sabato 18 dicembre 2010

violenza e non

Sono due problemi diversi: la violenza è controproducente, la violenza è sbagliata. Perché la violenza potrebbe essere giustificata anche se è controproducente.

Terzo problema, se sia inevitabile: un incendio, quando è partito, è inevitabile. Questo non vuol dire che sia giusto, o utile, né che ci si debba buttare nel fuoco invece di cercare di contrastarlo. I tuoi studenti, ciascuno di loro e tutti insieme, possono scegliere cosa fare e possono ragionare sulla scelta, etica e di opportunità, e in questo senso la violenza non è inevitabile.

Quello che dico è che:
1. non riconosco a rappresentanti politici che non hanno saputo indicare prospettive - e non sono scesi in piazza con i loro rappresentati martedì scorso - il diritto di condannare una violenza di cui sono responsabili con la loro incapacità e la loro ignavia.

2. per contrastare la violenza ci vuole autorevolezza, o per meglio dire ci vuole essere degni di fiducia, ed essersi dimostrati tali con le proprie parole e azioni (con la coerenza, l'onestà, l'attenzione ...). Tu lo sei, e i tuoi studenti lo sanno. I politici che stigmatizzano la violenza invece non fanno che ripetere uno "state buoni e lasciate fare al manovratore" che non ha più alcun diritto di esistere.

3. la violenza fa comodo al governo, almeno finché può servirsene per giustificare una violenza repressiva maggiore, e la presenza di infiltrati e provocatori lo dimostra. Può essere che il livello di delegittimazione sia tale che in realtà quest'arma gli si ritorca contro. Può anche darsi che dal caos nascano nuove forme di azione politica, o anche semplicemente che i conflitti sociali costringano le forze di rappresentanza politica a cambiare direzione. Francamente, non lo so, e quindi non so se la violenza sia controproducente.

4. per giudicare se sia giusta o sbagliata, bisognerebbe intendersi su cosa significa "violenza", perché troppo spesso, ultimamente, è stata tacciata di violenza qualunque forma di opposizione. Per me è violenza dire "+ vedove - poliziotti", non è violenza fare una barricata. E' violenza venir meno, in qualunque forma, al riconoscimento dell'altro essere umano e del suo valore. Non è violenza fare cose che disturbano la quiete pubblica.

martedì 7 dicembre 2010

La storia con i se

Chiedersi cosa sarebbe successo "se" i nazionalsocialisti avessero vinto potrebbe non essere un esercizio così ozioso: potrebbe per esempio portare a chiedersi cosa sarebbe cambiato veramente, e quindi quali siano le effettive discriminanti storiche - bada, non sto dicendo che tutto sarebbe stato uguale, ma che il tempo presente non andrebbe reso giusto semplicemente in nome della vittoria sul "male assoluto", esentato dal rispondere su cosa sia stato diverso per quella vittoria (esentando con lo stesso gesto il "male assoluto" da ulteriori indagini sulla sua natura, che lo renderebbero forse un po' più male e un po' meno assoluto). In ogni caso, fa sempre bene ricordare che la vittoria è pur sempre un fatto aleatorio e non conferisce alcuna patente di bontà, giustizia, verità, che non esiste alcun "tribunale della storia" e che, direbbe il nostro, lo stupore perché certe cose succedono "ancora" non è filosofico.

Tuttavia, hai ragione: Benjamin non sta parlando di un "se" qualunque, sta parlando di un cumulo di rovine da riparare e di un "avrebbe potuto" che dev'essere realizzato, portato a compimento, e sta dicendo che ci sono "Zuversicht, Mut, Humor, List, Unentwegtheit" che operano a ritroso e mettono in discussione ogni vittoria che sia toccata a chi è al potere (IV th).
Sullo statuto di quel "se" ci dice molto, credo, una frase che conclude proprio la XII tesi nella traduzione francese: "la nostra generazione ha pagato per saperlo, poiché la sola immagine che resterà di essa è quella di una generazione vinta. Questo sarà il suo legato a coloro che verranno". Innanzitutto, allora, la sconfitta che non era ineluttabile è quella, molto concreta, della sua generazione.

In secondo luogo, Benjamin mi sembra molto chiaro su un altro punto: non sta parlando di un ideale da raggiungere, anzi si sta opponendo con tutte le forze proprio a questo. Sta parlando di presenza, shekinah, se ci piace utilizzare il linguaggio cabalistico, e azzardando un po’ potrei dire che sta parlando del “noi” che compariva in un vecchio striscione anarchico: “tutte le guerre contro di noi, noi contro tutte le guerre”.

Io credo che la chiave stia proprio in quell' "avrebbe potuto", non nel senso che un vincitore avrebbe potuto perdere e viceversa, ma in quello che avrebbe potuto essere, cioè in tutto quanto di vita, di gioia, di parole, avrebbero potuto essere e sono state schiacciate dai vincitori, e, da questo punto di vista, quello che conta non è chi sia il vincitore, ma il fatto stesso che ci sia: che ci sia un vincitore, ed un vinto, e il fantasma inquieto dell'essere che avrebbe potuto venire alla luce attraverso la complicità degli uomini tra loro.

Le voci degli ammutoliti

L'immagine di felicità che coltiviamo in noi è tutta intrisa del colore del tempo a cui ci ha assegnato una volta per tutte il corso della nostra propria esistenza. Una felicità che potrebbe risvegliare in noi l'invidia si dà solo nell'aria che abbiamo respirato, con uomini, a cui avremmo potuto parlare, con donne, che avrebbero potuto farci dono di sé. In altre parole, nell'idea di felicità risuona ineliminabile l'idea di redenzione. Ed è lo stesso per l'idea che la storia ha del passato. Il passato reca in sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. non soffia forse anche in noi un soffio dell'aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c'è, nelle voci a cui prestiamo ascolto, un'eco di voci ora ammutolite? Le donne che corteggiamo non hanno delle sorelle da loro non più conosciute? Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto. Questo diritto non si può eludere a buon mercato. Il materialista storico ne sa qualcosa.

Benjamin, II tesi sul concetto di storia, trad. Solmi

venerdì 3 dicembre 2010

Dell'impossessarsi dei morti

Non stiamo parlando, qui, della vergogna  di sopravvivere, del  nostro sentirci in debito o in colpa verso i morti, o della paura che i morti prendano vendetta di questa colpa. Tutto questo è vero: c'è, una vergogna nel sopravvivere, e deve esserci: "il diritto allo splendore, alla ricchezza, alla miseria e alla disperazione di ogni esperienza me lo sono conquistato ribellandomi alla morte" è la frase che mi ha legata per sempre a Canetti.

Ma non di questo stiamo parlando.

Stiamo parlando dei morti che abbiamo amato e ostinatamente amiamo, la cui assenza ci è intollerabile, e per i quali ci teniamo stretto il dolore perché anch'esso è una forma di presenza, e ci sembra che lasciarlo andare sarebbe tradirli e accettare di perderli.

Per questi morti, non c'è nulla di quieto nel riconoscere che non c'è più qualcuno che possa o voglia corrispondere alle nostre domande. Al contrario, ciò che è in questione qui è se siamo capaci, noi vivi, di reggere una disperazione così grande. E' senza fondo il dolore di non sperare in una risposta.

E il rispetto non è quieto vivere, ma riconoscere che neanche l'amore più grande è una giustificazione o un titolo di possesso. E' facile, impossessarsi dei morti, fare i decennali di De André (che chissà quanto ne avrebbe riso), dichiararsi sodali, partecipi, vicini, e fare - letteralmente - dei morti quello che ci pare, anche con tutto l'amore possibile e in nome di questo amore.
E' facile, anche, impossessarsi dei morenti, rifiutar loro di morire perché li amiamo e sono nostri (perché la morte è anche questo, abbandono e tradimento dei vivi).

Più onorevole, credo, coltivare in noi stessi e negli altri ciò che del morto è ancora vivo, se siamo capaci di trovarlo e riconoscerlo. Accettare con gratitudine in noi le visite che il morto decide di farci nella memoria, nei sogni, nei pensieri, ma riconoscere la sua lontananza, la sua assenza, il fatto che non ci appartiene.

lunedì 22 novembre 2010

Beatitudo

La felicità non è il premio della virtù, ma la virtù stessa. E noi non siamo felici perché dominiamo i nostri impulsi, ma al contrario, è perché siamo felici che possiamo dominare i nostri impulsi.

PROPOSITIO XLII. Beatitudo non est virtutis praemium, sed ipsa virtus; nec eadem gaudemus, quia libidines coercemus; sed contra quia eadem gaudemus, ideo libidines coercere possumus.

Colui il cui corpo è capace di più cose, questi ha una mente la cui massima parte è eterna.

PROPOSITIO XXXIX. Qui corpus ad plurima aptum habet, is mentem habet, cuius maxima pars est aeterna.

domenica 21 novembre 2010

Caritas

Io amo, appassionatamente e fedelmente, una dozzina forse di persone. Queste persone sono il mio Heimat, il posto dove mi sento a casa, la mia Gerusalemme, e ci sono moltissime cose che farei senza esitazione per loro. E non credo che ci sia nulla di bello o di giusto in tutto questo.

Il "noi" non è una cosa buona, né bella, né giusta. Semplicemente, "è", esattamente come l'amore: è una forza autonoma, diversa, con leggi proprie. Non fonda una morale e non è giustificato da essa, non le è contro né a favore.
Il "noi" non è una cosa buona, né bella, né giusta: è un egoismo allargato (di poco) e potenzialmente feroce verso chi non ne fa parte - feroce attivamente, o per semplice omissione, così come è feroce verso le vedove, gli orfani, i solitari l'etica cattolica della famiglia.

