domenica 29 novembre 2009

con un poco di morte sul viso

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Quel corpo che già fu un corpo
non si attarderà più
sulle rive del Tigri o dell'Eufrate
raccolto da una pala che non avrà ricordo
di dolore alcuno
messo in un sacco di plastica nero
quel corpo che già fu un'anima,
un nome e un volto
ritorna alla terra delle sabbie
rifiuto e assenza.
(...)

Quel corpo che già fu parola
non guarderà più il mare pensando a Omero.
Non si è spento. E' stato raggiunto da una scheggia
di cielo che gli ha spezzato la voce e il respiro.
Questi cristalli mescolati alla sabbia
sono le ultime parole pronunciate da quegli uomini
senz'armi.
(...)
Quel corpo che già fu una risata
adesso brucia.
Ceneri portate via dal vento fino al fiume
e l'acqua le riceve come resti
di lacrime felici.
Ceneri di una memoria in cui traluce una piccola vita molto semplice, una vita senza storia, con un giardino, una fontana e qualche libro.
Ceneri di un corpo scampato alla fossa comune
offerte alla tempesta delle sabbie.

Quando si alzerà il vento quelle ceneri
andranno a posarsi sugli occhi dei vivi.
E quelli senza saperne niente
cammineranno trionfanti
con un poco di morte sul viso.

"C'è un dolore millenario che rende ridicolo il nostro respiro. Il poeta è colui che rischia sulle parole. Le depone per poter respirare. Ma ciò non rende più tranquille le sue notti.
Dare un mome alla ferita, ridarne uno al volto annullato dal fuoco, dire, fare e disfare le rive del silenzio, ecco cosa gli detta la sua coscienza. Deve rionoscere l'impotenza della parola di fronte alla brutalità della storia, di fronte alla disperazione di quelli che non hanno più nulla, nemmeno più la ragione per sopravvivere e dimenticare.

Domani, degli uomini con i galloni sulle spalle, medaglie sul petto, un berretto da generale o da maresciallo, si riuniranno davanti ad una carta. Con calma, freddamente, decideranno di fare avanzare le loro truppe qua o là, per invadere un paese, massacrando i civili nel sonno, e poi tutto accadrà veramente, in assoluta impunità, perché coloro che sono all'origine di questa catastrofe si riuniranno di nuovo, di fronte alla stessa carta, per cessare quello che loro chiamano "le ostilità". E il mondo continuerà a respirare, come fa da milioni di anni.

Chi prenderà la parola per gli insepolti, gli scorticati, gli impiccati, per quelli gettati nelle fosse comuni?
I militari ne faranno un pacchetto ben legato, asettico, sul quale scriveranno la parola "Martiri". E poi dimenticheranno. Per forza.

La poesia si accontenterà di essere presente, per essere detta, come una preghiera, nel silenzio, nel raccoglimento del cordoglio."

Tahar Ben Jelloun, 1991
Dalle ceneri (La remontée des cendres)
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Nel '91 trovai in questo libretto, finalmente, le parole che dicevano il mio dolore per quello di cui ci eravamo resi complici, e per le migliaia di vittime ricoperte dal più chirurgico dei silenzi.
Furono parole di comando, per me, esattamente come
"o vi si sfaccia la casa
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi"
o come la dedica di Pupi Avati, in un film che senza parere parla di mine:
"a tutti i bambini che fecero una grande luce".

vergogna

giovedì 26 novembre 2009

Henrik Nordbrandt

Tu sei il mio amore e la mia disperazione.
Tu sei la mia follia e la mia saggezza.
E sei tutti i luoghi in cui non sono stato
e che mi chiamano da tutti gli angoli del mondo.
Tu sei queste sei righe
cui devo limitarmi per non gridare.

Henrik Nordbrandt
Il nostro amore è come Bisanzio

sorriso

Quando ti vidi in sogno
ti voltasti verso di me

con il dito sul labbro
e le sopracciglia alzate

sorridendo, prima di continuare
camminando sulle punte

attraverso la stanza
illuminata dalla luna, abbandonata,

che d’improvviso compresi
avrebbe rappresentato la mia vita.

Henrik Nordbrandt
il nostro amore è come bisanzio

domenica 22 novembre 2009

l'illusione del noi

Una volta hai usato questa espressione: la violenza del noi.
Già: la solidarietà nei confronti della propria comunità che comporta per ciò stesso l'espulsione e la violenza nei confronti di chi non ne è parte. La comporta necessariamente? è la domanda. Ogni "noi" si costituisce soltanto se è esclusivo, eventualmente omicida? Ogni comunità si costruisce sull'homo sacer?
Credo che la nostra scommessa sia proprio questa: dire che è possibile una comunità senza un fuori, senza de-finizione e senza confini, e che anzi, questa è l'unica possibile, ed è illusoria quell'altra, quella basata sull'esclusione. Illusoria, non solo su tutti gli inclusi pende la minaccia di essere loro i prossimi uomini sacri, ma perché è illusione il pensiero stesso di essere fra gli inclusi, di essere al sicuro quando non lo sono anche tutti gli altri.

