo limite, ossia che tenga assieme gli opposti comprendendone la relazione e togliendo l'assolutezza dell'opposizione.
Quindi, A implica non-A, ogni determinazione implica la sua negazione, e costringe il pensiero al superamento di A e non-A in una sintesi A' che dia conto, spieghi, comprenda entrambi i termini dell'opposizione.
Naturalmente, anche questo nuovo e più ampio concetto mostrerà il suo limite, la sua negazione, spingendo a una ulteriore nuova sintesi A'' che comprende e supera A', e così via.

La struttura del mondo è questo movimento dialettico dell'Idea.

Questo "metodo dialettico" è il cuore dell'hegelismo, e capito questo hai capito tutto.

lunedì 18 aprile 2011

Lutto nazionale


Questa settimana è così: funerea. Non conoscevo Vittorio Arrigoni, e non ho un centesimo del suo coraggio ma bisogna, bisogna, bisogna ricordarlo. Bisogna proclamare il lutto nazionale, che invece si riserva a chi va ad ammazzare in nome nostro.
Ma così è: il lutto, qui, lo proclamo io.

E riporto quello che scrive, meglio di quel che potrei fare io, Daniele Barbieri (http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/04/15/continuare-con-vittorio/)

Tenterò di parlare di Vittorio Arrigoni. Di amici e di pacifisti coglioni. Di Enzo, di Guido, di Sergio e Fabio. Di Rachel Corrie. E di censure. Soprattutto di cosa dovremmo cercare di fare oggi e domani: non per lui ma per noi che restiamo. Oltre il dolore… dobbiamo continuare.


Mi telefonano: “Lo conoscevi bene Vittorio Arrigoni ero? Ma eravate anche amici?”.

Se amicizia è ridere e soffrire insieme, avere esperienze comuni, abbracciarsi forte quando ci si incontra… sì Vittorio era un amico. Ma se oltre a questo c’è anche la voglia di cambiare il mondo, mettere in gioco se stessi per un ideale, avere la presunzione di dare un senso al vivere – perchè con altre/i si è protagonisti di un “pezzettino” della storia umana – allora la parola amico non basta; in altri tempi si diceva fratello, sorella oppure compagna, compagno… ci si intendeva subito. Oggi che le parole sono vuote è più difficile definirsi. Si può raccontare. Cercare di ridare il senso alle parole riempiendole di fatti invece che di fumo o di retorica.

Guardando ieri sera il video crudele che ostentava il viso ferito di Vittorio, io ho pensato subito a Enzo Baldoni che in Irak nelle mani dei sequestratori sorrideva, sembrava prendere in giro ancora una volte la morte in agguato. “Un coglione” come scrissero i giornalisti di destra. E coglioni ma soprattutto vigliacchi sono sempre i pacifisti perchè – così il ritornello, particolarmente ripetuto sul “Corriere della sera” a ogni s/proposito – non sono in prima linea. E se invece vanno al fronte disarmati e muoiono… di loro neppure si parla: la memoria pubblica cancellerà presto Vittorio, come Enzo Baldoni o come Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni che furono uccisi il 29 maggio ’93 in un’azione di pace in Bosnia con i giornalisti attenti per anni a non far capire quante armi l’Italia vendesse. E bisogna dimenticare in fretta o calunniare Rachel Corrie.

Rachel era millitante dell’ISM, come Vittorio e non aveva neppure 24 anni quando fu uccisa da un bulldozer israeliano il 16 marzo 2003 mentre cercava di opporsi all’abbattimento abusivo di una casa palestinese. Poco fa ho letto un messaggio di Cindy Corrie, la madre di Rachel, a Luisa Morgantini. Lo incollo qui, senza tradurlo (non so l’inglese).
Luisa,
My heart is breaking. I met Vik in Gaza in 2009 and have had short correspondence with him. I wrote to him last night, actually, before I knew he had been killed. I had to hope that he would survive to see that we were thinking of him and willing him to safety. From all I know, he was brave,
devoted, warm, gentle and wonderful. I am so sad and so sorry.
I’m thinking of you this morning, of all of our Italian friends, and of all connected to ISM as I try to absorb this cruelty.
At the moment, reaching out to friends seems the only thing to do. We are in Haifa for the trial in Rachel’s case and headed today to Bethlehem. If there is any way for us to be of help, please let me know.
My love to you and to all who mourn,
Cindy

Dei “morti” per costruire la pace con giustizia non bisogna parlare. E ancor meno bisogna parlare di quelle/i che sono vive/i, donne e uomini che rischiano la vita in molte parti del mondo. Per i media sono “bravi ragazzi” e “operatori di pace” o persino “volontari” (anche se prendono davvero molto soldi) i soldati italiani in missioni dette umanitarie e che quasi mai lo sono; ma i media presunti grandi non hanno spazio per Beati i costruttori di pace, per le Pbi o per Operazione Colomba. E quelli di Freedom Flottilla poi… calunniati anche da morti. C’era una giornalista italiana, Angela Lano, sulla nave sequestrata dagli israeliani e ha pubblicato un libro (“Verso Gaza”) per raccontare altri fatti, mostrare altre evidenze, cercare un’altra verità. Silenzio e censura per lei come per “Restiamo umani”, il libro che raccoglie le testimonianze di Vittorio. Ma zitti pure sui premi Nobel per la pace se ogni tanto si permettono di recitare un copione non previsto dai media o fuori “format” (ci sono opinioni e persino fatti che si possono scrivere solo da pag 19 in poi e/o trasmettere solo dopo le 23). Oggi ascoltavo in radio i giornalisti che dovendo “classificare” Vittorio ripetavano che era un volontario o cooperante: evidentemente nonviolento o pacifista devono essere parolacce.