Se non credessimo alla bontà, bellezza e giustizia di questo "noi", e non ci facessimo un dovere di estenderlo a tutta l'umanità, se non ci credessimo obbligati dal comandamento dell'amore del prossimo, se non dessimo questo nome incompossibile a un dovere, per poi vergognarci in segreto che quello che proviamo non sia amore vero, forse potremmo cominciare ad essere giusti. Forse potremmo cominciare a non amare gli altri, ma a guardare negli altri quel che possono essere, fare, divenire, e non lo specchio infelice della nostra colpa. Forse cominceremmo ad amarli sul serio.

martedì 16 novembre 2010

Azzurro

Ho sognato mia madre, "un giorno di settembre, il mese blu". Magra come un uccellino, nella sua vestaglia di satin azzurro, si presentava alla mia porta.
"Entra", le dicevo, e l'abbracciavo. E lei era venuta per dirmi che "aveva fatto le analisi" e sarebbe guarita. Io la guardavo negli occhi lucidi e febbrili, e sapevo che non era vero, e la prendevo sulle ginocchia come faccio con la mia bambina - quando vuol essere consolata, o semplicemente mi vuole parlare.
Ogni nuova perdita ha il volto di quelle che l'hanno preceduta.

venerdì 12 novembre 2010

Afrodite

Afrodite immortale dal trono dipinto
figlia di Zeus, tessitrice d'inganni, ti prego
non provarmi, Signora, con affanni
e dolori

Saffo

martedì 9 novembre 2010

Aspettando di passare dalla parte dei garantiti

<< Dov’è il general intellect, il lavoratore della conoscenza, quando si tratta di generare il conflitto che dovrebbe fornire la benzina alla trasformazione del nostro paese? >>
si domanda Carlo Antonicelli su Precariementi (http://precariementi.splinder.com/post/23570109/lavoratori-della-conoscenza-se-le-condizioni-oggettive-dello-sfruttamento-non-fanno-una-coscienza-di-classe)
<< A quale prezzo allora si può accettare che la vita ci venga rubata in modo così violento? Per il “curriculum” – dice Stefano –  aspettando di passare dalla parte dei garantiti, nell’attesa del “colpo di fortuna”, dell’incontro con la “persona giusta”, perché “bisogna fare esperienza”.  (...)
Oggi le condizioni di vita materialmente alienanti non generano rivolta, ma assuefazione, rassegnazione, fatalismo e attaccamento al proprio sintomo. Come dice Stefano: meno male che ci sono queste forme di contratto approssimative (stage, co.co.pro ecc) altrimenti non ci sarebbe lavoro per nessuno. (...) Mi pare che ci manchi un linguaggio per reagire a tutto questo, per essere la trasformazione oltre la petulante lagna della frustrazione; non abbiamo da dire niente di essenziale contro questa realtà. Navighiamo nell’incapacità di immaginare un futuro più umano, quindi non troviamo gli strumenti per agire contro il presente.>> 
"Aspettando di passare dalla parte dei garantiti." è la risposta.
Aspettando e sperando che a un certo punto, se avrai dimostrato sufficiente obbedienza, devozione, spirito di sacrificio, se avrai accumulato sufficienti pezzi di curriculum e dimostrato cosa sei capace di fare e disposto a fare,  verrai finalmente assunto nel cielo dei garantiti.
E questo investimento di anni che tu e i tuoi avete fatto per accumulare i punti che finalmente ti faranno diventare un garantito, questo investimento di obbedienza e spirito di sacrificio tu dovresti buttarlo via in un momento di rabbia? Ribellarti? Sì, lasciamolo fare  a qualcun altro, per favore.

E' la speranza, la trappola.

Come fanno ad aggregarsi e ribellarsi persone che in comune hanno solo il non essere "ancora" dall'altra parte, fra i garantiti? Quanto è facile comprarle o ricattarle con la semplice speranza che l'assunzione sia domani o dopodomani?
E no, qui non è colpa della giustizia né dello spettacolo, e neppure della politica o della sua assenza: la rappresentazione segue le cose, è conseguenza delle cose, e qui non c'è nulla da rappresentare.

Non è la televisione che ci ha lasciati senza un linguaggio, siamo noi che lo abbiamo perduto - che ce lo giochiamo nel momento stesso in cui usiamo questa paroletta, "precari", a indicare la classe che non ha "ancora" garanzie; e che in quanto tale si contrappone non ai padroni, ma a quelli che qualche diritto e qualche garanzia ce l'hanno, e non riescono più a difenderli  (quelli che fanno subire a Stefano il loro nonnismo).

Allora, o lottiamo per tutti i diritti per tutti, a prescindere dal posto di lavoro e dalla sicurezza di conservarlo, o siamo fottuti tutti.



"La necessità di liberarsi dalle illusioni che si hanno sulla propria condizione è la necessità di liberarsi di una condizione che ha bisogno di illusioni", diceva da qualche parte babbo Marx.

venerdì 22 ottobre 2010

Quelli che cercano

"Come può una persona essere piu vera di ogni altra? Be', certi si nascondono altri cercano. Forse quelli che si nascondono - sfuggendo agli incontri, evitando le sorprese, proteggendo le loro proprietà, ignorando le loro fantasie, limitando le loro sensazioni, aspettando che passi il magico flu flu del flauto dell'esperienza - forse quella gente, gente che non parla agli operai, o se si tratta di operai non parla agli intellettuali, gente che ha paura di infangarsi le scarpe o di bagnarsi il naso, di mangiare ciò di cui ha una voglia matta, di bere acqua messicana, di scommettere al buio, di fare l'autostop, di attraversare non sulle strisce zebrate, di fare tardi, di cogitare, di baciare, di levitare, di farlo al rock, al bop, al bacio, d'abbaiare alla luna, forse quella gente è meramente non autentica, e forse all'umanista fasullo che la dice diversamente sarebbe anche ora che gli friggessero la lingua sulle braci del girone dei bugiardi. C'è dunque chi si nasconde e chi cerca e se il cercare è disattento, nevrotico, disperato o pusillanime allora può essere anche quello un modo di nascondersi. Ma c'è chi vuole sapere e non ha paura di guardare e non taglia la corda quando poi trova - e se per caso non trova mai, comunque se la gode perchè nulla, nè la tremenda verità nè la sua assenza, riuscirà mai a privarlo d'una sincera boccata dei dolci gas che la terra emana".

Tom Robbins, Natura morta con picchio, (Still Life with Woodpecker, 1980)

domenica 17 ottobre 2010

La schiavitù del lavoro salariato

C'era una volta un cattivone che sosteneva che la differenza fra un lavoratore schiavo e uno dipendente è in due cose: che lo schiavo ti tocca mantenerlo anche quando non hai bisogno di farlo lavorare, e che lo schiavo va costretto a lavorare con la frusta, per il lavoratore libero basta la fame.

Il cattivone, credo, oggi tuonerebbe, scoprendo che il movimento dei liberi lavoratori precari aspira al diritto per tutti di divenire dipendenti a vita - riconoscendo, nei fatti, che la condizione dello schiavo è preferibile a quella di chi è libero di morire di fame.

Il che è drammaticamente vero, perché oggi essere assunti nel cielo dei dipendenti a vita significa avere dei diritti che non tutti i lavoratori hanno. Il diritto alla sicurezza del reddito innanzitutto - a poter contare sul fatto che fra due anni avrai ancora un lavoro, anzi, lo avrai ancora persino fra dieci o vent'anni, se vorrai (ah, l'articolo 18!). Il diritto ad ammalarsi. Il diritto ad avere figli, e magari persino ad accudirli quando sono piccoli.

Ma allora quella contro cui lottare non è la precarietà del lavoro, ma la precarietà della vita.

Il diritto ad essere sicuri di avere un tetto e un reddito anche quando del tuo lavoro non c'è bisogno.

mercoledì 6 ottobre 2010

de amore

Ci vuole qualcosa che ti trascini con la forza fuori di te. Poiché hai bisogno di uscire, di essere altro da ciò che sta dentro i tuoi confini, il bisogno esce fuori per primo. E poiché i tuoi confini sono forti, per scardinarli il bisogno ha da essere più forte, travolgere l'io, spossessarti di te.

martedì 21 settembre 2010

Ristampe

Quand'ero ragazzina pensavo di essere ricca perché avrei ereditato dai miei una bella e grande biblioteca. Crescendo, ho capito che mi sbagliavo sotto quasi tutti i punti di vista: i libri non hanno alcun valore economico, anzi sono un costo e un peso nei traslochi, e solo eccezionalmente interessano o servono a qualcun altro. Soprattutto, i libri invecchiano, e più velocemente di te. I libri che mia madre comprò quando ero bambina ora sono fragili e secchi come un novantenne, da avere paura a toccarli, e mi fa sorridere quel fumetto, Nathan Never, in cui il protagonista si ostina, per romanticismo, a leggere libri di carta e ascoltare dischi in vinile: non so i dischi, ma fra un secolo e mezzo i miei libri saranno in massima parte polvere. (E sì, lo so, si tratta di qualità della carta, e quando si faceva con stracci di cotone ecc. ecc., sed res sic stant).

Ma soprattutto ho capito questo: che i libri sono cose vive. Non sono la carta e l'inchiostro, ma quello che c'è scritto. E come tali muoiono se non sono riprodotti e ripetuti, in questo non dissimili, solo su una scala temporale molto più lunga, dalla memoria nostra, da un contenuto internet o da noi.
Un libro è vivo finché viene ristampato o raccontato, finché se ne parla, finché c'è qualcuno che lo scopre, lo legge, se ne serve, così come un contenuto internet sprofonda se non viene ripetuto, raccontato, segnalato, la nostra memoria si offusca se non ricerchiamo, colleghiamo e ripetiamo quello che contiene (e i suoi contenuti cambiano ogni volta che li ripetiamo), e i nostri organismi restano vivi solo finché ogni cellula ripete se stessa. (Per questo gli studi in cui non fai altro che raccontare e ripetere un libro o un autore, che un tempo tanto disprezzavo, hanno un senso: ripetendo un libro, parlandone, lo si fa esistere, in un certo senso e in qualche misura, e questo vale anche se non se ne facesse altro).

Come tutto, insomma, anche se su un supporto che permette inaspettate resurrezioni, come le tavolette di Uruk o i papiri di Epicuro, e anche se sono parole ferme per sempre, e per questo morte, anche i libri esistono solo se sono costantemente rinnovati.

Non dico e non so se questo sia un bene o un male, ma devo ricordarmene e tenerne conto, questo sì.

martedì 31 agosto 2010

Solaris

Chissà degli esseri arrivati da un altro pianeta riuscirebbero a discernere - a discernerci, o non vedrebbero piuttosto un mare brulicante di correnti, onde, schiume che affiorano e si disciolgono, forme provvisorie subito scomparenti, non più separate le une dalle altre di quanto correnti, onde, schiume lo siano nel mare che vediamo noi.
E chissà se sarebbero loro, a fraintendere, oppure noi.

lunedì 30 agosto 2010

Bisogni

Una volta qualcuno mi ha detto "la nostra mente e il nostro cuore hanno bisogno di verità tanto quanto i nostri alveoli hanno bisogno di aria", ed è stato un grande insegnamento: la verità non come dovere, o lusso, o controllo sulla realtà ... ma come bisogno fisiologico, tanto necessaria alla vita quanto lo è il respirare.
In un passo di Hillman incontrato oggi ritrovo la stessa idea, ma per la bellezza - anche della bellezza abbiamo bisogno come dell'aria. Non, dico, abbiamo bisogno per vivere di rivedere ogni giorno un dipinto del Beato Angelico, ma del semplice camminare accanto agli alberi, avere attorno a noi delle case dotate di qualche armonia, vedere il cielo ...