Oggi parlavo con un amico argentino - 30.000 desaparecidos su 30 milioni di argentini, mi diceva, un genocidio. Vuol dire uno ogni mille, vuol dire che non c'è nessuno, in Argentina, che non avesse almeno uno, due o tre conoscenti fra quelli che sono scomparsi - lui, mi dice, conosceva una psicologa: in Argentina non c'è più nessuno psicologo di quella generazione. Tutti morti, perché questa professione era sospetta. E tutti gli argentini di oggi, mi diceva ancora, si portano dietro il senso di colpa di non aver detto niente, non aver fatto niente. Ma se non dicevano o facevano niente non era solo per paura, dice, ma perché di ciascuno che scompariva ci si diceva: - ah, ma quello lì evidentemente faceva casino, aveva fatto qualcosa ...
E intanto, una generazione è stata massacrata, perché uno faceva un mestiere sospetto, un altro era sulla rubrica telefonica di uno che era sulla rubrica telefonica di uno che ... . E intanto, ogni notte giravano auto senza targa che portavano via le persone, e nessuno diceva niente perché ci si era ("come si dice, in italiano?") assuefatti. Così come, dice, ci siamo assuefatti alle navi che affondano nel mediterraneo, non ne parliamo neanche più.
(Un contatore, penso io, almeno un contatore andrebbe fatto, come quello dei civili morti grazie alla missione di pace in Iraq. Un contatore andrebbe fatto su tutto: i morti affogati, i lavoratori ammazzati dal padrone perché pretendevano la paga, i rom ...).

Ci si illudeva, insomma, di appartenere a un "noi" che non sarebbe stato toccato.

Anche gli ebrei che furono deportati a Treblinka, racconta Jean François Steiner, ancora nel ghetto si illudevano che solo chi dava fastidio venisse deportato, poi chi si faceva notare, poi chi aveva la tesserina gialla i giorni dispari o la tesserina rosa i giorni pari, poi, già incolonnati verso il campo, chi prendeva la colonna di destra oppure quella di sinistra. E così, invece di ribellarsi o cercare di scappare si preoccuparono di non dare fastidio, poi di non farsi notare, poi di procurarsi la tesserina rosa, poi di scegliere la colonna di destra, o quella di sinistra.

Così come ci illudiamo, noi, oggi, di essere al riparo dai massacri, dalla fame, dalla violenza da cui fuggono gli altri, grazie al diritto acquisito dato dall'essere italiani, e chiudiamo gli occhi, ci assuefacciamo alle barche che affondano, perché questo è il prezzo da pagare per essere il noi italiano, per attaccarci alla barca che ancora sta a galla.

sabato 21 novembre 2009

Devozione

Nella strada dove abitavo, vent’anni fa, Nadia Burci aprì una piccola bottega di ceramica, dove allora non ebbi il coraggio di entrare. L’ho fatto l’anno scorso, con la scusa del regalo di nozze per certi miei amici, e ho trovato un luogo pieno di cose incantate e terrestri. Sono cose stranamente leggere che pure col loro essere di terra ti portano verso il basso, dove poggiano i piedi e le cose si toccano con le mani - e fra le mani ti si sfarinano, pensi: ho sempre paura di rompere qualcosa, quando entro in quella bottega (goffa come sono, col mio zaino e col mio corpo troppo più grande della testa). In realtà, sono cose meno fragili di quello che sembrano: l’autrice si diverte (spaventandomi un po’) a usare certe sue delicatissime tazze come strane campanelle – e poi io lo so, che mentre un libro vive solo se è ricopiato, ristampato, ripetuto, un pezzo di ceramica dura, anche per millenni. Ma la preoccupazione rimane, e fa parte dell’incanto di queste cose, della sensazione che danno di essere luminose e ruvide, impermanenti e solide, leggere e terrestri.

Una di queste, con un verso che per noi significa molto, ora appartiene a un'amica. Un'altra è una piccola ciotola, dono a me di un'amica cara, che forse mi legge, e che è per me una delle poche (poche? quando faccio la conta mi stupisco sempre di quante siano!) cose a cui sono attaccata. Il mio pezzo di terra, lo chiamo, quasi che fosse questo:
lo potessimo avere anche noi un umano, puro, contenuto
una striscia nostra ristretta di terra feconda
fra fiume e roccia
(Rilke, elegie).

