sabato 18 aprile 2009

Appunti sul populismo mediatico

"Appellarsi (...) al popolo significa costruire un figmento: siccome il popolo in quanto tale non esiste, il populista è colui che si crea una immagine virtuale della volontà popolare. Mussolini lo faceva radunando cento o duecentomila persone in piazza Venezia che lo acclamavano e che, come attori, svolgevano la parte del popolo. Altri possono creare l'immagine del consenso popolare giocando sui sondaggi, o semplicemente evocando il fantasma di un "popolo". Così facendo, il populista identifica i propri progetti con la volontà del popolo e poi, se ci riesce (e sovente ci riesce) trasforma in quel popolo che lui ha inventato una buona porzione di cittadini, affascinati da una immagine virtuale in cui finiscono per identificarsi"
(Umberto Eco, A passo di gambero, Bompiani 2006, pp. 125-126).

Da notare: "trasforma in quel popolo che ha inventato".
La rappresentazione del popolo è costruzione efficace del popolo, trasforma in solida realtà l'immagine fittizia, rende i membri del popolo desiderosi di identificarsi con quella realtà, o viceversa - come siamo noi - disgustati da essa. Disgustati, ma con una sottile sensazione che è, al contempo, di superiorità e di inadeguatezza.

Perché alla fine ci crediamo anche noi, al popolo rappresentato, e non vediamo il carnevale di storie, condizioni, desideri diversi di cui noi stessi facciamo parte, e che non è affatto popolo. Non vediamo tutto ciò che fa sì che la normalità sia sempre altrove, e "normale" (e Autentica espressione del popolo) sia sempre qualcun altro.

Il popolo non esiste, è solo una proiezione, e per di più la proiezione di un minimo comune denominatore che non può che raffigurare solo il peggio di tutti quanti. Un'immagine che può illustrare, a scelta, "l'enfer, c'est les autres", oppure La Verità, e in questo caso è un'immagine potente e maledetta: la Volontà generale sempre buona, la sovranità popolare che autorizza a qualunque cosa il rappresentante (l'attore che la mette in scena), senza residuo, perché il rappresentante "è" il popolo sovrano che rappresenta.

E' questo, il sottile disagio e il senso di inadeguatezza che si accompagna al disgusto e al senso di superiorità - se il popolo esiste, e se è quello che ci rappresentiamo, o che Berlusconi rappresenta e ci rappresenta, chiamarsi fuori ci sembra sia chiamarsi fuori dalla Storia, dalla Verità, dalla Volontà generale che è sempre una e sempre buona. E persino quando ci vergogniamo di essere rappresentati da Berlusconi, o quando diciamo "immigrati, non lasciateci soli con gli italiani!" caschiamo in questo gioco: crediamo alla rappresentazione, crediamo che il popolo italiano esista e sia uno.

Per questo è così importante ricordarsi degli altri cieli e dell'acqua.
Diceva ieri Gianfranco Bonola, leggendo Benjamin: è il caleidoscopio che bisogna rompere, il gioco di specchi che trasforma in ordine politico rappresentato, in unità apparente, la molteplicità dei frammenti colorati.

Ma io aggiungo: bisogna ricordarsi dell'acqua, inesauribile e tenace, e degli altri cieli, presenti qui ed ora.
Bisogna ricordarsi della molteplicità inesauribile che non è popolo, e della forza presente in ciascuno che afferma contro ogni sopraffazione: "se noi non siamo, io non sono".
Bisogna ricordarsi della società segreta senza classi, e renderla non più segreta, anzi altrettanto visibile e chiara. Ma, per far questo, bisogna innanzitutto imparare a vederla, a riconoscere che essa è altrettanto concreta, reale e presente del disgustoso spettacolo a cui siamo rassegnati.