Chi ha conosciuto Vittorio ricorda il suo corpo muscoloso ma anche gli anelli, i tatuaggi. Ero con lui (e con altre 50 persone, più donne che uomini ma comunque tutti “coglioni”) a Padova nel 2006 durante una lunga formazione nonviolenta per andare nel Congo che cercava di uscire da una guerra…. costata 4 milioni di morti ma che i “grandi media” non volevano raccontare. Noi andavamo disarmate/i proprio nelle zone più pericolose perchè (come già nel 2001) lì eravamo stati chiamati dalla “società civile” congolese: sensato o folle, chissà. Comunque andammo. In una discussione, una nostra formatrice (forse era Anna) disse ridendo a Vittorio una frase tipo: “c’è un problema che ti riguarda, lo sai?”. Nei miei ricordi la faccia di Vittorio era serissima nel risponderle. “Sto lavorando su me stesso per essere più calmo, meno casinaro”. Ma ridendo di gusto Anna (o chi era) gli disse: “Lo vedo ma non è quello… Sei coperto di tatuaggi e di piercing. Andrai in una zona sperduta dove hanno visto pochi bianchi e dove forse i tatuaggi non hanno lo stesso significato di qui. Che si fa?”. Neanche un’esitazione: “Tolgo i piercing e copro i tatuaggi”. E Vittorio restò con le maniche lunghe, anche nei momenti più caldi. Perchè dietro l’aria scanzonata e il coraggio sapeva essere umile quando serviva.

Sentivo in radio oggi qualche imbecille dire che Vittorio a Gaza faceva il giornalista. No, era un volontario del’Ism (Movimento di solidarietà internazionale) che durante i bombardamenti prestava soccorso su un’ambulanza e poi – finita l’emergenza – scriveva le corrispondenze per “il manifesto”. E sempre in nome dell’imbecillità, della menzogna o della retorica qualcuno in radio ha osato dire che il suo lavoro, in prima linea, era “prezioso per gli altri giornalisti”. E invece, nell’informazione di regime (e comunque filo-israeliana oltre ogni decenza) non lo si poteva nominare Vittorio, era un testimone scomodo.

Questa mattina Donata, anche lei in Congo con Vittorio, ha scritto: “lo hanno ucciso. Diranno di tutto: che se l’è cercata, che è colpa di Israele, dei palestinesi o che dei musulmani non ci si può fidare… Vittorio non lo avrebbe voluto. Vittorio vuole, al presente, che restiamo umani nonostante tutto, che non diamo spazio alla vendetta ma – ed è un ma pesante, che ci diamo da fare concretamente per la giustizia (…) In questi giorni in cui la giustizia è calpestata continuamente, in cui sono troppo pochi quelli che hanno il coraggio della denuncia, mi mancherà Vittorio. Mi chiamava sorellina l’indomito Vittorio”.

Cosa avrebbe voluto, cosa vuole da noi, il nostro fratellinoVittorio? Non sono certo di saperlo. Ma credo che, oltre il dolore, ci chiederebbe di continuare e di riflettere – ognuna/o a suo modo perchè siamo persone diverse – cosa si può fare. Non solo per Gaza assediata e disperata o per la Palestina dimenticata dal mondo. Ma per capire come disinnescare le mille micce accese nei molti conflitti del cosiddetto Medio oriente. Mentre la guerra torna a essere l’unica “opzione” ovunque. Riprendo alcuni ragionamenti che avevo scritto (“Io che abito in Uccidente”) su codesto blog qualche giorno fa.

Non abbiamo neppure il coraggio di contare le guerre che si susseguono. Molte/i non le chiamano neppure guerre e così credono di avere risolto il problema. (…) Io ho la libertà, in Italia, di stare con Bersani, con Berlusconi, con Fini o con Casini. O con due-tre di questi per volta. O di scegliere quest’anno uno di loro e poi, fra 11 mesi, di votarne un altro. Mi è però vietato di dire (o forse pensare) che l’Italia potrebbe risanare il territorio oppure costruire scuole, ospedali, case popolari con i soldi che spende in armi; i 4 detti prima sono concordi nel non farmelo dire. Ancora più vietato è mettersi in marcia verso la verità che Gunther Anders espresse così: “L’industria non produce armi per le guerre ma guerre per le armi”. In queste riflessioni citerò un solo libro e mi piacerebbe che chi sta leggendo lo recuperasse: si intitola “Dizionario critico delle nuove guerre” e Marco Deriu lo ha scritto (per la Emi). In un paio di presentazioni ricordo di avere incontrato pacifisti arrabbiati con Deriu perchè il suo discorso di fondo – la guerra è un “fatto sociale totale” e noi siamo immersi nel suo immaginario come nelle sue regole – faceva risultare vano il loro quotidiano impegno.

Pochi giorni fa, sempre in blog, ho segnalato (“Armi, chi paga?”) che il 12 aprile è LA GIORNATA MONDIALE DI AZIONE CONTRO LA SPESA MILITARE.

Se la parola “azione” ha un senso…io chiedo a voi (e a me stesso): che cosa posso-possiamo fare il 12 o il 13 aprile? o cosa abbiamo fatto ieri? ci stiamo preparando per una azione? Può bastare (per chi lo ha già fatto) spostare i risparmi – pochi o molti – da una banca armata a un’altra che non sostiene export militare e/o dittature?