(e scelgo il Beato Angelico per ringraziare AP)


Tratto da MP dalla prefazione di Hillman al suo "La politica della bellezza" (Moretti e Vitali, 1999):
La risposta estetica è immediata, istintiva, animale, e precede nel tempo e nell'ontologia i gusti che rendono elaborata la risposta e i giudizi che la giustificano.
Ogni repressione di quella risposta non soltanto è deletaria per la nostra natura animale, ma è anche una ferita istintuale nociva al nostro benessere, come è nociva la repressione di qualunque altro istinto. Ma la risposta estetica negata, questo ignorare l'impulsoestetico della psiche, è anche un arrogante insulto alla presenza del mondo. passeggiare accanto a un edificio maldisegnato, vedersi servire del cibo preparato in modo scaitto e accettarlo, mettere sul proprio corpo una giacca tagliata e cucita male, per non parlare del non sentire gli uccelli, del non accorgersi del crepuscolo... tutto questo significa ignorare il mondo. Eppure, questo sato di ignoranza, questa an-estesia, è in larga misura la condizione umana attuale. Ed è sostenuta e favorita dalla nostra economia, dal nostro modo d'impiegare il tempo libero, dall'uso che facciamo della refrigerazione, dai nostri mezzi di comunicazione e di trasporto e, naturalmente, dai nostri modi di curarci.
Dal momento che questa anestesia, questo "ottundimento psichico" - come la chiama Robert J. Lifton, che ha studiato al fondo le catastrofi collettive - è così diffusa ai giorni nostri, ho il sospetto che favorisca la passività politica del cittadino euro-americano, e quindi aiuti i poteri dominanti a proseguire, senza impedimenti, sulla loro rotta rovinosa. Se noi cittadini non facciamo caso all'assalto del brutto, restiamo psichicamente ottusi, ma siamo ancora affidabilmentefunzionali come lavoratori e come consumatori. Possiamo ancora affrettarci a lavorare, a comprare, a tornare a casa alla TV, quotidianamaente, diligentemente, faticando come bestie - come cavalli da tiro con i paraocchi - nella convinzione errata che le nostre sofferenze personali abbiano la loro esclusiva origine nelle nostre relazioni personali.E le psicoterapie colludono con queste convinzioni errate, insistendo che la depresione e l'aggressività che proviamo derivano dai rapporti umani del passato e non dalle inumane violenze che il nostro istinto estetico riceve nel presente. La terapia fallisce il suo scopo quando perde di vista l'importanza quotidiana che Afrodite riveste per l'anima.

domenica 29 agosto 2010

L'angelo azzurro


C'è un vecchio film di Tarkovsky che racconta tutto il dolore del mondo, cioè la Russia del 1500, e la vita di Andrei Rublev, ed è girato tutto in bianco e nero fino all'ultima immagine, che si apre, incredibile e splendida, a colori, con la Trinità - l'icona sublime che rappresenta la Trinità, ma all'inizio erano i tre angeli di Giacobbe.

E il loro colore è l'azzurro.

Ma nelle icone l'azzurro non è il colore dello spirituale e del divino - è il rosso, a rappresentare il divino - ma anzi è il colore dell'umanità (e in origine, credo, ma forse era solo una leggenda familiare, della malinconia).

Così, quello che ha fatto Andrei Rublev, dopo aver attraversato tutto il dolore del mondo, è stato dipingere Dio con i colori dell'umanità (e, forse, della malinconia).

giovedì 12 agosto 2010

La peste

« ... Poi non ho cambiato. Da tanto tempo ho vergogna, vergogna da morirne, di essere stato, sebbene da lontano, sebbene in buona fede, anch’io un assassino. Col tempo, mi sono semplicemente accorto che anche i migliori d’altri non potevano, oggi, fare a meno di uccidere o di lasciar uccidere: era nella logica in cui vivevano, e noi non possiamo fare un gesto in questo mondo senza correre il rischio di far morire. Sì, ho continuato ad avere vergogna e ho capito questo, che tutti eravamo nella peste; e ho perduto la pace. Ancor oggi la cerco, tentando di capirli tutti e di non essere il nemico mortale di nessuno. So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dar sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno fargli il minor male possibile e persino, talvolta, un po’ di bene. E per questo ho deciso di rifiutare tutto quello che, da vicino o da lontano, per buone o per cattive ragioni, faccia morire o giustifichi che si faccia morire.
« Per questo, inoltre, l’epidemia non m’insegna nulla, se non che bisogna combatterla al suo fianco, Rieux. Io so di scienza certa (tutto so della vita, lei lo vede bene) che ciascuno la porta in sé, la peste, e che nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune. E che bisogna sorvegliarsi senza tregua per non essere spinti, in un minuto di distrazione, a respirare sulla faccia d’un altro e a trasmettergli il contagio. Il microbo, è cosa naturale. Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti; sì, Rieux, essere appestati è molto faticoso; ma è ancora più faticoso non volerlo essere. Per questo tutti appaiono stanchi: tutti, oggi, si trovano un po’ appestati. Ma per questo alcuni che vogliono finire di esserlo, conoscono un culmine di stanchezza, di cui niente li libererà, se non la morte.
« Di qui, so che io non valgo più nulla per questo mondo in se stesso, e che dal momento in cui ho rinunciato a uccidere mi sono condannato a un definitivo esilio. Saranno gli altri a fare la storia. So, inoltre, che non posso apparentemente giudicare questi altri; mi manca una qualità per essere un assassino ragionevole; non è quindi una superiorità. Ma ora, acconsento a essere quel che sono, ho imparato la modestia. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello. Questo le sembrerà forse un po’ semplice, e io non so se è semplice, ma so che è vero. Ho sentito tanti ragionamenti da farmi girar la testa, e che hanno fatto giare abbastanza altre teste da farle consentire all’assassinio, che ho capito come tutte le disgrazie degli uomini derivino dal non tenere un linguaggio chiaro. Allora ho preso il partito di agire chiaramente, per mettermi sulla buona strada. Di conseguenza, ho detto che ci sono flagelli e vittime, e nient’altro. Se, dicendo questo, divento flagello io stesso, almeno non lo è col mio consenso. Cerco di essere un assassino innocente; lei vede che non è una grande ambizione.
Bisognerebbe di certo che ci fosse una terza categoria, quella dei veri medici, ma è un fatto che non si trova sovente, dev’essere difficile. Per questo ho deciso di mettermi dalla parte delle vittime, in ogni occasione, per limitare il male. In mezzo a loro, posso almeno cercare come si giunga alla terza categoria, ossia alla pace ».
Terminando, Tarrou faceva oscillare una gamba, sì che il piede batteva piano contro la terrazza. Dopo un silenzio, il dottore, sollevandosi un poco, domandò se Tarrou avesse una idea della strada da prendere per arrivare alla pace.
« Sì, la simpatia ».
[...]
« Insomma », disse Tarrou con semplicità, « quello che m’interessa è sapere come si diventa un santo ».
« Ma lei non crede in Dio ».
« Appunto: se si può essere un santo senza Dio, è il solo problema concreto che io oggi conosca ».

da Albert Camus (1913-1960), La Peste (1947) trad.: Beniamino Dal Fabbro (1948)

domenica 8 agosto 2010

rivoluzione

scherzavo. Seriamente, penso che l’esodo sia una bella tentazione, ma hic Rodhus, hic salta: la rivoluzione non si fa da soli, e non si fa nei boschi, e cappuccetto rosso … non era quella che si è fatta fregare dal lupo? Dobbiamo fare i conti con il fatto che il partito operaio oggi è la lega, e che le uniche forme di coagulazione politica emergenti sono quelle basate sull’identificazione di un “noi”, di un gruppo da difendere anche a prezzo del massacro di tutti gli altri. O troviamo il modo di stabilire che “tutti, o nessuno”, oppure, cari compagni, la rivoluzione ce la scordiamo: al massimo possiamo fare la valle degli elfi.

sabato 10 luglio 2010

Stato d'eccezione

"Il decorso storico, come si presenta sotto il concetto di catastrofe, non può impegnare propriamente il pensatore più del caleidoscopio maneggiato dal bambino, che, ogni volta che viene girato, vede precipitare tutto ciò che aveva ordinato in un nuovo ordine. L'immagine ha il suo profondo e buon diritto. I concetti dei dominatori sono sempre stati gli specchi grazie ai quali si creava l'immagine di un 'ordine'.
Deve essere infranto il caleidoscopio"
Walter Benjamin, Zentralpark 5 (MS 489 1-7, I 1233s)

"La tradizione degli oppressi ci insegna che lo 'stato d'eccezione' in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo"
Walter Benjamin, Sul concetto di storia, VII

lunedì 5 luglio 2010

la rivoluzione partenopea

"Se infatti lo storicismo crociano ha conosciuto tanta fortuna in Italia, non solo fra gli intellettuali di formazione liberale, ma anche fra quelli di orientamento marxistico, ciò è dovuto al fatto che tale dottrina ha fornito un adeguato substrato ideologico alla figura dominante di intellettuale (fosse esso filosofo, artista o letterato): l'autonomia della funzione critica e intellettuale, col separare ed innalzare la teoria al di sopra del momento della prassi, presuppone la figura dell'intellettuale illuminato che rischiara la storia col fuoco magico del suo sapere. Non si rimarcherà mai a sufficienza, quando si parla di Croce come "filosofo della libertà", che la "libertà" da Croce teorizzata è la libertà di un possidente terriero contrario al suffragio universale perché avverso alla democratizzazione della politica, da lui concepita come virile priviliegio aristocratico di pochi eletti per censo e sesso"
Girolamo De Michele, Tiri mancini: Walter Benjamin e la critica italiana, Mimesis Edizioni, 2000

sabato 5 giugno 2010

la via dell'equilibrio

"Nello sport del judo la prima cosa che si impara è cadere, usando i muscoli flessori, ma senza irrigidirsi. Nell'insegnare judo ai bambini dai sette anni in su si può vedere quale piacere i bambini traggano dall'aumentata fiducia nel terreno, nel partner o nella propria coordiazione corporea, quando imparano a cadere senza paura.
La caduta è legata all'idea del fallimento. Nel judo si impara presto che essere gettati per terra e cadere non è una cosa vergognosa e non significa perdere d'autorità. Cedere con grazia al flusso di movimenti che ti toglie l'equilibrio e ti fa cadere può essere altrettanto soddisfacente che tuffarsi in acqua - azione che richiede anch'essa una contrazione dei muscoli flessori (testa ritratta, dorso inarcato) per evitare un impatto col ventre" (La psicoterapia del corpo. Le nuove frontiere tra corpo e mente, di Boadella David - Liss Jerome K., Ubaldini 1986).

