giovedì 14 maggio 2009

Natura

"E i sagaci animali lo notano che, di casa nel mondo interpretato
non diamo affidamento"

Chi ha mai osservato i sagaci animali con qualche attenzione può forse dubitare che anche il loro non sia un mondo interpretato. Ma ci piace immaginarli così, quando vogliamo figurarci una natura, un umano puro, contenuto. Quando vogliamo immaginarci una contenutezza e una purezza che non troviamo da nessuna parte.
E così, ci figuriamo che gli animali non si rappresentino, non cerchino riconoscimento. Mangiare, bere, conservare le forze è tutto quello che fanno, tutto quello che dovremmo fare anche noi. Il resto è superbia, tumore narcisistico, rappresentazione.
Guardiamo agli animali quando cerchiamo un non essere, qualcosa che manchi di quello che vogliamo raccontarci come un di più. Lo facevamo, lo facciamo ancora, pure con gli esseri umani, quando ci raccontiamo la favola dei selvaggi o dei semplici, non toccati dagli orpelli della civiltà, dagli idoli del teatro. Ah, questo popoloso deserto che è Parigi! Lo fece anche Rousseau con gli Italiani, selvaggi dalla lingua tanto musicale, così vicini alla purezza e all’autenticità dei sentimenti, così lontani dal formalismo teatrale della lingua francese e della civilisation …
Ma noi siamo di casa nel mondo interpretato esattamente come gli animali, e come loro ci rispecchiamo negli altri. Quel che diceva Danilo Dolci, “ciascuno cresce solo se sognato”, non è vero soltanto dei bambini.
Certo, si deve poter esser soli, è essenziale essere capaci di solitudine, e anche saper essere causa di se stessi, che le proprie azioni ed espressioni sorgano quanto più possibile dal fondo, qualunque cosa sia questo fondo.
Ma per crescere, per essere capaci di metamorfosi, per essere con più forza quello che sorge dal fondo abbiamo bisogno di essere sognati, di rispecchiarci. Abbiamo bisogno degli altri e delle corrispondenze, delle consonanze, degli accordi che si creano fra ciò che sorge da noi e da loro.
Se è così, la questione non è rinunciare a rappresentarsi, ma in quale misura la maschera, la persona, il volto raffigurano ciò che è più puro e necessario, una certa quale felicità e pienezza che ha bisogno di uscir fuori e di rispecchiarsi in altri per raggiungere un grado maggiore di essere, pienezza, felicità.

martedì 12 maggio 2009

Parole chiave: cittadinanza

Mi sono presa un'arrabbiatura, l'altro giorno, e ho scritto, senza mezzi termini, che lo slogan "sicurezza, un diritto di tutti i cittadini" mi faceva schifo. Pochi hanno capito cosa ci fosse da arrabbiarsi, un'amica mi ha scritto, più o meno: cittadino, citoyen, mi pare che sia una bella parola, cosa c'è che non va?

Sì, cittadino è un bellissimo nome: chiama la libertà, perché l'aria della città rende liberi, e per di più libertà "di", la libertà attiva del cittadino, chiama l'uguaglianza e la fratellanza, perché ricorda come si chiamavano l'un l'altro i citoyens della Rivoluzione francese. Chiama, soprattutto, i diritti di cittadinanza: quelli che in democrazia ha il cittadino che ha diritto di partecipare a stabilire le leggi a cui è sottoposto e l'uso delle risorse a cui contribuisce pagando le tasse secondo le sue possibilità. Chiama i diritti che non ha chiunque al mondo, ma solo chi è cittadino di quello stato, parte riconosciuta della comunità che è sottoposta a quelle leggi e paga quelle tasse (e specifico: riconosciuta: perché la cittadinanza si concede, e gli immigrati non ce l'hanno, anche se sono soggetti alle nostre leggi e pagano tasse e contributi per la nostra comunità).

Ma cosa succede quando la sicurezza, la libertà dalla paura, non è semplicemente un diritto di tutti ma si sente il bisogno di specificare: di tutti "i cittadini"?

Succede semplicemente che, visto che non qualunque persona è un cittadino di questo particolare Stato, la sicurezza, la libertà dalla paura, diventa un diritto che abbiamo noi cittadini e soltanto noi, proprio come il posto a sedere in autobus.
Succede, se non sono stata abbastanza chiara, che il diritto alla libertà dalla paura, a vivere e ad esistere, non è più di tutti. Succede che sono i cittadini ad avere questo diritto, dunque gli altri, quelli che non sono cittadini, non ce l'hanno.
E' una dichiarazione di guerra.

Questo un politico lo sa e lo deve sapere, e a maggior ragione lo sa e lo deve sapere un partito che si chiama democratico - e perfavore, nessuno si copra con la foglia di fico dei "nuovi cittadini": la cittadinanza è una cosa seria.

giovedì 7 maggio 2009

Parole chiave: Potere

L'istante del sopravvivere è l'istante della potenza. Il terrore suscitato dalla vista di un morto si risolve poi in soddisfazione, poiché chi guarda non è lui stesso il morto. Il morto giace, il sopravvissuto gli sta ritto innanzi, quasi si fosse combattuta una battaglia e il morto fosse stato ucciso dal sopravvissuto. Nell'atto di sopravvivere, l'uno è nemico dell'altro; e ogni dolore è poca cosa se lo si confronta con questo elementare trionfo. E' importante però che il sopravvissuto da solo stia di fronte a un morto o a più morti. Egli si vede solo, si sente solo; quando si parla della potenza che gli consente tale istante, non bisogna dimenticare che quella potenza procede dalla sua unicità e solo da essa.
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Questo fatto è così orribile e nudo che lo si vela con ogni mezzo. Che ci si vergogni di esso oppure no, è determinante per la valutazione dell'uomo. Ma ciò non muta nulla quanto al fatto in sé. La situazione del sopravvivere è la situazione centrale del potere. (...). E' come se le vittorie entrassero nel corpo del vincitore e vi rimanessero a sua disposizione. (...)
Il senso di felicità del sopravvivere concreto è infatti un piacere intensivo. Una volta subentrato e approvato, esso esigerà la sua ripetizione e crescerà rapidamente fino a divenire una passione insaziabile. Chi ne è invasato si approprierà delle forme di vita sociale intorno a lui, in modo che servano a soddisfare questa passione.
La passione è quella del potere.
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La paranoia è, nel significato letterale della parola, una malattia di potere. Un esame di tale malattia in tutte le varie direzioni permette di formulare conclusioni sulla natura del potere che in nessun altro modo si potrebbero ottenere con pari completezza e chiarezza. Non bisogna lasciarsi ingannare dal fatto che, in un caso come quello di Schreber, il malato non abbia mai raggiunto in realtà la posizione mostruosa per la quale si struggeva. Altri l'hanno raggiunta (...). In questa come in ogni altra situazione, il successo dipende esclusivamente dalle circostanze casuali. La loro ricostruzione, con l'illusione che vi si manifestino leggi determinate, si chiama storia.

(Elias Canetti, "Il sopravvissuto", da: "Massa e potere", Adelphi 1981, p. 273 ss."Potere e sopravvivenza", in "Potere e sopravvivenza", Adelphi 1974, pp.14 ss. e p.21; "Il caso Schreber, prima parte", da: "Massa e potere", Adelphi 1981, p. 544).