E mi domando se oggetti come questi, come il dente strappato a una carcassa di cane che, racconta una leggenda tibetana, per la devozione di una vecchietta divenne davvero una reliquia del Buddha, o il topo bianco d'avorio di Dora Markus, o l'albero, là sul pendio, da rivedere ogni giorno - se oggetti come questi non divengano davvero qualcosa che ci salva, qualcosa che per la sua bellezza, o magari soltanto solo in grazia del particolare sentimento che proiettiamo in esso, diventa effettivamente un pezzo della via, qualcosa che porta alla superficie la forza che abbiamo dentro, e ci consente di vederla e di coltivarla.
"come quando guardi il cielo trafitto dalle stelle, e chiudi gli occhi e ti ritrovi quelle luci dentro, alla superficie di te"

lunedì 16 novembre 2009

ragione e sentimento

Io non diffido dei miti, anche se sono estremamente rigorosa quanto alla ragione - ma aut si parla di ragione in senso strettissimo, di logica, e in questo caso ragione non è nulla più che "se ... allora" aut si parla di riferimento a ciò che è condivisibile, comune e comprensibile a qualunque essere umano (prima o poi, in un qualche momento dela sua vita, o magari solo come potenzialità che non avrà modo motivo di esprimersi). Questo ciò che è comune è infinito e si esprime in infiniti modi, con infinite sfumature, sviluppi prismatici e frattalici, connessioni, filiazioni e conseguenze, ed è espresso altrettanto adeguatamente e razionalmente in un trattato filosofico, in un mito, in una poesia, in un brano musicale, in un atto sessuale o in un romanzo.

giovedì 12 novembre 2009

denis de rougemont

"conduciamo la nostra vita di civilizzati in una confusione veramente insensata di religioni mai del tutto morte, e raramente del tutto comprese e praticate, di morali un tempo esclusive, ma che si sovrappongono o s'intrecciano sullo sfondo della nostra condotta elementare"
L'amore e l'occidente, p. 163

lunedì 9 novembre 2009

camminare accanto ai cadaveri

Cara Lilli, dici benissimo: camminare accanto ai cadaveri. La cosa veramente tremenda degli esseri umani, quello che fa dell’uomo la bestia più feroce di tutte, è che gli umani sono capaci di questo, di camminare accanto ai cadaveri dei propri simili e tagliar via da sé la consapevolezza di questo. Ci sono cose che noi esseri umani siamo capaci di fare soltanto perché sappiamo separare noi stessi da quel che stiamo facendo. Ci sono cose che, viste, non sono tollerabili, ma noi siamo capaci di non vederle.

Arnold Gehlen parlava di questo "iato" come della più grande risorsa dell'uomo: sapersi separare da se stessi, ignorare e procrastinare la fame, la sete, il dolore, e quindi saper progettare, agire per il futuro - e probabilmente è anche vero, è una risorsa. In ogni caso è quello che siamo. E' anche, sospetto, la radice della crudeltà dei bambini - sperimentare e risperimentare la stupefacente sensazione di potersi separare da se stessi, che non è mai così forte come quando fai del male a un altro essere.

E' quello che siamo, è una risorsa, ed è la nostra maledizione.

Non separarsi da se stessi, vedere e sentire, essere consapevoli, ha delle conseguenze. Non è questione di altruismo, o di misericordia, e neppure di amore: semplicemente, quando non cancelli le cose che vedi, e non ti separi da quello che fai, certe cose non puoi né farle né sopportarle.

Ma recuperare la vista dei cadaveri accanto a cui camminiamo, non far uso della capacità di separarci da noi stessi, è difficile e faticoso. Come se si trattasse di imparare di nuovo a guardare, dopo aver recuperato la vista, o a camminare, dopo mesi di ingessatura. Magari è una capacità che non si recupera mai del tutto, e per averla davvero bisogna non averla mai persa.

mercoledì 4 novembre 2009

Non avremo vissuto da soli

Tanto per dare direzione e verso all'azione, anche se l'azione, come la retta, viene dall'infinito ed all'infinito si perde. Non avremo vissuto da soli, ma in compagnia di quanti avremo sognato e con l'aiuto, il conforto, le risate, i brindisi, gli abbracci, le barzellette e le ricette, le litigate e le rimpatriate di chi avremo incontrato.
Riuscire a vivere tutta la vita come la resa finale di Ivan Il'ic è la conquista spirituale ed il compito della pedagogia (un altro! Povera pedagogia!) è di renderci sufficientemente fiduciosi in noi per poterci permettere il primo gesto. DvD

Del mio amico DvD, una delle persone per le quali vale la pena di vivere - al quale devo Errico Malatesta, fra l'altro.