vecchie parole chiave

Democrazia, libertà, autonomia                                                            

giovedì 3 giugno 2010

tempus tantum

Il tempo, dopo l'amicizia, è la seconda parola chiave.
Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. ... Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est
Fa' questo, caro Lucilio: rivendica a te stesso la tua libertà, e del tempo, che finora ti veniva estorto o sottratto, o che scivolava via, fai tesoro: tutte le altre cose sono possesso altrui, l'unica cosa che veramente ci appartiene è il tempo della nostra vita.
 ... diceva Seneca, che non invitava affatto a risparmiarlo, ma a rivendicarlo. Che vuol dire, fra l'altro, pretendere che ogni ora sia significativa, e considerare un'estorsione un lavoro in cui non hai il controllo di quello che fai, del suo scopo e del suo prodotto, a qualunque prezzo quel tempo che non è più tuo sia venduto (e quando abba Marx parla di sfruttamento e alienazione parla di questo, non di povertà).

lunedì 24 maggio 2010

Tenere il punto

C'è un principio, nel ki-aikido, che da solo vale tutta una disciplina: se, di fronte a una spinta o a una pressione esterna, tu cerchi di esercitare una pressione contraria e più forte, oppure se indietreggi e cerchi di sottrarti alla spinta, hai comunque perduto l'equilibrio; bisogna, invece, tenere fermo il punto (il ki). Nel ki-aikido, l'arte di far cadere l'aggressore attraverso la sua stessa forza non è che un corollario di questa capacità di essere irremovibili, e quindi flessibili, nel tenere il punto (che può essere il baricentro del corpo, poco sotto l'ombelico, ma anche un semplice atomo tenuto fermo fra il pollice e l'indice).
Questo è l'ideale a cui tendo.

Ed è anche la mia idea di lotta nonviolenta: c'è qualcosa, un punto, un atomo, che intendo tenere fermo, e attorno a cui sono irremovibile, è per questo che non ho bisogno né di aggredirti né di fuggire. E' il punto che fa la differenza fra violenza e lotta, e anche fra lottare e agitarsi scompostamente.
Ecco.
Noi non siamo un "noi" perché non sappiamo più qual'è il punto.
E quindi possiamo solo reagire, o sottrarci, sempre compiendo la seconda mossa, e sul campo scelto dall'avversario.
Per questo credo che l'essenziale, la cosa più urgente di tutte, sia stabilire qual'è il nostro punto: è attorno a questo che può esserci un "noi", non per una sommatoria di reazioni, disgustate, violente o agitate che siano.

lunedì 17 maggio 2010

sogni

Sognare, dipingere un quadro, girare un film, scrivere un testo, persino muovere il corpo in una danza o in un gesto quotidiano, sono altrettanti modi di pensare. La parola non è meno materiale del suono di un violino o di un pensiero che si esprime per immagini. E quando sogniamo, non c'è un inconscio che ci parla con i mezzi rozzi e limitati di cui dispone, ma siamo noi che riflettiamo e riordiniamo le idee esattamente come se stessimo parlando fra noi, ma con un altro mezzo diverso dalla parola.

e avremmo passato, tra musica e discorsi, un paio d'ore sovrumane

"Non avevo più bisogno di vino. La traccia d'oro aveva mandato un baleno, mi aveva ricordato l'Eterno e Mozart e le stelle. Potevo respirare per un'ora, potevo vivere, mi era lecito esistere, non occorreva che soffrissi, che avessi timore, che mi vergognassi. (...)
Oh, avessi avuto un amico, un amico in una soffitta, intento a meditare al lume di candela con accanto un violino! Come lo avrei sorpreso nel silenzio notturno arrrampicandomi senza far rumore su per le scale angolose! e avremmo passato, tra musica e discorsi, un paio d'ore sovrumane"
Herman Hesse, Il lupo della steppa, Mondadori 1979, p. 73

i molteplici fili

C'è stato un tempo in cui pensavo che noi, come i nodi in cui s'intreccia una rete, esistessimo solo grazie ai molteplici fili che ci legano alle persone che amiamo, e che legano queste ad altre e ad altre ancora. Questa corrispondenza mi pareva allora l'unica realtà possibile e degna per il genere umano: le cose umane, mi dicevo, non esistono se non sono comunicate, gli esseri umani non esistono se non grazie ai fili che li intessono alla vita degli altri.
(Ma all'anziana vicina che mi diceva: non esisto per nessuno, non c'è nessuno che mi ami e per cui stare al mondo, cosa avrei potuto rispondere?).

giovedì 13 maggio 2010

l'anarchismo di Corona

M.R.: - Mi sintonizzo in streaming su raidue: Fabrizio Corona dice: Io politicamente sono anarchico. P**** D**

D'accordo: è qualcosa di più e di peggio di una neolingua, quella che i parolieri del signor B ci tambureggiano nelle orecchie. E' prendere le parole e schiacciarle ai propri significati, insultarle, distruggerle moralmente. Renderle irriconoscibili e inutilizzabili. Uno stupro di guerra applicato alle parole, dove "anarchia" non significa più rifiuto di dominare, ma la volgare aspirazione a non sottostare a nulla e a nessuno.

Ma c'è anche qualcos'altro, che mi inquieta: c'è di vero, in questo ribaltamento della parola anarchia, che in questo momento a voler distruggere lo stato sono loro, è il nemico; e a me sembra che questa distruzione sia un disegno perseguito con grande lucidità e costanza, in cui la banda di criminali impuniti a cui siamo ormai abituati serve a distruggere le leggi, mentre le "riforme" e le piccole scelte (impercettibili) di tutti i giorni servono a distruggere la scuola pubblica, la sanità pubblica, tutto ciò ch'è pubblico e comune ...

lunedì 10 maggio 2010

tutto ciò che possediamo davvero

Una volta, con F., facevamo una specie di gioco a partire dal "tempus tantum nostrum est" di Seneca: "il tempo è tutto ciò che possediamo davvero".
No, si diceva: "gli altri sono tutto ciò che possediamo davvero"
No, si rispondeva "... è tutto ciò che possediamo davvero"
Questa discussione su cosa sia che possediamo davvero, su quale sia la cosa bella ed essenziale che è davvero un nostro umano possesso era in se stessa una cosa bella.
Era anche una discussione su qual'è la cosa che non si deve perdere, che va rivendicata come il tempo di Seneca.
Qualche giorno fa ho riletto il blog di Buio, e ho pensato: "le parole sono tutto ciò che possediamo davvero".

lunedì 3 maggio 2010

Ipazia - segnalazioni

... e, visto che la figura sempre più mi sembra centrale, e punto di partenza di una necessaria riflessione, inauguro qui una raccolta di link, segnalazioni, notizie.

Luciano Canfora in: "Ipazia, una donna per la libertà", video - 15 minuti spesi bene, http://www.youtube.com/watch?v=0nVu1MCgrg8



Innanzitutto, un fantastico dibattito è partito su phenomenologylab.eu, a partire dall'articolo di Roberta de Monticelli (l'avevo già segnalato) e dalla replica di Franco Cardini:
http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2010/04/ipazia-agora-amenabar/

Poi, il libro, naturalmente
Ipazia, storia della prima scienziata vittima del fondamentalismo religioso: la prefazione di Margherita Hack al libro "IPAZIA. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo d.c." di Antonio Colavito e Adriano Petta, La Lepre Edizioni.
(il libro non l'ho letto: quando si comincia col parlare di "sogni" per una scienziata mi innervosisco).

Umberto Eco, Ipaziammo! , dove si ironizza sulla teoria del complotto e si dubita "che le forze oscure della reazione in agguato stessero per impedirne la circolazione in Italia" (di Agorà), ma si riporta che "la distribuzione italiana era piuttosto esitante a far circolare un film che forse avrebbe suscitato forti opposizioni da parte cattolica, compromettendone la circolazione". In effetti, è facile immaginare che le cose siano andate proprio così. Il bello dell'Italia è questo, che le forze oscure della reazione non hanno bisogno di scomodarsi, non vi disturbate, che per non rischiare si fa già da noi...
Eco segnala a sua volta, come fonte seria (e se lo dice lui, che non ipazzisce certo ma è un signore serio e posato ...) Enciclopedia delle donne e consiglia di cercare gli studi di Silvia Ronchey, che in effetti meritano - io ho visto questo pdf su imperobizantino.it

http://www.facebook.com/pages/Agora-il-film-su-Ipazia-di-Alessandria-Amenabar-2009-in-Italia/165517146693

http://www.guardian.co.uk/film/2010/apr/25/agora-review

Agorà

Mi hanno detto che con il post precedente sembro voler difendere il cristianesimo - visto che dico che il cristianesimo è la prima vera rivoluzione. La mia invece era una critica alla rivoluzione, o meglio al modo in cui, pare inevitabilmente, la pensiamo. Ma visto che quel che pensavo lo dice, e meglio, Giona A. Nazzaro su Micromega, lo cito:
"Amenabar concentra invece la sua attenzione sul sorgere del cristianesimo focalizzando correttamente il suo sguardo sull’aspetto libertario ed egualitario del messaggio di Cristo. Infatti la società alessandrina, per quanto fosse avanzata ed esemplare, era divisa ferocemente in classi e la sua economia si reggeva sulla schiavitù. La forza politica e l’autorità morale dei protocristiani si afferma quindi attraverso il proclamare l’uguaglianza di tutti gli uomini. Inevitabile il diffondersi rapido di tesi che si rivolgono a strati amplissimi della popolazione alessandrina mettendo in discussione il primato di un numero ristretto di persone.

Coraggiosamente Amenabar in questo scontro di pensieri opposti riesce a evocare in controluce la polemica nietzschiana nei confronti del cristianesimo: gli schiavi non esistono più non perché abbiamo abbattuto la schiavitù ma perché tutti siamo diventati degli schiavi. Uguaglianza quindi non come ricerca della massima felicità possibile, ma come minimo comune denominatore verso il basso. La vita stessa viene ridotta a quella condizione di schiavitù che si affermava di voler abbattere. Per ricordare agli uomini che sono tutti uguali, si estende a tutti la medesima condizione di schiavitù e miracolosamente la schiavitù non esiste più. Un solo pensiero sostituisce tutti i possibili pensieri e Dio gli Dei. Di conseguenza il cristianesimo, collante dell’Europa secondo Novalis (e non solo), diventa il prototipo per eccellenza del pensiero unico. E il rogo della biblioteca di Alessandria anticipa drammaticamente i roghi dell’inquisizione e quelli nazisti atti a purificare la cultura degenerata.