Ho scritto che nel mio personale bilancio ho pochissimo da inserire. In pratica solo un po’ di lavoro informativo e avere (da anni) i miei – pochi ahimè – soldi in Banca Etica e su Mag-6 invece che nelle banche (normalmente) armate. Purtroppo non posso aggiungere, come in passato, che “non dò il voto a partiti che sostengono operazioni militari travestite da missioni umanitarie” perchè in una delle ultime votazioni mi affidai a Rifondazione e, come sapete, è grazie alla maggioranza di quel partito – e ad altri “pacifi-N-ti” – se in Afghanistan i soldati italiani uccidono (e a volte sono uccisi).

Ritorno, dopo l’assassinio di Vittorio, con le stesse domande, rivolte a me e ad altre/i disposti ad ascoltarle e che le possono capire (dubito che per esempio il gruppo dirigente del Pd capisca di cosa sto parlando ammesso che abbia il tempo per occuparsi di “coglioni” come noi).

Se ci chiederanno “un minuto di silenzio” invece parleremo? Diremo in primo luogo che bisogna sostenere subito la Freddom Flottilla 2? E ci organizzeremo per farlo?

Diremo i nomi delle banche armate in Italia? E dei media, delle fondazioni, dei leader politici collegati a quelle banche e dunque a quelle armi? Diremo dove e chi in Italia costruisce strumenti di morte? E insieme ragioneremo su come sabotare armi, banche e politici annessi?

Restiamo umani, come ha sempre chiesto Vittorio. Ma per farlo davvero dobbiamo chiederci: cosa sto facendo e cos’altro posso fare?

Ciao Vittorio e grazie. Cercheremo di restare umani

martedì 12 aprile 2011

Ricordando Gregorio Kapsomenos (Creta, 10 novembre 1946 - Bologna, 9 aprile 2011). Il "saggio" amico, della Libreria delle Moline

La cultura non si accumula, la si condivide, il sapere non si rinchiude nei reticolati accademici, ma lo si distribuisce.
La scoperta di un perla, di un frammento prezioso non si trasforma in prelibatezza utilizzabile come merce di scambio in vista di un piccolo potere personale.
Leggere, imparare, comunicare, senza spirito di dominio: quanti lo capiscono, quanti lo hanno capito, quanti erano consapevoli che in quei piccoli doni quotidiani si celava un altissimo senso della socializzazione di testi e
pensieri, che non si riducevano mai a chiacchiera vuota?
L' indipendenza di pensiero e la curiosità insaziabile, l' allenamento quotidiano alla critica del mondo in cui ci troviamo a vivere, la messa in pratica di quella che Foucault chiamerebbe l'immensa e proliferante criticabilità delle cose, delle istituzioni, delle pratiche, dei discorsi , attraverso i libri, strumenti privilegiati di questo occhio critico, la loro incessante ricerca, i segreti collegamenti che li legano, l'estrazione di un insospettato senso nascosto che illumina e fa esplodere l'apparente inerzia di un anonimo volume, ridando dignità e valore a opere colpevolmente trascurate da chi insegue a tutti i costi solo l' ultima novità o si adegua all'ultima moda.
Anche la consapevolezza, però, che i libri lottano fra loro, conducono guerre silenziose, come ricordava con pungente ironia l' amato Swift nella Battaglia combattuta venerdì scorso tra i libri antichi e quelli moderni nella biblioteca di St. James.
Inseparabile dalla sua figura l'ironia provocatoria che rintracciava nell'amatissimo Vonnegut, di cui amava citare "Il cervello era troppo grosso per svolgere un buon servizio" come un invito a non prendersi poi troppo sul serio.


Un grande abbraccio a Marta, sua compagna di vita e di avventura.

Alberto Burgio
Andrea Cavalletti
Barbara Chitussi
Giorgio Forni
Rudy Leonelli
Vincenza Perilli
Mauro Raspanti
Roberto Sassi
Simona Ferlini


I funerali si svolgeranno mercoledì 13 aprile dalle ore 9,30 alle 11,30 - Sala Pantheon - Certosa di Bologna

venerdì 1 aprile 2011

Democrazia è Educazione

Educazione Democratica è una rivista semestrale in rete, interamente scaricabile dal sito www.educazionedemocratica.it, frutto di una collaborazione a distanza fra studiosi che intendono esplorare il nesso tra un'educazione autentica, vale a dire fondata sul rispetto reale della libertà e dell'autonomia di tutti i soggetti coinvolti nei processi educativi, ed una democrazia autentica, vale a dire un sistema nel quale tutti abbiano un potere reale, e non solo retorico né limitato al rito formale, sporadico e sempre più inconsapevole del voto

Educazione Democratica è una rivista semestrale in rete, interamente scaricabile dal sito www.educazionedemocratica.it, frutto di una collaborazione a distanza fra studiosi che intendono esplorare il nesso tra un'educazione autentica, vale a dire fondata sul rispetto reale della libertà e dell'autonomia di tutti i soggetti coinvolti nei processi educativi, ed una democrazia autentica, vale a dire un sistema nel quale tutti abbiano un potere reale, e non solo retorico né limitato al rito formale, sporadico e sempre più inconsapevole del voto

l primo numero di Educazione Democratica si apre con un dossier sul carcere. Abbiamo cercato di documentare da un lato la realtà del carcere italiano, ascoltando le voci di chi ci lavora o di chi sta scontando la propria pena; dall'altro, alcune esperienze che possono rendere meno incompatibile con la dignità umana la condizione carceraria, come la meditazione vipassana (sperimentata in India da Kiran Bedi) o la maieutica strutturale di Danilo Dolci. Ciò, senza illuderci nemmeno per un momento: il carcere non è un luogo formativo, né può diventarlo con qualche aggiustamento. Può diventare un luogo meno disumano, ma la formazione di un uomo, la sua crescita nel bene, non può che avvenire grazie e per mezzo della libertà.

