martedì 31 agosto 2010

Solaris

Chissà degli esseri arrivati da un altro pianeta riuscirebbero a discernere - a discernerci, o non vedrebbero piuttosto un mare brulicante di correnti, onde, schiume che affiorano e si disciolgono, forme provvisorie subito scomparenti, non più separate le une dalle altre di quanto correnti, onde, schiume lo siano nel mare che vediamo noi.
E chissà se sarebbero loro, a fraintendere, oppure noi.

lunedì 30 agosto 2010

Bisogni

Una volta qualcuno mi ha detto "la nostra mente e il nostro cuore hanno bisogno di verità tanto quanto i nostri alveoli hanno bisogno di aria", ed è stato un grande insegnamento: la verità non come dovere, o lusso, o controllo sulla realtà ... ma come bisogno fisiologico, tanto necessaria alla vita quanto lo è il respirare.
In un passo di Hillman incontrato oggi ritrovo la stessa idea, ma per la bellezza - anche della bellezza abbiamo bisogno come dell'aria. Non, dico, abbiamo bisogno per vivere di rivedere ogni giorno un dipinto del Beato Angelico, ma del semplice camminare accanto agli alberi, avere attorno a noi delle case dotate di qualche armonia, vedere il cielo ...


(e scelgo il Beato Angelico per ringraziare AP)


Tratto da MP dalla prefazione di Hillman al suo "La politica della bellezza" (Moretti e Vitali, 1999):
La risposta estetica è immediata, istintiva, animale, e precede nel tempo e nell'ontologia i gusti che rendono elaborata la risposta e i giudizi che la giustificano.
Ogni repressione di quella risposta non soltanto è deletaria per la nostra natura animale, ma è anche una ferita istintuale nociva al nostro benessere, come è nociva la repressione di qualunque altro istinto. Ma la risposta estetica negata, questo ignorare l'impulsoestetico della psiche, è anche un arrogante insulto alla presenza del mondo. passeggiare accanto a un edificio maldisegnato, vedersi servire del cibo preparato in modo scaitto e accettarlo, mettere sul proprio corpo una giacca tagliata e cucita male, per non parlare del non sentire gli uccelli, del non accorgersi del crepuscolo... tutto questo significa ignorare il mondo. Eppure, questo sato di ignoranza, questa an-estesia, è in larga misura la condizione umana attuale. Ed è sostenuta e favorita dalla nostra economia, dal nostro modo d'impiegare il tempo libero, dall'uso che facciamo della refrigerazione, dai nostri mezzi di comunicazione e di trasporto e, naturalmente, dai nostri modi di curarci.
Dal momento che questa anestesia, questo "ottundimento psichico" - come la chiama Robert J. Lifton, che ha studiato al fondo le catastrofi collettive - è così diffusa ai giorni nostri, ho il sospetto che favorisca la passività politica del cittadino euro-americano, e quindi aiuti i poteri dominanti a proseguire, senza impedimenti, sulla loro rotta rovinosa. Se noi cittadini non facciamo caso all'assalto del brutto, restiamo psichicamente ottusi, ma siamo ancora affidabilmentefunzionali come lavoratori e come consumatori. Possiamo ancora affrettarci a lavorare, a comprare, a tornare a casa alla TV, quotidianamaente, diligentemente, faticando come bestie - come cavalli da tiro con i paraocchi - nella convinzione errata che le nostre sofferenze personali abbiano la loro esclusiva origine nelle nostre relazioni personali.E le psicoterapie colludono con queste convinzioni errate, insistendo che la depresione e l'aggressività che proviamo derivano dai rapporti umani del passato e non dalle inumane violenze che il nostro istinto estetico riceve nel presente. La terapia fallisce il suo scopo quando perde di vista l'importanza quotidiana che Afrodite riveste per l'anima.

domenica 29 agosto 2010

L'angelo azzurro


C'è un vecchio film di Tarkovsky che racconta tutto il dolore del mondo, cioè la Russia del 1500, e la vita di Andrei Rublev, ed è girato tutto in bianco e nero fino all'ultima immagine, che si apre, incredibile e splendida, a colori, con la Trinità - l'icona sublime che rappresenta la Trinità, ma all'inizio erano i tre angeli di Giacobbe.

E il loro colore è l'azzurro.

Ma nelle icone l'azzurro non è il colore dello spirituale e del divino - è il rosso, a rappresentare il divino - ma anzi è il colore dell'umanità (e in origine, credo, ma forse era solo una leggenda familiare, della malinconia).