La figura di Ipazia in questo scontro di culture emerge come una portatrice di complessità. Quella di Ipazia è già una condizione dell’esilio. Né dentro e né fuori il suo mondo che si lacera in presenza del sorgere di un altro ordine, Ipazia vive già la condizione moderna del nomadismo del pensiero. Avendo abbattuto le frontiere che porta dentro di sé assurge alla condizione di sradicata. Quindi lei è già altrove. Ipazia scruta il firmamento pensando ad altre modalità di esistenza e intanto nelle strade e nelle catacombe si progetta il rogo dei libri.

In questi momenti il film di Amenabar riesce davvero a comunicare uno struggimento sincero per tutte le possibilità non colte. La solitudine di Ipazia diventa la solitudine della ragione in un mondo dove circolano arroganti portatori di verità assolute, miracoli, rivelazioni e vendette divine. La parola di Dio cancella di fatto la possibilità della moltitudine delle possibili parole degli uomini. Il vero scandalo non è l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio quanto la presunta parola di Dio elevata a modello unico (immagine) di quelle che dovrebbe pensare e pronunciare l’uomo, precludendo così indagine, rischio, ricerca dal novero delle possibili attività umane. La disubbidienza diventa quindi l’imperativo morale di chi resta al di qua della parola di Dio. E pensare continua a essere pericoloso."

venerdì 30 aprile 2010

Agorà

Quello sciocco del mio amico Michele, che non ha capito che, adesso, l'agorà è qui, ed è questo lo spazio pubblico dove ci si confronta, non scrive su internet, e così tocca farlo a me per tutti e due. Uffa.

Il mio amico Michele, dunque, che capisce sempre molte cose e in questo caso ha visto quel che io non vedevo, nota che c'è qualcosa che manca, nel film di Amenabar, e manca gravemente: proprio l'agorà.
L'agorà, la piazza, lo spazio pubblico della discussione (e del mercato), non esiste in questo film se non come luogo dello scontro, anzi delle risse che "sono cose da schiavi e da marmaglia", dice la protagonista, senza evidentemente rendersi conto che quello a cui sta parlando è proprio uno schiavo, ed è allo stesso tempo il migliore dei suoi studenti, Davo, che lei tratta con affetto e paternalismo.
Luogo delle risse, della plebe, dunque, di cui giustamente la plebe cristiana si impadronisce, perché è numericamente più forte, e lo è perché ha dalla sua queste forze micidiali: l'uguaglianza e la carità. Davo, che all'inizio del film non è cristiano, ma si dichiara tale quando si tratta di impedire che una sua compagna sia punita per la sua religione, lo diventa quando Ammonio gli insegna a fare l'elemosina - gli insegna la carità cristiana, e gli dice: "questo è il vero miracolo", e anche "adesso sei un vero soldato di Cristo".
Mentre, nel film, the mob, i cristiani, si impadroniscono della piazza, pensavo a Ettore e ai suoi "la facciamo, la rivoluzione?", ma anche a George Sorel e al mito dell'esercito di Cristo come primo mito rivoluzionario - e pensavo: questi la stanno facendo, la rivoluzione, questa è la rivoluzione, la prima, il mito, quella a cui tutte le altre fanno riferimento, l'ideale originario  a cui si ri-volgono.
L'Ipazia di Amenabar ha perso, e insieme a lei abbiamo perso tutti due millenni di musica, filosofia, matematica, storia, poesia ... e ammiri la dignità con cui va consapevolmente al martirio. Ma non è l'Ipazia della storia (che ha perso anche lei, beninteso, e molto più ferocemente di quanto il pietoso Amenabar racconti), quella di cui la Suda racconta che
La donna era solita indossare il mantello del filosofo ed andare nel centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele, o i lavori di qualche altro filosofo per tutti coloro che desiderassero ascoltarla. Oltre alla sua esperienza nell'insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica.
Ipazia era un personaggio pubblico, una persona ascoltata, e non perché il prefetto era innamorato di lei (perché, quando si tratta di una donna, deve sempre entrarci l'amore? Lo immaginate un film su Spinoza in cui, non so, è rilevante che una cameriera o uno dei fratelli de Witt fossero innamorati di lui?), o perché era la maestra di persone importanti come lo stesso prefetto o il vescovo di Cirene. Era una maestra, ed era ascoltata, e lo era anche perché aveva insegnato a tutti, pubblicamente, nell'agorà, a chiunque volesse ascoltarla. Secondo il principio platonico che tutti siamo uguali rispetto alla capacità di vedere la verità, e di ricercarla. Questa è l'agorà che manca.

Poi, manca per una ragione, perché quello che ad Amenabar preme è evidentemente un'altra cosa: non lo spazio pubblico, ma quell'essenza del conflitto fra religione e filosofia che è tutto riassunto in ciò che Ipazia risponde al vescovo Sinesio. Quando questi le dice: anche tu sei una persona buona, e sei tu che mi hai insegnato che siamo tutti uguali, quindi sei cristiana anche senza saperlo, lei gli risponde:
"voi non dubitate di quello in cui credete:  non potete. Io devo".
Ed è veramente tutto in questa frase (anche la ragione per cui, religiosissima come sono, non sono e non posso essere cristiana): qualunque cosa sia la fede, la fede impone a un certo punto di fermarsi e smettere di dubitare - non importa dove collochi quel confine, o quanto agio ci sia all'interno, il confine c'è, ed è ciò che separa un "credente" da un "non credente".
Io devo dubitare. Non: "non posso farne a meno", "non sono convinto", o "sono uno scettico". Devo: è mio preciso dovere credere, eventualmente, soltanto dopo che ho dubitato, messo in questione, dissentito, rintracciato il senso e i sensi molteplici in cui una cosa è vera, e falsa. Soltanto dopo, e se, e forse. Non: manco di fede, ma: la mia fede mi impone questo. "I believe in philosophy", dice Ipazia.
Mentre Sinesio, prima ancora studente e di nuovo venticinque anni dopo, dice: se metti in discussione il sistema tolemaico, metti in discussione l'ordine del mondo, quindi Dio, quindi offendi me e la mia religione. Dubitare è offendere. E' un diverso rapporto con la verità e con l'ordine del mondo - un mondo alla rovescia, per noi filosofi. All'inizio del film, Ipazia spiega che la terra è il centro del mondo, e in seguito dice: l'idea che il mondo non abbia un centro mi spezza il cuore. Nel pieno della crisi, la cosa più importante per lei è scoprire che la forma dell'orbita terrestre è l'ellissi, non il cerchio - e non è scema, o pazza: quella è, davvero, la cosa essenziale. Essenziale scoprire un ordine del mondo, o una verità, o un aspetto della verità, dopo aver a lungo dubitato, e perché si è dubitato - un ordine in cui puoi credere perché ne hai dubitato in tuti i modi e in tutti i sensi: è questo il suo dovere e la sua religione.

Così, il film di Amenàbar non è affatto anticristiano - sì, il vescovo Cirillo è il cattivo, ma non lo è il vescovo Sinesio, e non lo è affatto, anzi è il personaggio più nobile, e bello, e tragico del film, lo schiavo e poi parabolano Davo. Del cristianesimo questo film dice la carità, e l'uguaglianza, e anche la nobiltà, non soltanto il fanatismo.

Ma è anticristiano in un altro senso, e questo è per me il senso più rigoroso, e inappellabile:
you cannot doubt, I must.

giovedì 29 aprile 2010

Goran

Un caffé, per caso, col poeta di "non dirò loro" , e ancora più per caso anche col mio amico Fabio (filosofo gentile e lettore di Ivan Illich): una mattina fortunata, e due cose da ricordare: "per ogni riga, ce n'è sempre un'altra", e: in lingua slava, la parola per "sussurri" e la parola per "bosco" hanno quasi lo stesso suono. Così uno slavo, quando sente parlare di un bosco, ne sente, contemporaneamente, anche il sussurro.

martedì 20 aprile 2010

Ipazia

Domani esce finalmente in Italia "Agorà" di Alejandro Amenabar.
Festeggio con queste due immagini dell'antica filosofa (la seconda, il ritratto, grazie al suggerimento di Squiliber).



E segnalando intanto un bell'articolo di Roberta de Monticelli: Ipazia, la donna che sfidò la chiesa (altri ne aggiungerò).

domenica 4 aprile 2010

Le piccole cose

Ci appassioniamo delle grandi e visibili cose - tutti a esprimere sacrosanta solidarietà e partecipazione a "rai per una notte", ma il regime si stabilisce con le piccole cose, quelle apparentemente insignificanti, che devi ragionarci un po' per capirne la portata. I decreti ministeriali, insomma, come questo:

Senza preavviso, e con effetto immediato, con un decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 30 marzo 2010, il Governo ha sospeso le agevolazioni postali per l’editoria. Ciò significa che dal 1 aprile, le riviste e i libri possono essere spediti solo con la tariffa piena e non più con la "tariffa editoriale ridotta", come è sempre avvenuto.

E quindi, visto che la libertà di stampa è una grande cosa, ma la distribuzione è una piccola, Azione nonviolenta, e con essa chissà quante riviste, fogli, fanzine ... da oggi in poi, con decorrenza immediata, saranno libere di essere scritte e stampate, e giacere ferme in magazzino.

giovedì 1 aprile 2010

economia politica

Contro le loro
cifre da ingegneri-contabili
non fai un passo avanti con un fucile in mano.
Studia la loro subdola aritmetica
e stringi i denti, intanto
e odia

Majakovskij, 1923

martedì 30 marzo 2010

due considerazioni elettorali

1. non ha vinto berlusconi, ha vinto la lega.
Da cui deriva:
a) il fastidio per B si può esprimere anche votando lega, per favore basta gongolare perché il re è nudo e lo dicono tutti.
b) B passa, la lega resta: se B non scoppia, o non lo fanno fuori perché è scoppiato (come mi sembra stiano cercando di fare), prima o poi muore di vecchiaia. Ma la lega esprime allo stesso tempo dissenso, legami di fiducia e legami comunitari (NON sto dicendo che sia vero dissenso o che i leghisti siano degni di fiducia, sto parlando del sentire che la lega rappresenta, come un disegno rappresenta un oggetto): non ce la leveremo dai piedi altrettanto facilmente.