Intervengono:
Simona Ferlini, Dimitris Argiropoulos, della redazione della rivista
Gian Guido Naldi, Consigliere regionale SEL

sabato 19 marzo 2011

Il dio delle zecche

Se, quando senti dire vita eterna
ti abbracci, come un naufrago a un tronco,
forse non hai capito.

Non futura rivalsa è in impossibili
paradisi o inferni. Non è
mummificarsi.

Vita eterna
è sapere respiro del mattino
quando ancora nel bosco non prorompe
vento di sole–
aria di fragole tra felci curve
aria densa di funghi, umida aria
di muschio abbarbicato nel granito–
smeraldo di acque
e vigile svolare di gabbiani

riguardare attraverso lucenti
occhi bambini,
esplorare umilmente nel segreto
di un atomo invisibile,
decifrare a una roccia la sua storia,
intendere il vagare delle stelle

non ammuffire in chiuse nostalgie:
rianimando la vita se si esangua
disseminare gli attimi perfetti
esperti a contrastare ogni sclerosi
scegliere il fronte:
                           è la rivoluzione

contro il Dio delle zecche e i suoi accoliti
lo spasimo del tendersi
a un incontro pieno.

Sapendo il mondo un immane crogiolo
in cui i corpi in altri si dissolvono
le forme in altre forme,
                                   è consentire
a masticare e a essere masticati
a bruciare e a bruciarsi

essere la corrente e alimentarla
cercando dirigersi
(né se strascicati sbattendo da evento
in evento si evade
o tentando stagnare al margine)

e quando il cuore cessa di pulsare,
senza frapporre marmi piombi legni
lasciare le radici ti risucchino
semplicemente –
                        come le hai succhiate.

Danilo Dolci, Il Dio delle zecche.

giovedì 17 marzo 2011

i giovani

Quella delle giovani generazioni insulse è una grandissima balla, e un capolavoro di propaganda. Ci sono generazioni (non più solo le giovani, ormai) prive di "voice", di qualsiasi possibilità di farsi sentire e contare, il che è molto diverso dall'essere prive di cose da dire.  E non venite a raccontarmi che il voto è una possibilità di farsi sentire e di contare.

venerdì 11 marzo 2011

Lavoro pubblico e parassitismo

In margine a un articolo di Andrea Saba sul blog Etica ed Economia

Gentile Professore,
lei m'insegna che la distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo è faccenda complessa, che temo non possa essere ricondotta all'opposizione fra "operai dell’industria, della agricoltura, dei servizi produttivi" e "tutti coloro, e sono tantissimi che lavorano (si fa per dire, in molti casi) e percepiscono uno stipendio pagato dalla pubblica amministrazione nelle sue diverse strutture amministrative".

In Italia esiste, bensì, il problema di una pubblica amministrazione usata come mero strumento di distribuzione del reddito (e naturalmente anche acquisizione di consenso e scambio di favori), in assenza di una previdenza sociale universalistica, e questa è senz'altro una tara che pregiudica, sotto molti aspetti, il funzionamento della pubblica amministrazione stessa. Insomma, ci sono i costi delle inefficienze, e ci sono i costi delle politiche sociali che andrebbero realizzate come tali e non attraverso assunzioni nella PA, ma ci sono anche dei costi che sono puramente e semplicemente quelli necessari per il funzionamento di una pubblica amministrazione. Se è così, di fronte al suo articolo, la domanda da porsi è: una volta eliminati questi costi, riteniamo necessario e opportuno avere una pubblica amministrazione, e pagarne il prezzo?
Perché se crediamo che, puramente e semplicemente, un paese moderno non possa fare a meno di una pubblica amministrazione, e persino di una serie di servizi pubblicamente offerti e amministrati (e medici e insegnanti, che Lei rubrica fortunatamente fra i lavoratori produttivi, offrono anch'essi un servizio pubblico e sono retribuiti con risorse pubbliche) se crediamo questo, dico, dovremmo smetterla di usare l'equazione "pubblica amministrazione uguale parassitismo", da cui non possiamo cavare alcuna indicazione utile, e cominciare invece a domandarci in che modo ottenere il massimo risultato dalla spesa che sosteniamo pubblicamente.

Gli sforzi in questa direzione ci sono, e sono molti, e in molti casi eccellenti - il nostro SSN ha, in termini di efficienza, il secondo miglior risultato fra paesi OCSE, e uno dei sistemi di programmazione e gestione meglio sviluppati al mondo.
Questi sforzi si scontrano, naturalmente, con il problema della funzione sociale della spesa pubblica, ma sono gravemente ostacolati proprio dall'assunto che i dipendenti pubblici siano parassiti, troppi in ogni caso: per esempio, il blocco del turn over così spesso previsto nelle finanziarie dell'ultimo decennio ha significato penalizzare le amministrazioni efficienti, che non avevano un eccesso di personale rispetto alle loro effettive necessità. Oppure, in concreto, può succedere che un ospedale acquisti un apparecchio radiografico di ultima generazione, e non possa farlo funzionare a tempo pieno perché ha il divieto di assumere i radiologi che dovrebbero utilizzarlo.