Così, quello che ha fatto Andrei Rublev, dopo aver attraversato tutto il dolore del mondo, è stato dipingere Dio con i colori dell'umanità (e, forse, della malinconia).

giovedì 12 agosto 2010

La peste

« ... Poi non ho cambiato. Da tanto tempo ho vergogna, vergogna da morirne, di essere stato, sebbene da lontano, sebbene in buona fede, anch’io un assassino. Col tempo, mi sono semplicemente accorto che anche i migliori d’altri non potevano, oggi, fare a meno di uccidere o di lasciar uccidere: era nella logica in cui vivevano, e noi non possiamo fare un gesto in questo mondo senza correre il rischio di far morire. Sì, ho continuato ad avere vergogna e ho capito questo, che tutti eravamo nella peste; e ho perduto la pace. Ancor oggi la cerco, tentando di capirli tutti e di non essere il nemico mortale di nessuno. So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dar sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno fargli il minor male possibile e persino, talvolta, un po’ di bene. E per questo ho deciso di rifiutare tutto quello che, da vicino o da lontano, per buone o per cattive ragioni, faccia morire o giustifichi che si faccia morire.
« Per questo, inoltre, l’epidemia non m’insegna nulla, se non che bisogna combatterla al suo fianco, Rieux. Io so di scienza certa (tutto so della vita, lei lo vede bene) che ciascuno la porta in sé, la peste, e che nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune. E che bisogna sorvegliarsi senza tregua per non essere spinti, in un minuto di distrazione, a respirare sulla faccia d’un altro e a trasmettergli il contagio. Il microbo, è cosa naturale. Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti; sì, Rieux, essere appestati è molto faticoso; ma è ancora più faticoso non volerlo essere. Per questo tutti appaiono stanchi: tutti, oggi, si trovano un po’ appestati. Ma per questo alcuni che vogliono finire di esserlo, conoscono un culmine di stanchezza, di cui niente li libererà, se non la morte.
« Di qui, so che io non valgo più nulla per questo mondo in se stesso, e che dal momento in cui ho rinunciato a uccidere mi sono condannato a un definitivo esilio. Saranno gli altri a fare la storia. So, inoltre, che non posso apparentemente giudicare questi altri; mi manca una qualità per essere un assassino ragionevole; non è quindi una superiorità. Ma ora, acconsento a essere quel che sono, ho imparato la modestia. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello. Questo le sembrerà forse un po’ semplice, e io non so se è semplice, ma so che è vero. Ho sentito tanti ragionamenti da farmi girar la testa, e che hanno fatto giare abbastanza altre teste da farle consentire all’assassinio, che ho capito come tutte le disgrazie degli uomini derivino dal non tenere un linguaggio chiaro. Allora ho preso il partito di agire chiaramente, per mettermi sulla buona strada. Di conseguenza, ho detto che ci sono flagelli e vittime, e nient’altro. Se, dicendo questo, divento flagello io stesso, almeno non lo è col mio consenso. Cerco di essere un assassino innocente; lei vede che non è una grande ambizione.
Bisognerebbe di certo che ci fosse una terza categoria, quella dei veri medici, ma è un fatto che non si trova sovente, dev’essere difficile. Per questo ho deciso di mettermi dalla parte delle vittime, in ogni occasione, per limitare il male. In mezzo a loro, posso almeno cercare come si giunga alla terza categoria, ossia alla pace ».
Terminando, Tarrou faceva oscillare una gamba, sì che il piede batteva piano contro la terrazza. Dopo un silenzio, il dottore, sollevandosi un poco, domandò se Tarrou avesse una idea della strada da prendere per arrivare alla pace.
« Sì, la simpatia ».
[...]
« Insomma », disse Tarrou con semplicità, « quello che m’interessa è sapere come si diventa un santo ».
« Ma lei non crede in Dio ».
« Appunto: se si può essere un santo senza Dio, è il solo problema concreto che io oggi conosca ».

da Albert Camus (1913-1960), La Peste (1947) trad.: Beniamino Dal Fabbro (1948)

domenica 8 agosto 2010

rivoluzione

scherzavo. Seriamente, penso che l’esodo sia una bella tentazione, ma hic Rodhus, hic salta: la rivoluzione non si fa da soli, e non si fa nei boschi, e cappuccetto rosso … non era quella che si è fatta fregare dal lupo? Dobbiamo fare i conti con il fatto che il partito operaio oggi è la lega, e che le uniche forme di coagulazione politica emergenti sono quelle basate sull’identificazione di un “noi”, di un gruppo da difendere anche a prezzo del massacro di tutti gli altri. O troviamo il modo di stabilire che “tutti, o nessuno”, oppure, cari compagni, la rivoluzione ce la scordiamo: al massimo possiamo fare la valle degli elfi.