2. il qui ed ora è che le regioni sono quasi importanti quanto il governo nazionale, e che il nostro sistema elettorale assegna il diritto di governare a chi ha avuto più voti, e se ne frega di "segnali", astensioni e partitielli, perché l'unica cosa che conta davvero, nella struttura istituzionale costruita a partire dagli anni '90, è il governo (il presidente del consiglio, o la regione, o il sindaco) il resto son chiacchiere. In questo sistema l'opposizione non si fa in parlamento o nei consigli, che non contano niente. In QUESTO sistema elettorale e istituzionale, quel che conta qui e ora è chi governa e chi no, dunque l'aut aut fra i candidati che possono arrivare a vincere oppure no. Quindi, è certo che ci sono non soltanto forti complicità da parte del pd (ma anche di rifonda), ma una precisa volontà "bipartisan" nella costruzione di questo sistema elettorale e istituzionale, ma questo è. Le regole non le abbiamo scritte noi, e ci fanno pure schifo, ma le regole son queste, e sono efficaci. E all'interno di queste regole, lasciamo perdere le recriminazioni sui morti, e lasciamo anche perdere tutto il male che pensiamo del PD: il fatto che sia morto anche lui, anzi sia nato morto, consegna il governo agli altri, che ci piaccia o no.

giovedì 25 marzo 2010

anarchici e collaborazionisti

<< Il regime ci sarà quando sarà indispensabile iscriversi al Partito della Libertà per campare. Ora c'è un quasi-Regime, e il suo trasformarsi in Regime effettivo dipende dalle nostre scelte. Non voglio giudicare Alberto. Qui è in questione il tuo presunto anarchismo, non il suo lavoro. Io e te siamo dipendenti statali, e questo ci crea problemi, perché siamo anarchici. Ci giustifichiamo pensando che comunque ci sforziamo di fare qualcosa di buono per la collettività, e che il nostro essere dipendenti dello Stato non vuol dire essere al servizio del governo. Uno che lavora a progetto è  invece un collaboratore del governo, uno che fa cose che possono essere anche meritorie e mosse dalle migliori intenzioni, ma portano acqua al mulino del governo. Essendo questo un governo di bastardi fottuti mafiosi corrotti, penso che chi si dichiara anarchico dovrebbe astenersi dal partecipare a simili progetti, anche quando li trovasse interessanti e promossi da persione degne di stima.
Non credo nella costruzione di un'alternativa all'Italia berlusconiana attraverso progetti finanziati dal governo Berlusconi. Tu lo credi, così come prima credevi che nella necessitàdi appoggiare il Pd (di Franceschini!) per fare vera opposizione al governo. Mi pare che tu  abbia le idee molto confuse.>>

Io credo che tu stia confondendo almeno due piani diversi: quello dell'anarchismo e quello del rifiuto di collaborare con dei criminali.

Se un governo è criminale, non c'è bisogno di essere anarchici per rifiutare di collaborare, e per pretendere che le persone oneste, in quanto tali, rifiutino di farlo. Da questo punto di vista non è vero che tu non giudichi Alberto: quando dici "io rifiuto di collaborare con un governo di criminali" non stai esprimendo una semplice preferenza, come se dicessi "io amo bere rooibos" (e chiunque potrebbe risponderti "bleah, il rooibos!"), ma esprimi una posizione etica e politica, che in quanto tale è anche un giudizio, e che in quanto tale deve essere espressa e difesa, o contestata, con argomenti validi e coerenti: discutere di cosa è governo, e cosa è proprio di questo governo in quanto criminale, cosa è collaborazione, cosa non lo è, quali sono i limiti oltre i quali non è accettabile andare, che cosa è giusto e lecito fare, oppure non fare.
Rispetto a questa discussione è solo un falso tirarsi indietro o un artificio retorico (ripeto) dire "non è accettabile 'ma sono punti di vista', non sto esprimendo giudizi", né vale l'argomento del "si deve pur guadagnarsi da vivere": stiamo discutendo di cosa è giusto fare, non delle giustificazioni per chi eventualmente (io o te compresi, se questo è) non ha la possibilità o la forza di farlo.
Rispetto a questa discussione, inoltre, ha senso la distinzione che tu poni fra governo e stato, anche se andrebbe analizzata molto più a fondo, perché da un lato il governo, qualsiasi governo, è un'articolazione dello stato, ma dall'altro, e in questo hai ragione a distinguere, questo particolare governo, specificamente e proprio in quanto criminale (in quanto quasi-regime, come dici tu) è in aperta contrapposizione allo stato. E vi si contrappone proprio per sostituire al potere dello stato, che è potere strutturato e in una certa misura collettivo, il potere personale, il potere economico, l'arbitrio (l'altro giorno, d'altronde, Marco d'Eramo ricordava lo slogan di Ronald Reagan: «rendere lo stato così piccolo da poterlo gettare nel cesso»).
Da questo punto di vista riconosco una differenza fra collaborare con il governo, con questo governo, e lavorare alle dipendenze dello stato, ma la riconosco soltanto a partire dalla considerazione di ciò che questo governo ha di particolare, di criminale, di proprio di un regime - e qui il collaborazionismo, il favorire l'azione di smantellamento dello stato e la trasformazione del governo in regime, lo vedrei proprio nel buttare a mare un progetto iniziato da un altro governo, e che è in controtendenza rispetto all'autoritarismo e al controllo e repressione della rete verso cui  si muove questo regime, solo perché il governo è cambiato.

Rispetto all'anarchismo, invece, possiamo discutere, e anzi dovremmo farlo, di cosa intendiamo per anarchia. 
Io non ho in effetti alcun diritto di definirmi anarchica, nella misura in cui l'abbattimento o il rifiuto dello stato fa parte, suppongo, del programma minimo di ogni buon anarchico.
Invece, per quanto mi riguarda, lo stato è semplicemente una delle forme di organizzazione dell'agire collettivo, dunque del potere. Una forma particolarmente complessa e appariscente, ma non l'unica. Io non solo non credo possibile sottrarmi all'agire collettivo, ma anche non crederei giusto farlo se fosse possibile. Io credo che sia possibile, necessario e doveroso contestare questa particolare forma (o meglio questo particolare insieme di forme), e partecipare a elaborare e sperimentare delle alternative, non che sia possibile o giusto sottrarmi all'agire collettivo, o che l'agire collettivo possa darsi in assenza di forme e strutture.

Diciamo che credo che il potere, rimosso, ritorni.

Pertanto, per me non è un caso se, "volendo fare qualcosa di buono per la collettività", noi lavoriamo per lo stato. Io non sento il bisogno di giustificarmi per questo, anzi sono contenta di definirmi una public servant (è significativo che in italiano l'espressione non abbia corrispondenza): una che quello che fa nella vita è essere al servizio della collettività. Lo sono qui ed ora, in questa situazione qui, e con i vincoli e nelle forme determinate da questa situazione qui, sulla base delle regole proprie di questo particolare stato. Quindi sì, io collaboro attivamente e continuamente con lo stato, e non perché devo pur vivere e quindi ottenere una qualche forma di reddito anche se penso che "in quanto anarchica" dovrei agire diversamente, ma perché l'agire collettivo si dà solo come agire strutturato, e le strutture in cui posso agire sono queste. Poi, ne esistono certamente delle altre - il mercato, l'associazionismo, la cooperazione, altre che possiamo inventarci - anche se non è detto che siano meno affette dal morbo del dominio di quanto lo sia la forma "stato" che conosciamo: l'agire collettivo è un esercizio di potere, la capacità non semplicemente di fare (di agire singolarmente), ma di fare insieme, di agire in molti e in modo coordinato, implica il comando sull'agire altrui, perché agire insieme implica che io ti chiedo di fare certe cose, e tu lo chiedi a me.

Questo insieme di considerazioni - e so che le ho scritte in fretta e sono insieme confuse e troppo sintetiche - è grossomodo quello che intendevo quando, a te che mi rimproveravi l'appoggio a Franceschini (tecnicamente, alla Serracchiani che appoggiava Franceschini) e mi accusavi di "recitare" la parte dell'anarchica, risposi: è che non credo che per rifiutare il potere basti far finta che non esista, o di poterlo abbattere.

E' probabile che io non sia una brava anarchica, e magari sono persino una collaborazionista e mi merito di essere rapata a zero su una pubblica piazza. Ma per me la validità etica e politica dei miei atti si misura sulle conseguenze che posso prevedere nelle condizioni date.
Di queste condizioni fa parte anche un sistema elettorale che determina (ancora) chi sia a governare. E' un sistema elettorale che può non piacermi, anzi mi fa francamente schifo, e che è stato studiato esattamente per ridurre al minimo le mie e le nostre possibilità di opposizione. Ma è un sistema efficace: produce potere, produce il diritto a governare, e produce anche una rappresentazione collettiva per la quale noi stessi finiamo talvolta per credere che l'Italia sia berlusconismo, fascismo e leghismo.
In quanto è un sistema efficace, esso neutralizza la possibilità di sottrarvisi: io posso bene non partecipare, ma è l'insieme dei voti validi espressi alle condizioni date a legittimare, o privare di legittimazione, il regime. E all'interno di questo sistema efficace il fatto che l'alternativa al regime sia rappresentata da una nullità come il PD è un fatto rilevante e grave. Rilevante, grave, e probabilmente senza rimedio: ma se vi fossero o meno rimedi, questa era una cosa che per me andava esplorata.

lunedì 22 marzo 2010

lontananza

L’opera d’arte nulla può mutare e nulla rimediare; una volta ch’esiste, di fronte agli uomini sta come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata (come una fontana), dunque, se così la si vuol chiamare, impartecipe.
Rilke, Briefe an eine junge Frau

Una volta mi accadde di rendermi conto di questo. Il colore dell'alba, quella volta, era bello, e io lo guardavo e sentivo desiderio e nostalgia - di cosa? L'alba era lì, non la potevo toccare, e neppure avrei voluto, ma la potevo guardare. Era lì, e io la guardavo e ne sentivo la mancanza.
Credo che sia di questo che parla Rilke: nel sentire la bellezza sentiamo anche la lontanana della cosa, il fatto che è in sé stessa, non ci appartiene, non è nostra in nessuno dei sensi possibili di "mio", e suscita in noi un desiderio e una nostalgia senza rimedio, ci ricorda la nostra solitudine e può insegnarci, semmai, a estendere questa solitudine "su più ampio paese".
E questo è anche dell'amore: ... è così grande la differenza? è mai stato davvero, ciò ch'è stato? è stato dico, tanto da riempire il desiderio, sormontare la lontananza? cambia moltissimo per noi, certo - la pienezza divina dell'amore appagato, e non solo immaginato. Ma è un istante: poi la lontananza, la nostalgia, ci tornano accanto, e sono con noi anche in presenza dell'amato.

porcospini

Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

(A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, II, 2, cap. 30, 396)

sabato 20 febbraio 2010

progetto

"un progetto politico di cui occorre mostrare il carattere non utopistico" - hic Rodhus, hic salta, qui è il lavoro da fare: il potere-capacità di fare è lo stesso del potere-dominio, oppure no?