Infine, questo assunto è dannoso in modo più profondo, e apparentemente difficile da intendere per molti riformatori della PA. Il modello Agusta, che lei giustamente cita, ha bisogno di due fattori essenziali e correlati: responsabilità, da parte dei lavoratori, e riconoscimento da parte dell'organizzazione. L'una non si può dare senza l'altra, e questo fa parte dell'abc del management, da Mintzberg in poi: io mi sento responsabile del mio lavoro, e lo firmo, e sono leale e collaboro con l'organizzazione, perché l'organizzazione mi riconosce degno di questa responsabilità e riconosce il valore del mio contributo. E' un rapporto di fiducia. Se l'organizzazione mi dà del parassita, non attribuisce valore al lavoro che faccio, concentra i suoi sforzi non sulla collaborazione ma sulla sanzione e il controllo, questa fiducia, e con essa responsabilità, qualità ed efficienza del lavoro, smettono di essere possibili.

martedì 8 marzo 2011

the freedom to choose not to work

Potremmo metterla così: ci sono dei beni, e c'è qualcosa che dà al singolo il diritto di goderne. O meglio: qualcosa in nome di cui il singolo reclama per sé il diritto di goderne.

Questo è il nucleo primordiale del problema: il nucleo che sta prima del lavoro, e anche prima della discussione su cosa sia bene, e di cosa sia "un" bene.

Questo qualcosa può essere il possesso di titoli di rendita (una casa da affittare, delle azioni di borsa ...) o il possesso di qualcosa da dare in cambio, vendere, per esempio: il tuo lavoro (e con esso le tue capacità, le tue conoscenze ..., se ci sono), o il tuo corpo, o la tua lealtà e sudditanza.

In Italia si è spezzata la promessa che sia il lavoro la cosa che, venduta, ti garantisce le risorse per vivere.

Bisogna quindi vendere qualcos'altro.

Cosa dia diritto ad accedere a queste risorse, infatti, non è chiaro, ma la via più appariscente per accedervi è quella che passa per la mafia o per il mondo dello spettacolo. Non stupisce che ragazzi e ragazze, che colgono il nuovo prima e meglio di noi, concentrino le loro aspirazioni e speranze su uno dei due o tutti e due.

Il lavoro non è più necessario (non così tanto, non nella forma in cui lo conosciamo) e così per poter lavorare siamo costretti a produrre cose inutili, come le armi o le automobili, e poi non sapere come sbarazzarcene.

Ma se il lavoro non è più necessario, se non in misura minima in rapporto alla quantità di beni e servizi che si producono, l'offerta di lavoro è mantenuta artificialmente alta rispetto alla domanda ridotta. E' mantenuta artificialmente alta con la finzione che il lavoro sia necessario per procurarsi un reddito, cioè una quota dei beni e servizi che si producono: ma è una finzione a cui non crede più nessuno, proprio perché l'esperienza ci ha insegnato che di tutti i titoli che danno diritto a ottenere una quota di risorse il lavoro è il peggiore: il meno remunerativo, il più costoso per la vita individuale. Molto meglio la rendita, la parentela, la fedeltà politica, la mafia, la vendita del proprio corpo, o qualsiasi altro strumento fantasioso.

Il lavoro, allora, o meglio la finzione che il lavoro sia necessario, diventa esclusivamente uno strumento di disciplina sociale: l'assegnazione di un "posto" alle cui regole l'assegnato deve attenersi, pena, appunto, l'esclusione: lavorativa e sociale.

giovedì 24 febbraio 2011

Motivazione dell’opposizione all’introduzione della pena accessoria della decadenza della potestà genitoriale e della interdizione perpetua della tutela di minori per il reato di mutilazione dei genitali femminili (art. 583 bis del Codice Penale) nella legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote (S. 1969-B) in discussione al Senato

Raccogliamo firme per fermare un'altra legge stupida e cattiva, che non servirà a contrastare le mutilazioni genitali femminili, ma anzi renderà quasi impossibile combatterle.
Anche la campagna europea END FGM sostiene l'iniziativa, ritenendo questo un precedente grave che potrebbe influenzare anche l'andamento di processi legislativi di natura penale relativi alle MGF in altri paesi europei. Le firme vanno inviate a: c.scoppa@aidos.it
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a cura di AIDOS – Associazione italiana donne per lo sviluppo
consulenza giuridica di Natalina Folla, Docente di diritto penale, Università di Trieste

L’inserimento nella legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote attualmente in discussione al Senato (S. 1969-B, art. 4 “Modifiche al Codice Penale”) della pena accessoria della decadenza della potestà genitoriale e della interdizione perpetua dalla tutela di minori in calce all’articolo 583/bis del Codice Penale relativo al reato di mutilazione dei genitali femminili costituisce a nostro avviso una mostruosità giuridica in quanto:

