martedì 22 settembre 2009

Hai pensato a me, quest'oggi?

Avevo bisogno di questi anni? Avevo bisogno di torturarmi così?
Non è stato come entrare in clausura: in clausura si entra per far pulizia, per eliminare il superfluo; ma io, al contrario, ho accumulato un eccesso. Mi sono messa, e lasciata mettere, in una condizione che mi costringe ad essere sempre in altro, fuori da me stessa.
E sì, c'era senz'altro il bisogno di tacere, il senso che dentro me stessa non ci fosse più nulla - nulla di abbastanza forte per essere, o qualcosa che per essere doveva accumularsi in silenzio. In silenzio, e in mezzo al rumore: qualcosa che doveva poter convivere col rumore e riuscire a crescere nonostante tutto (come i bambini himalayani battezzati nei torrenti gelati).
Così, mi sono cercata questa casa aperta ai quattro venti, dove l'aria, le richieste e il rumore spazzano via i pensieri, e devi stringerli e ancorarli con tutte le tue forze mentre agisci, fai le innumerevoli e inutili cose che ci sono da fare, e rispondi a domande tanto urgenti quanto vuote.
E penso spesso a quella storia che lessi da bambina, dell'uomo pio a cui Allah chiese di portare a spasso per l'intera giornata un vaso pieno d'acqua fino all'orlo, e alla fine della giornata gli chiese: hai pensato a me, quest'oggi?

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