Comunque, qui sta il progetto, e qui la discussione (su minimokarma, tanto per cambiare)  :
<<Potere, pre-dominio e dominio: Dolci e Foucault
    Il potere (nel senso di essere capace di, capacità di azione) in sé non è affatto negativo: la sua carica positiva -l’intuizione etica avverte - dipende dalla sua capacità di aprirs a comunicare. Sovente nelle più fonde intuizioni religiose, vero potere risulta l’amore. Il potere si distingue, purificandosi, dal dominio, abuso di potere. Marco scrive che Gesù dice ‘la potenza’ per nominare Dio.
D. Dolci, Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci 1997, p. 5.
Non è probabilmente esagerato dire che in questa distinzione tra potere e dominio è uno dei contributi più rilevanti della riflessione di Dolci. E’ una distinzione che è parte di una più ampia dicotomizzazione: da una parte ci sono il potere, la forza, l’amore, la comunicazione, la relazione maieutica, il germe, il nomos, dall’altra ci sono il dominio, la violenza, l’odio, la trasmissione, la relazione gerarchica, il virus, la legge. In ultima analisi, si tratta della opposizione tra la sanità e la malattia. Un mondo sano è quello nel quale si comunica in modo pieno, reciprocamente adattandosi, senza che nessuno schiacci l’altro, mentre è malato un mondo nel quale alcuni, come virus, prosperano in modo parassitario a spese degli altri, spezzando la circolarità della comunicazione. C’è, bene evidente, il rischio di una semplificazione, proprio negli anni in cui Dolci cerca di leggere la realtà ricorrendo alla teoria della complessità. E’ realmente possibile distinguere, nelle situazioni concrete, il potere dal dominio, la forza dalla violenza, l’amore dall’odio? Non è forse la realtà, proprio perché complessa, sempre intessuta dell’una e dell’altra cosa? Consideriamo la scuola. Per Dolci, essa è il luogo del dominio, della trasmissione, dei rapporti malati. Molta della riflessione critica sulla scuola gli dà ragione. Ma è davvero la scuola solo questo? Non è forse sempre anche altro? Non è anche il luogo nel quale è possibile, sia pure per accidens, una comunicazione aperta? La realtà, anche quella istituzionale, è molto più fluida di quanto Dolci non sembri supporre, oscilla dall’uno all’altro polo. La stessa natura porta segni tanto della relazione maieutica quanto della relazione virale, e non basta dire che la prima è sana e la seconda malata, perché ciò vuol dire introdurre una pretesa etica nella considerazione di ciò che evidentemente è al di là del bene e del male.
A livello teorico, tuttavia, la distinzione di potere e dominio, l’individuazione dei due poli, è preziosissima. Benché il linguaggio comune e gran parte della riflessione continuino ad usarla in senso negativo, per indicare la possibilità che alcuni hanno di fare certe cose ad altri, o di far fare certe cose ad altri, la parola potere indica in primo luogo il soddisfacimento dei bisogni primari dell’organismo. Mangiare è un atto di potere. Mangia chi ha la possibilità di farlo. Chi non può, perché ad esempio non ha il denaro per acquistare il cibo, è condannato a morire. Il potere è una facoltà al servizio della vita. Poiché l’uomo è un essere sociale, il potere ha una dimensione collettiva. Fatta eccezione per casi estremi, la possibilità del singolo di procurarsi il cibo è legata alla struttura della collettività di cui fa parte. Un italiano è in grado materialmente di mangiare perché vive in un paese economicamente avanzato, collettivamente in grado di nutrire i suoi cittadini, sia pure con disparità e contraddizioni.
L’uso del potere non è dunque negativo, né asociale. Ma Dolci parla di un suo abuso, il dominio. Nella situazione di dominio, il soddisfacimento di un mio bisogno avviene a spese dell’altro. Continuando con l’esempio dell’alimentazione, c’è dominio quando io mangio del cibo togliendolo al prossimo. A dire il vero, durante una carestia una un simile atto attinge una sua legittimità. Di fronte al problema della sopravvivenza le idee correnti sul bene e il male sono sospese. Se c’è un solo boccone per dieci affamati, quei dieci si ammazzeranno l’un l’altro per ottenerlo, e ciò in base alla stessa legge della sopravvivenza. In altri termini, anche in questo caso si tratta di potere, e non di dominio. C’è dominio quando la sopravvivenza è fuori questione. Se io sono sazio, e tuttavia impedisco ad altri di mangiare, o di mangiare in modo sufficiente, io sto esercitando un dominio. E’ evidente che una teoria del potere ha bisogno di una teoria dei bisogni. C’è potere quando c’è la soddisfazione dei bisogni vitali, c’è dominio quando, per soddisfare i propri bisogni non vitali, si ledono i bisogni vitali altrui.
La distinzione concettuale tra potere e dominio si trova in Foucault, con qualche differenza rispetto a quella di Dolci che è interessante approfondire. Per Foucault il potere non esiste al di fuori delle relazioni, ed ha sempre un carattere fluido. C’è potere quando qualcuno fa fare all’altro ciò che desidera. L’accento qui non è sull’accesso alle risorse, ma sul direzione del comportamento altrui (evidentemente al servizio di un bisogno proprio, essenziale o meno). Tutte le relazioni di potere per Foucault hanno un margine di libertà e possono essere rovesciate. Chi subisce il potere può ribellarsi , resistere o, al limite, suicidarsi. Vi sono però situazioni in cui questo margine si libertà è ridotto al minimo. Quando una relazione non è più fluida, ma fissa, non si può parlare più di potere. C’è dominio quando “le relazioni di potere sono fissate in modo da essere perpetuamente asimmetriche e da limitare estremamente i margini di libertà” (1). La considerazione di questa fluidità sembra essere ciò che manca a Dolci. Non è chiaro in che modo si passi dal potere al dominio, dalla piena posivitità del primo all’assoluta negatività del secondo. In Foucault, d’altra parte, manca l’idea di un potere che non tenda all’asimmetria, come se ogni relazione umana fosse caratterizzata dal tentativo di sottomettere l’altro.
Proviamo dunque a leggere Dolci alla luce di Foucault e Foucault alla luce di Dolci. Possiamo distinguere e chiarire terminologicamente come segue. Il potere è, come sostiene Dolci, la possibilità di fare, soddisfacendo i propri bisogni essenziali. Esso non ha un carattere negativo. Sono possibili relazioni umani simmetriche, nelle quali gli uni soddisfano i propri bisogni insieme agli altri. Quando invece la relazione tende all’asimmetria e si sbilancia a favore di uno dei soggetti, si ha qualcosa che non è più potere e non è ancora dominio. Possiamo chiamarla relazione di pre-dominio. Nel dimensione del predominio un soggetto cerca di assoggettare l’altro ai suoi bisogni, ma la situazione è ancora fluida, c’è la possibilità concreta di resistere e di rovesciarla. C’è infine il dominio, che è la fissazione normativa, socialmente riconosciuta ed accettata, di una situazione asimmetrica. Il fatto che tale situazione sia socialmente accettata o addirittura normata non vuol dire che sia eticamente giusta. Essa può anzi configurarsi come una vera e propria rapina. Tale è il dominio economico e politico di alcuni stati su altri, giustificato con “ragioni” che fanno pensare alla favola del lupo e dell’agnllo, e che tuttavia ottengono una tacita approvazione dell’opinione pubblica.
La zona intermedia del pre-dominio è quella propria della competizione, dell’escalation simmetrica. Potere e libertà, nota Foucault, vanno di pari passo. All’accusa di vedere il potere ovunque, obietta che ovunque vede anche la libertà (2). Ma in cosa consiste questa libertà? La libertà di uccidersi? Ed è desiderabile una società in cui la libertà si riduca a questo - ribellarsi, al limite con il suicidio? Il bellum ombia contra omnes sembra essere per Foucault preferibile al Leviatano, poiché la fluidità del primo è compatibile con la libertà, mentre la compattezza del secondo no. Ora, al di là del fatto che è difficile immaginare una situazione di dominio che annulli del tutto la libertà (soprattutto se con Foucault consideriamo anche il suicidio politico come un atto di libertà), ciò vuol dire considerare l’uomo condannato ad una dialettica senza fine di sottomissione e ribellione, di relazioni bloccate e di violenti rivolgimenti. Dolci aggiunge a questa prospettiva la figurazione di una terza possibilità, quella di una società pre-asimmetrica, di una dimensione pacifica nella quale il soddisfacimento dei bisogni non comporta competizione, e il tentativo di predominare è patologico. Questa possibilità - il potere, simpliciter - si presenta in Dolci come il livello zero, la condizione di base dei rapporti umani, la dimensione della sanità. Così non è, in un contesto economico e sociale caratterizzato dal capitalismo, vale a dire dalla competizione e dal pre-dominio, un sistema nel quale anche le relazioni naturalmete simmetriche e creative - come quella erotica - tendono alla competizione. Una società del potere, in tale contesto, non è probabilmente un dato che si possa semplicemente accertare (come Dolci tenta di fare), quanto piuttosto un progetto politico di cui occorre mostrare il carattere non utopistico. E poiché il dominio non è un mondo compatto che fronteggia il mondo intatto del potere, ma la fissazione, la cristallizzazione della realtà magmatica del pre-dominio, il progetto di una società nonviolenta non può partire che dall’analisi delle relazioni di pre-dominio e dalla considerazione della possibilità di portarle verso il potere.
(1) M. Foucault, L’etica della cura di sé come pratica della libertà, in Antologia. L’impazienza della libertà, tr. it., a cura di Vincenzo Sorrentino, Feltrinelli, Milano 2008, p. 245.
(2) Ibidem.
 http://minimokarma.blogsome.com/2010/02/20/dolci-e-foucault/

martedì 16 febbraio 2010

Danilo Bonvicini - siamo rimasti soli ora che Dio se n'è andato

Siamo rimasti soli ora che Dio se n'è andato,
soli negli asettici alveari di cemento,
dentro le antiche torri e nei viali dimenticati.
Rivolgiamo gli occhi pesanti a cercarne le vestigia
fra le cose del mare e della terra,
frughiamo nei bidoni unti agli angoli di strada,
fra le cosce delle puttane gettate sotto i lampioni.
Siamo soli adesso a camminare nei cortei
e a gridare l'ingiustizia del sudore
ai cancelli delle fabbriche fuori città;
paghiamo tutto il nostro oro per il suo nome
inciso sule auto usate e sulle scatole di preservativi.
Ora che ci ha lasciato soli le sirene secche
degli uomini travestiti da nazisti
sono troppo alte nelle orecchie dei bambini;
e i cani leccano il sangue e la libertà
che esce dalle teste rotte sulle piazze.
Le scritte sui muri come le parole del Libro
ci ricordano in modo ossessivo e falso
il dolore di tante crocefissioni consumate
da indegni sacerdoti nelle aule dei tribunali,
negli ospedali che rivendono i cervelli dei poeti
nelle case popolari che succhiano la miseria.