- Le mutilazioni dei genitali femminili non possono essere equiparate ai reati di sfruttamento sessuale e abuso sessuale dei minori di cui tratta la Convenzione di Lanzarote.
Le mutilazioni dei genitali femminili, una pratica senz’altro da abbandonare perché costituisce una violazione dei diritti umani delle bambine e delle donne che ne lede l’integrità psico-fisica, sono una norma socio-culturale trasmessa come tradizione, che i genitori si sentono chiamati a rispettare per consentire alla bambina di assumere ruolo e funzioni di donna adulta.
Questo vale soprattutto in contesti culturali dove non essere sottoposte alla pratica è percepito ancora come un ostacolo al matrimonio, e quindi alla maternità, tratti essenziali della realizzazione di una donna, e può causare l’emarginazione dalla propria comunità.
Per i genitori africani dunque, sottoporre la bambina alla pratica è un atto inteso a garantire alla futura donna i benefici legati al matrimonio all’interno della propria comunità d’origine.
Diversamente dunque dall’abuso sessuale o dallo sfruttamento sessuale di un/a minore, in cui i genitori praticano un comportamento finalizzato all’ottenimento di un vantaggio per sé, sia in termini economici che di altro genere, a danno del/la minore.
Diversamente dalla cerimonia rituale della mutilazione dei genitali, inoltre, lo sfruttamento sessuale o l’abuso sessuale di un/a minore sono comportamenti che possono essere reiterati nel tempo, comportando una effettiva responsabilità dei genitori nella mancata protezione e tutela del/la figlio/a che può ragionevolmente comportare una misura drastica come la decadenza della potestà genitoriale.
- La privazione della potestà genitoriale costituisce un danno ulteriore per la bambina già sottoposta a mutilazione dei genitali, che verrebbe privata anche dell’essenziale supporto affettivo ed educativo della propria famiglia, condannata ad essere internata in un istituto o affidata ad estranei, con tutti i disagi e le sofferenze che questo comporterebbe, compreso il senso di colpa per essere stata la “causa” della condanna dei propri genitori.
- L’extraterritorialità del reato di mutilazione dei genitali femminili prevista dalla legge n. 7/2006 che ha introdotto nel Codice penale l’art. 583/bis sulle mutilazioni dei genitali femminili rende di fatto tutti i genitori africani di bambine che dovessero essere state sottoposte a mutilazione dei genitali anche prima di arrivare nel nostro paese a rischio di perdere la potestà genitoriale.
- Attualmente norme che vietano le mutilazioni dei genitali femminili sono in vigore in 19 paesi africani dei 28 dove la pratica è diffusa, oltre che in numerosi paesi europei. Tali leggi, come hanno dimostrato numerosi studi e ricerche, hanno però avuto un impatto molto limitato sull’abbandono della pratica.
Trattandosi di una norma socio-culturale radicata nella tradizione, l’abbandono delle mutilazioni dei genitali avviene solo attraverso unapresa di coscienza e una rinegoziazione dei rapporti di genere, familiari e sociali che ne riconosca l’inutilità proprio al fine dei benefici che era chiamata a garantire (matrimonio, rispettabilità, onore).
Nel contesti dove i diritti delle donne e la parità di opportunità  tra uomini e donne sono inscritte nell’ordinamento giuridico, sono oggetto di politiche governative e sono supportate dall’evoluzione socio-culturale, e dove sono state condotte campagne di sensibilizzazione e informazione volte a promuovere l’abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili, la pratica sta progressivamente perdendo di senso e il numero delle bambine costrette a subirla è in costante diminuzione, come documentato dai Sondaggi demografici e sanitari (DHS,Demographic and Health Surveys, ) condotti in quasi tutti i paesi africani.
Nel contesto della migrazione, come hanno dimostrato i risultati delle ricerche realizzate in Italia attraverso i finanziamenti messi a disposizione dal Ministero delle Pari Opportunità in base al bando di cui all’Avviso n. 1 - G.U. n. 187 del 13 agosto 2007, dove i “benefici” per la vita adulta di una bambina si configurano in termini di istruzione, accesso al lavoro, partecipazione alla vita pubblica,l’orientamento prevalente tra le famiglie migranti è già quello dell’abbandono della pratica. Al punto che può accadere che la bambina sia mutilata contro la volontà dei genitori e all’insaputa di questi durante le vacanze nel paese d’origine, dove è affidata alle nonne e/o ad altre/i parenti.
Per far sì dunque che la pratica venga definitivamente abbandonata, e che i genitori abbiano sufficienti risorse per opporsi alle pressioni familiari che ricevono dal paese d’origine affinché rispettino le tradizioni, soprattutto in occasione di soggiorni e vacanze nel paese d’origine, è fondamentale sostenere questo cambiamento di mentalità attraverso adeguate campagne di sensibilizzazione, formazione, informazione.
La legge n. 7/2006 aveva inoltre giustamente collocato le misure di prevenzione nel primo capitolo e le misure penali nel secondo, prevedendo finanziamenti per 3 anni al fine di attuare campagne informative e corsi di formazione. È in tal senso che deve proseguire l’attività del governo, rifinanziando la legge e coordinando al meglio le iniziative sul territorio italiano, con il coinvolgimento delle associazioni di promozione sociale, le organizzazioni non governative e soprattutto le associazioni dei/le migranti, oltre che degli enti locali più in diretto contatto con le famiglie migranti.
Conseguentemente, la misura penale dovrebbe essere applicata in via residuale, in quanto il fine perseguito dalla legge n. 7/2006 è  quello di far prendere coscienza della brutalità della pratica censurata, ed eventualmente garantire, con la sanzione penale, la rieducazione della persona condannata attraverso la percezione del disvalore penale della sua condotta, in adesione al principio rieducativo della pena previsto dall art. 27 della Costituzione.
Ebbene, questo sarebbe possibile immaginando un apparato sanzionatorio che veda ridotti i limiti edittali della pena, in modo tale da consentire all’autore del reato (che, spesso, è anche il genitore) di accedere al beneficio della sospensione condizionale della pena, subordinandolo alla osservanza, da parte del condannato, delle prescrizioni imposte dal giudice; prescrizioni che potrebbero consistere in percorsi di sensibilizzazione, di informazione e di formazione circa le negative conseguenze (sanitarie, psicologiche, sessuali e di benessere complessivo) sulle vittime delle pratiche medesime. Una sorta, quindi, di messa alla prova (come la probationanglosassone), che deve durare per tutto il periodo della pena principale, con l’ausilio, ovviamente, dei servizi sociali e con un coinvolgimento della famiglia. La conclusione positiva del percorso porterebbe, quindi, alla estinzione del reato.
Occorre rilevare invece che la disciplina penale delle MGF ha dimostrato in questi 5 anni di vigenza una totale inefficacia.L’inesistente casistica giurisprudenziale (un solo caso) è frutto dell’ineffettività della norma penale.
Tale consapevolezza sta a significare che la preponderanza dell’aspetto simbolico della norma penale rispetto alla sua reale funzione, che sarebbe dovuta essere quella della tutela della vittima, ha prodotto soltanto conseguenze negative; la norma penale così strutturata infatti:
·     non ha inciso significativamente sulla dissuasione dalla pratica;
·     non ha permesso di tutelare adeguatamente le vittime (quasi esclusivamente minori);
·     ha solo creato l’illusione, o inviato all’opinione pubblica il falso messaggio che il presidio penale avrebbe eliminato la pratica ricorrendo a pene draconiane.
Questo dato oggettivo dovrebbe, quindi, indurre il legislatore a una seria riflessione e, preso atto del fallimento della parte penale della legge del 2006, dovrebbe indurlo a riformulare l’apparato sanzionatorio della disciplina, rendendolo efficace rispetto al fineperseguito dalla legge medesima.
In sintesi: se la funzione della norma penale è quella di tutelare la vittima, in questo caso la vittima minore in particolare, il presidio penalistico deve essere confezionato rispetto a questo preciso scopo.
Ora, alla luce delle peculiarità che il reato di mutilazione dei genitali femminili presenta, come sopra ricordate, l’intento prioritario del legislatore deve essere quello di incidere, anche attraverso la norma penale, sul processo di acquisizione, da parte dell’autore del reato, del disvalore penale della sua condotta.

