mercoledì 16 settembre 2009

le religioni come discorsi

mi dici che è incredibile quanto contino in Birmania le superstizioni: mi piacerebbe capire meglio cosa intendi per superstizione – noto che parli di superstizione anche a proposito del Dhammapada, rispetto alle punizioni che attendono il peccatore.
Forse, e sottolineo forse (prendilo come un appunto per un’ipotesi), dovremmo pensare non che esistano delle “religioni”, ma piuttosto dei “discorsi religiosi”: discorsi, modi di espressione, codici all’interno dei quali gli uomini raccontano a se stessi e agli altri, esprimono, comunicano tra loro e condividono la propria religione.
Avendo chiaro che il modo in cui ti racconti una cosa è determinante per la cosa stessa, ma non è la cosa stessa, e avendo chiaro anche che la cosa interiore, “quella cosa lì” a cui fa riferimento il discorso religioso è talmente importante, talmente carica dal punto di vista affettivo, da essere inestricabilmente legata in ciascuno a una serie di altre pulsioni, aspettative, desideri, rappresentazioni che confondono terribilmente le acque, tanto che è difficile stabilire il confine.

Se è così, le superstizioni non possono essere espunte da un discorso religioso, che è – anche – il modo in cui una comunità di parlanti si racconta la propria realtà. Per esempio in “Denti bianchi”, di Zadie Smith, c’è una descrizione magistrale di come la fede in Geova possa diventare il discorso in cui esprimere il proprio desiderio di essere gli unici salvi, e che tutti gli altri siano puniti e maledetti.

Non sto dicendo che i “discorsi religiosi” sono tutti uguali, anzi credo che il discorso (o racconto) che usi sia determinante per la cosa che esprimi - che abbia, diciamo, una radice fondamentale e specifica che lo distingue dagli altri. Così, le religioni dell’antico testamento si prestano straordinariamente a incoraggiare il rancore, il buddhismo molto meno. Ma se la religione è discorso comune che esprime anche le pulsioni e rappresentazioni che in ciascuna persona sono legate a “quella cosa lì” che per lei è religione, il discorso comune va ascoltato nella sua interezza, semmai cercando di vedere in che misura la radice fondamentale della compassione buddhista riesce a orientare, ridurre, forse guarire le superstizioni e le malattie dell’anima che esse esprimono.

l'angelo necessario
Ho riflettuto molto, in questi giorni, sul buddhismo. Come saprai, nel caso del buddhadharma non c’è una ortodossia da difendere: ciò ha consentito la diffusione di diverse forme di buddhismo, dal theravada allo zen, che hanno forse più elementi di differenza che punti in comune. Gli stessi maestri che hanno diffuso il buddhismno in occidente hanno incoraggiato la nascita di un buddhismo “occidentale”, che però è ancora di là da venire. Il buddhismo mi sembra la più razionale delle religioni. E tuttavia non è interamente razionale. Due aspetti mi sembrano razionalmente insostenibili: il kamma e la rinascita. Il kamma perché, se è vero che in questa vita è probabile che un’azione negativa causi effetti negativi sull’agente, è tutt’altro che dimostrabile che questi effetti vadano oltre la morte; la rinascita, perché è estremamente difficile sostenerla senza affermare l’esistenza dell’anima, come il buddhismo fa. Un buddhismo occidentale dovrebbe rinunciare a questi due elementi: solo così potrebbe proporsi come religione totalmente secolarizzata.
Il kamma e la rinascita sono gli aspetti irrazionali del buddhadhamma. Ma non sono ancora superstizione. Perché vi sia superstizione occorono due cose: una certa propensione al fantastico e l’interesse egoistico. Se io penso che rinascerò, e questo pensiero non mi dà gioia, ma anzi mi preoccupa - come è nello spirito del buddhismo -, io non sono ancora nella superstizione. Se, al contrario, io penso alla rinascita con speranza e gioia, e mi convinco che compiere alcune pratiche religiose - ad esempio dare soldi ad una padoga - potrà aiutarmi a rinascere ricco, sono in piena superstizione.
Non so se abbiamo mai parlato di Rensi. Il suo pensiero sulla religione, che condivido, si può così sintetizzare: l’essenza della religione, lo spirito religioso, spinge verso il superamento dell’io; per questo, esso è in contrasto insanabile con la religione stessa, che al contrario lusinga, alletta, rassicura l’io. La mistica chiede di annullarsi, di morire in Dio, la religione promette la vita eterna. La religione degenera verso la superstizione man mano che si allontana dallo spirito religioso. E’ chiaro che uno stesso simbolo - e qui forse c’entra quella sovradeterminazione del simbolo di cui parla Ricoeur nel saggio su Freud - può essere legato alla superstizione o allo spirito religioso. L’angelo può essere l’angelo custode, che mi sta dietro la spalla e mi rassicura, ma può essere anche l’angelo della seconda duinese di Rilke, che “ist schrechlich”.
Aber: sai che sono complesso: forse soltanto duale, penso a volte. E così l’altro me ti comprende, affascinato com’è dall’idea di una mappa del mondo che nulla abbia a che vedere con i confini e i territori disegnati dalla ragione, un arazzo disegnato dal mito e dalla fantasia, popolato di esseri misericordiosi e terribili. E’ lui - detto tra noi - che mi ha riempito la casa con raffigurazioni di Shiva e di Saraswati, cercando dentro, sotto o sopra ciò che sono, una corrispondenza, un filo sottile che leghi qualche sparso brandello di me a quella raffigurazione - fino a che, confuso, non sa più se sia quel mondo una mappa del mondo oscuro di dentro, o il mondo di dentro un riflesso di quella fantasmagorica oggettività: come quando guardi il cielo trafitto dalle stelle, e chiudi gli occhi e ti ritrovi quelle luci dentro, alla superficie di te.
Antonio Vigilante

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