Ora che siamo rimasti soli aspettiamo
suicidandoci ogni mattina per noia
nella speranza di una resurrezione serale.
Ora che siamo rimasti soli chiediamo
al vicino di aiutarci a pregare sull'uscio di casa
per ritrovare la fede da sciupare nelle bestemmie
e nelle decrepite grida della nostra condanna.

Danilo Bonvicini
Sottili come la polvere
Tipografia compositori, Bologna 1988

venerdì 12 febbraio 2010

Gli amici del silenzio

Leggendo Il Dio di Gandhi ho capito finalmente il senso delle cose che Pier Cesare Bori cercava vent'anni fa insieme a un gruppo di cui facevo parte, e mi è venuta voglia di rivederlo.
Così gli ho telefonato - e sono immediatamente stata coinvolta nell'incontro del gruppo, che continua ancora oggi (le persone sono cambiate, Bori pure, il modo di incontrarsi anche ... ma è lo stesso gruppo, anche se non lo è).

Bori lo chiama gruppo di lettura, e in effetti vent'anni fa si trattava di leggere insieme i testi delle tradizioni religiose, con l'idea sottesa che tutti i "grandi" testi esprimano un'unica verità - dove per "grande testo" si intendeva testo importante per almeno una tradizione religiosa (o quasi-religiosa: il Simposio fu fra le nostre letture), e che questa verità consenta di costruire un percorso etico fra culture.
Io, che sono una rompiscatole contestatrice, contestavo questa idea, sostenendo che sono grandi testi anche quelli di Primo Levi o Albert Camus.
Ma capisco, oggi, che Bori aveva le sue ragioni: c'è, nei testi fondanti di una tradizione (e il Simposio è tra questi), o meglio si può cercare, una forma specifica di verità, che è quella che Bori cercava, e che è, credo, il Dio Verità di Gandhi. E' possibile che questi testi parlino tutti di una stessa cosa in forme diverse, e che questo contenuto sia quello che suscita devozione e ne fa dei libri sacri. Oppure è possibile che la devozione venga prima, imposta con la spada e con la conquista, e sia devozione al gruppo e al potere che con quella tradizione religiosa e quel testo si identificano, e solo dopo questa devozione venga riempita di contenuti veramente sacri, veri, divini, da tutti gli uomini che si trovano in quel mondo e interpretano la propria verità attraverso quel testo (e in questo caso le letture del testo, in sé insignificante, sarebbero più importanti del testo stesso).
Fatto sta che per me la tradizione non riesce a essere un criterio di verità, neanche se si tratta di mettere insieme diverse tradizioni, e un romanzo di Marion Zimmer Bradley, se dice una cosa che comprendo, per me ha un maggior contenuto di verità del Libro di Ester.


Oggi, si tratta di un gruppo di lettura in senso solo parziale: si leggono, e si commentano, testi di ogni genere, ma soprattutto si sta in silenzio.
Questa pratica del silenzio, Bori la cominciò credo proprio vent'anni fa. La prima volta che la mise in pratica me presente fu subito dopo la Tien An Men: tutti volevamo manifestare sdegno e solidarietà, lui radunò amici e sodali sotto le due torri, e li fece mettere in cerchio, tenersi per mano e stare in silenzio. A me venne una mezza crisi di nervi: ma come! dobbiamo fare qualcosa!

"Fare". Scrivere dei manifesti o partecipare a una manifestazione forse è "fare" più che starsene in cerchio in silenzio. O forse no.
Comunque, ora quando vado a questi incontri sono tutta contenta di starmene mezz'ora in silenzio, e mi sembra una cosa importante - una cosa che crea più solidarietà e mutua accettazione del leggere e discutere, e in cui mi sembra di trovare più verità che in qualsiasi testo.

E forse persino un "fare" più vero.

martedì 2 febbraio 2010

chi cerchia trova

da hazydave, il mio amico e compagno che ha il blues, copio e incollo:

ossido d'asfalto
sotto spesso
manto nervoso

superba luna
in limpido cielo
tra lame di nuvole e neve

chi cerchia trova
e chi trova
botte

marciapiedi insidiosi
al bar
il posto dei beoni

sei centimetri l'ora
fredda e ferma
la neve vera

angolo di Carteria
brividi su nera
faccia da blues

Modena centro
31.1 e 1.2.2010

venerdì 29 gennaio 2010

Zanna Bianca


Scott scosse il capo e continuò a tentare di guadagnarsi la fiducia di Zanna Bianca.
Zanna bianca era sospettoso: c'era in aria qualcosa. Aveva ucciso il cane di quel dio, aveva morso il dio suo compagno, e che altro poteva aspettarsi se non qualche terribile punizione? Eppure l'affrontava impavido. Rizzò il pelo e mostrò i denti, l'occhio vigile, il corpo teso e pronto a tutto. Il dio non aveva bastone, sicché lo lasciò avvicinare. La mano del dio si era stesa, e ora gli scendeva sulla testa. Zanna bianca si rannicchiò tutto, sempre più nervoso, appiattandosi sotto di essa: lì era il pericolo, qualche tradimento, chi sa che cosa. Conosceva le mani degli dei, la loro provata maestria, l'abilità di far male; e poi, c'era quel vecchio terrore d'esser toccato. Ringhiò più minaccioso, si appiattò più basso, eppure quella mano continuava a discendere. Non voleva mordere quella mano, e sopportò il pericolo che rappresentava finché l'istinto si scatenò travolgendolo col suo insaziabile anelito alla vita.
Weldon Scott aveva sempre creduto di essere abbastanza svelto per evitare qualunque morzo o zannata, ma non conosceva ancora l'eccezionale rapidità di Zanna Bianca, il quale colpì con la fulminea rapidità del serpe.

venerdì 22 gennaio 2010

giudicare

Non c'è casa e non c'è mondo, non ci sono offesa, sfregio, incanto.
Non c'è il dovere di dire "e tutto ciò è buono", né di dire "e tutto ciò è disgustoso", perché non c'è qualcuno separato dal tutto che lo possa dire.
E parlo di "dovere" perché anche questo fa parte dell'illusione: siamo buoni, giusti, conformi a ciò che si deve essere perché giudichiamo, prendiamo le misure della legge e diciamo "tutto questo è buono", o il suo contrario.
No.
Non è che siamo troppo piccoli, insignificanti o indegni per poter giudicare (a meno che non lo facciamo in nome di un Dio). E' che per giudicare bisogna chiamarsi fuori, e noi non siamo fuori, siamo parte - labilmente, transitoriamente e illusoriamente distinta dal tutto che ci attraversa. Chiamarcene fuori e giudicare è la madre di tutte le illusioni, e l’incanto e lo sfregio si alternano perché figli di questa stessa illusione. La Volkommenheit è al di là della colpa perché è al di là dell'accusa e del giudizio, e in questo è felicità e godimento: essere senza separazione e giudizio parte del tutto.

E lo so quali sono la tua domanda e la tua obiezione: certo, ma allora, in questa prospettiva, bene e male non ci sono, eppure noi sentiamo e sappiamo, con assoluta certezza, che le leggi assassine e razziste sull’immigrazione lo sono, ad esempio. Negando la capacità di giudicare, di dire il bene e dire il male, neghi anche questa verità immediata della coscienza.
Ma questa verità immediata della coscienza è, io credo, proprio la percezione del nostro essere parte, la certezza assoluta con cui sentiamo che nessuno si salva o si libera da solo, perché l’esistenza, lo sviluppo, la libertà di ogni essere sono la nostra – non per una nostra sovrana decisione e scelta, ma perché, semplicemente e solidamente, lo sono.
Auschwitz, o nel nostro piccolo le politiche sull’immigrazione, o il potere del sopravvivente, o l’uomo a una dimensione, o anche banalmente le trasmissioni televisive in cui si afferma e si riafferma che l’essere umano è in vendita, e vale di più quello che ha il prezzo più alto – tutte queste cose sono male perché distruggono, strappano, seppelliscono quel che gli umani possono essere.
Forse quando smetteremo di chiedere conto di Auschwitz a un Dio, e cominceremo a pensarlo come un male che gli esseri umani fanno agli esseri umani, si comincerà finalmente a ragionare.

No. Se io sono te e tu sei me quando siamo in vita, lo siamo anche da morti: non c’è nessun essere che seppellisce, ci sono mutazioni, forme e possibilità di essere nuove e diverse che passano e ci attraversano, e si sviluppano, e non si danno le une senza le altre. Queste mutazioni, forme, possibilità attraversano questo corpo e questa storia che mi fanno dire “io” quando questo corpo e questa storia esistono, e ne attraverseranno altri quando questo corpo e questa storia non esisteranno più. Non è il veicolo l’importante.

Ma soprattutto: no, non è tutto uguale. Non è l’essere che nella sua totalità seppellisce quello che gli umani sono e possono essere.
Non è tutto uguale. Ci sono il bene, la pienezza, la maturità “di quando cosa ch'è felice cade”, e c’è il male di quando l’esistenza, lo sviluppo e la libertà della cosa vengono recisi, impediti, immobilizzati (e per noi umani siamo soprattutto noi umani a farlo).
C’è questa particolare possibilità di essere, questa declinazione, sfumatura, orientamento distinto che non è, rispetto al tutto, più di una sfumatura, ma è ciò che, al di là del mio corpo o della mia storia, mi fa dire “io”, e che può, o può non, giungere a pienezza di sviluppo, felicità, maturazione, e poi lasciar posto all’esplorazione di altre possibilità. In questo “può”, o “può non”, tutto si gioca per me, e si gioca insieme ai miei simili, necessariamente e non per scelta - perché tagliata fuori dai loro pensieri e dalle loro azioni, da "l'essere che viene al mondo attraverso la complicità degli uomini tra loro" neanch'io posso pensare, fare, essere nulla.
E c'è il rischio che questa particolare possibilità che sono io venga invece limitata tanto da non poter giungere ad alcuna pienezza, ristretta, chiusa, immobilizzata, o anche cancellata. Ma questa chiusura e immobilità non sono necessariamente nella morte, anzi, possono essere anche nel suo rifiuto e nelle conseguenze che esso comporta – come vedi nel potente, in molte forme di religione, nella paura, nell'identità, ...

Il male esiste, ma non è l’essere stesso: è il fatto, presente in esso, che le possibilità possono essere distrutte, chiuse, strappate, immobilizzate.
Ma l’essere non è Dio, non è qualcuno a cui chiedere conto di questo fatto: è, semplicemente, e contiene anche questo fatto. E’ proprio per questo che, senza poterne chiedere conto a Dio, siamo tanto più obbligati ad avere cura di quello che cresce e a combattere il male.

Und wir, die an steigendes Glück
denken, empfänden die Rührung,
die uns beinah bestürzt,
wenn ein Glückliches fällt.