Considerazioni in ordine al c. d. patteggiamento, art. 444 del codice di procedura penale “Applicazione della pena su richiesta delle parti” e artt. seguenti
Per quanto qui rileva, e in estrema sintesi, ricordiamo che il c. d. patteggiamento è previsto nelle due forme del
-     c. d. patteggiamento ordinario
-     c. d. patteggiamento allargato.
Il c. d. patteggiamento ordinario si applica quando la pena che in concreto dovrebbe irrogarsi non è superiore ai due anni. In questo caso non si applicano le pene accessorie (nel caso che ci interessa qui la “decadenza dalla potestà genitoriale”).
Il c. d. patteggiamento allargato si applica quando la pena irrogabile in concreto non è superiore ai cinque 5 anni. In questo caso si applicano, però, anche le pene accessorie.
Ebbene, il disegno di legge n. 1969-B di ratifica della Convenzione di Lanzarote, vuole impedire che, laddove, nel caso concreto, una persona incriminata per mutilazione dei genitali femminili sia punibile con una pena non superiore ai due anni (assai raro, peraltro, a nostro avviso), possa accedere al beneficio previsto per il patteggiamento ordinario.
L’art. 4 lett. f) del disegno di legge, in ordine all’art. 583 bis c.p., estende, infatti, l’applicazione della pena accessoria anche al patteggiamento ordinario, derogando a quella previsione che, in un sistema sanzionatorio di un’asprezza inaudita, qual è quello attuale delle MGF, rappresenta l’unico spiraglio di razionalità.

Con l’adesione di
ADUSU, Associazione diritti umani – sviluppo umano, Padova
Agenzia Tutela Minori Padova – Donatella Schmidt, ricercatrice universitaria, Università di Padova
Associazione Africani in Piemonte – Torino
Associazione Afrodisia, Roma
Associazione Alma Teatro – Torino – Flor Vidaurre Gamarra
Associazione Casa fai da te, Padova – Paul Roger Boum, Presidente
Associazione Comunità Africana-Italiana – Ureoma Maria Ozoeze, Presidente
Associazione Comunità Edo di Padova – Yusuf Hiden Abdullahi, Presidente
Associazione Comunità Somala di Padova – Ahmed Mohamed Scek Nur, Presidente
Associazione Donne a colori Onlus – Luz Paredes ramires, Rappresentante legale
Associazione Donne Emigrate Somale – Roma – Lul Osman
Associazione Donne e Bimbi Somali – Arezzo – Rahma Mohamed Hassan
Associazione IROKO – Torino – Esohe Agatise
AIDM, Associazione italiana donne medico
-     Ornella Cappelli, presidente nazionale
-     AIDM Sezione di Cremona, Rosella Giovanna Dragoni, presidente
-     AIDM Sezione di Treviso, Sara Tabbone, presidente
AISCIA, Associazione italo somala comunità internazionale e africana AISEA, Roma – Mariam Mohammed Hassan
Associazione Italiana per Scienze Etno-Antropologiche Onlus
-     Anna Casella Paltrinieri, Facoltà di Scienze della Formazione, Università Cattolica del Sacro Cuore Brescia
-     Laura Faranda, Prof. ordinario di Antropologia culturale ed Etnologia, Università di Roma
-     Michela Fusaschi, Ricercatrice di antropologia culturale e sociale Università Roma Tre Dipartimento di Studi Internazionali
-     Anna Matteocci, Dottoranda in Mito rito e pratiche simbolich,e Università di Roma La Sapienza, Membro dell'Osservatorio sul Razzismo e le Diversità "M.G.Favara" dell'Università Roma Tre
-     Paolo Palmeri, prof. ordinario di Antropologia dello sviluppo, Università di Roma La Sapienza
Associazione Italo-somalo – Trieste – Ahmed Fagi Elmi
Associazione nazionale giuristi democratici – Avv. Roberto La macchia, Presidente
Associazione Medici Volontari Tolbà, Matera – Dorothy L. Zinn, Presidente
Associazione Nazionale Diaspora Africana – Yao Germain Kwame, Presidente
Audiodoc – Associazione italiana di autori e autrici indipendenti di audio documentari
     Andrea Giuseppini, Presidente
     Jonathan Zenti, socio responsabile del progetto “Abandoning FGM on FM!”
     Annamaria Giordano, Radio 3 Mondo RAI