Per questo, bisogna stabilire delle connessioni.

martedì 7 aprile 2009

leggenda sull'origine del libro Tao te ching

"Ma quell'uomo, in un suo lieto animo
chiese ancora: 'e che cosa ne ha cavato?'
E il ragazzo:
'che cede all'acqua docile
a lungo andare, la pietra tenace.
Quel ch'è duro la perde, capisci?"
(B. Brecht, leggenda sull'origine del libro Tao te ching)

"Le dimostrazioni di benevolenza del mondo avvengono nei momenti più duri dell'esistenza; alla nascita, al momento del primo passo dentro la vita, e al momento dell'ultimo, che porta fuori dalla vita.
Si tratta del programma minimo dell'umanità.
Si ritrova nella leggenda di Lao Tse, e qui si presenta nella forma di questa proposizione:
quel ch'è duro la perde, capisci?

Il poemetto è stato scritto in un'epoca in cui una simile asserzione colpisce l'orecchio come una promessa che non è da meno di ogni promessa messianica. Per il lettore odierno contiene però non solo una promessa, ma anche un insegnamento:
che cede all'acqua docile
a lungo andare, la pietra tenace.

Questi versi insegnano che è importante non perdere di vista l'elemento incostante e mutevole delle cose e stare dalla parte di ciò che è poco appariscente e prosaico, ma anche inesauribile, come l'acqua. Il dialettico materialista penserà in proposito alla questione degli oppressi (si tratta di una questione poco appariscente per coloro che dominano, di una questione prosaica per gli oppressi, e, per quel che concerne le sue conseguenze, della più inesauribile di tutte).
In terzo luogo, accanto alla promessa e accanto alla teoria c'è la morale che risulta dal poemetto: chi vuole che ciò ch'è duro soccomba non deve lasciarsi sfuggire nessuna occasione per essere gentile".
Walter Benjamin

sabato 4 aprile 2009

3 aprile

on n'oublie rien de rien
on n'oublie rien du tout
on n'oublie rien de rien
on s'habitue, c'est tout.
(Jacques Brel)

dieci anni fa, il 3 aprile, a Bologna morivano bruciati due bambini.
Non se ne ricorda nessuno,e poi è successo tante altre volte, da allora: gli zingari, si sa, sono nomadi, anzi non è politicamente corretto chiamarli zingari, ma nomadi sì. Quindi è normale che vivano in roulotte: loro, sono felici così, e noi rispettiamo la loro cultura che gli impone di passare tutta la vita in campeggio - purché facciano i bravi. E capita che in campeggio le roulotte vadano a fuoco: è successo tante volte, in questi dieci anni, che ho smesso di contare.
On s'habitue, ma almeno bisogna ricordarsi.

mercoledì 1 aprile 2009

La filosofia

La filosofia, quindi, non è assimilabile a una tecnica. Semmai la filosofia è un’arte: una pratica volta non alla ricerca dell’utilità, ma alla ricerca della bellezza, della ricchezza di senso. Se la filosofia è un’arte, si tratta però di un’arte il cui prodotto non è propriamente un’opera d’arte,una “cosa” del mondo. Perché la filosofia è un’arte performativa, che realizza performance. Quel che intendo dire è che i prodotti della filosofia non sono primariamente quelle opere d’arte che sono i testi filosofici. I testi filosofici non sono altro che discorsi filosofici in forma scritta e, come vi ho detto, la filosofia è fatta di discorsi (pubblici, razionali e liberi): proprio perché è fatta di discorsi, proprio perché è discorso, la filosofia non produce discorsi – o almeno non produce soltanto discorsi. La filosofia produce, semmai, innanzitutto soggetti. La filosofia “produce” (tra virgolette) innanzitutto quel soggetto che è il filosofo che la pronuncia: “produce” (sempre tra virgolette) una forma di vita umana, la vita filosofica, che trova nella libertà di discussione, e quindi nella libertà di pensiero, il proprio senso e la propria bellezza.

(Lorenzo Bernini, testo della lezione tenuta in Galleria Vittorio Emanuele a Milano il 31 ottobre 2008)