Be Free, Cooperativa sociale contro tratta, violenza, discriminazione – Oria Gargano, Presidente
Centro di riferimento regionale per la prevenzione e le cure delle complicanze delle MGF – Careggi – Firenze – Abdulcadir Omar
Centro di riferimento regionale per le mutilazioni dei genitali femminili, Ospedale S. Camillo Forlanini, Roma – Dr. Giovanna Scassellati, Responsabile del Centro
Centro donna giustizia, Ferrara – Paola Castagnotto, Presidente
Centro per la salute delle donne immigrate e dei loro bambini, Bologna - Maria Giovanna Caccialupi
CID, Centro Idea Donna, Associazione culturale, Venezia – Maria Pia Miani, Presidente
CIE, Centro d’Iniziativa per l’Europa – Torino – Eliana Cerrato
CIF, Centro italiano femminile
     Maria Pia Campanile Savatteri, Presidente
     Alba Dini Martino, sociologa, Vice presidente
CIR, Consiglio italiano dei rifugiati
Comunità somala del Lazio – Mariam Mohammed Hassan
Cooperativa Kantara, Milano – Marta Castiglioni, Presidente
Coordinamento Stranieri di Vicenza – Morteza Nirou, Presidente
Culture Aperte, Trieste – Ornella Urpis, Presidente
END FGM Campaign – Dr. Christine Loudes, Coordinatrice della campagna, Amnesty International Irlanda
ETNA – Etnopsicologia Analitica
ICRH, International Centre for Reproductive Health, Università di Genth – Els Leye, responsabile programmi sulla prevenzione delle mutilazioni dei genitali femminili
IRASDI, Italian Research Association for Sustainable Development Initiatives – John Baptist Onama, Presidente
ISMU, Iniziative e Studi sulla Multietnicità, Milano
-     Costanza Bargellini - Coordinatrice di ricerca
-     Daniela Carrillo – Coordinatrice di ricerca
-     Annavittoria Sarli – Ricercatrice
ISTISSS, Istituto per gli studi sui servizi sociali, Onluss – Dr.ssa Luisa Mangano, presidente
NPSG, Non c’è pace senza giustizia
OXFAM Italia – Francesco Petrelli, presidente
Progetto AURORA, Campagna “Nessuno Escluso”. Azione di prevenzione e contrasto delle MGF – Torino – Saida Ahmed Ali
UDI, Unione donne in Italia – Pina Nuzzo, Delegata nazionale
Unione donne migranti per la pace Onlus, Modena – Nurta Hassan
Maria Gemma Azuni, Capogruppo Assemblea Capitolina Comune di Roma, Gruppo Misto Sinistra Ecologia e Libertà
Assetou Billa Nonkane, mediatrice culturale, Associazione Circolo Aperto, Pordenone
Mario Bolognari, Prof. associato di Antropologia Culturale, Facoltà di Lettere e Filosofia, Polo universitario dell’Annunziata, Università degli studi di Messina
Chiara Brocco, Dottorato di ricerca in Antropologia Sociale, Centre Etudes Africaines - Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Parigi / Dipartimento discipline storiche "Ettore Lepore", Università Federico II Napoli 
Laura Carrillo, ginecologa, Palermo
Anna Contessini, vice preside ISIS “Gioberti”, Roma, responsabile formazione Lega per i Diritti dei popoli, responsabile scuola del Forum provinciale Pace, diritti umani e solidarietà
Laura Degan, AIDOS – Ufficio regionale di Padova
Maddalena Claudia Del Re, avvocato, consulente legale AIED, Associazione italiana per l’educazione demografica
Khadidiatou Diallo, Dottorato Internazionale di Ricerca in Culture, disabilità, inclusione: educazione e formazione, Università di Roma “Foro Italico”
Simona Ferlini, Dottorato in Sanità pubblica, Dipartimenti di medicina e sanità pubblica, Università di Bologna
Daniela Gerin, Responsabile Ufficio Progetti Area Sanitaria - Salute degli immigrati, delle donne e politiche di contrasto alla violenza di genere e sui minori - Azienda per i Servizi Sanitari n° 1 – Triestina - Trieste
Cecilia Gallotti, Facoltà di sociologia, Università di Milano Bicocca
Mara Mabilia, antropologa, Università di Padova
Marisa Rodano
Anna Sampaolo, psicologa, AIED, Associazione italiana per l’educazione demografica
Francesca Romana Seganti, John Cabot University, Roma
Paola Elisabetta Simeoni, Demoetnoantropologa, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD), Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Marina Testa, Ministero per lo Sviluppo economico
Giorgio Salerno, bibliotecario, Roma