giovedì 16 luglio 2009

Sguardi

Maggio 1988, un pranzo domenicale sul terrazzo a casa di mia madre (autrice della foto), soltanto lei, Girolamo e io. Qualche momento di noia, in verità, mentre mia madre e il mio moroso si dimostravano reciprocamente il proprio esprit discutendo di Kant, Girard, Schmitt.

Ma no emportaba nada: ero immersa, e nel pieno possesso, di "ciò che solum è mio, e ch'io nacqui per lui" (è perfetto che la frase sia dell'acutissimo Machiavelli),
ed è per questo che questa foto mi descrive più di ogni altra.

Insieme a una di quando ero bambina: cercavo di fare l'enigmatico sorriso della Gioconda, e invece venne fuori il mio volto combattivo e intransigente, quello che interroga e non fa sconti a nessuno - lo sguardo della pantera.

Il volto che è soltanto nascosto dal gentile scetticismo di oggi, quello che fa sconti a tutti perché tanto non c'è nessuno che valga la pena.
Enrico Forni, che di quel ritrovato "ciò che solum è mio" era la guida e il catalizzatore, morì il 15 novembre di quello stesso anno, e io affrontai questo fatto nel modo che credevo fosse normale e decente: a testa bassa, fino alle estreme conseguenze, senza sconti. Scoprendo che non era tanto normale: sono tutto sommato normali la filosofia, o cose simili, non lo è affrontare le cose che devono essere affrontate con ogni mezzo necessario e fin dove ce la fai. O più probabilmente è normale, ma ciascuno a suo tempo e a suo modo, e in ogni caso da soli.

Per cui, sono passati più di vent'anni, non conosco nessuno che regga lo sguardo di quando ero bambina, e il mio sguardo di oggi è stanco come ha da essere lo sguardo della pantera. Ma mi piace ricordarmi così.

sabato 4 luglio 2009

Presenza

Tutto comincia con un sì e con un no: col dire sì, o no, a quello che incontriamo. E' essenziale, è animale: questa cosa che mi viene incontro, posso usarla, o è una minaccia, posso mangiarla, o può mangiarmi?
Gehlen diceva che tutto il lavoro del divenire umano è ritagliare nella messe infinita di sensazioni che assalgono il neonato dei contorni di senso - che gli permettono di vedere le cose grazie al fatto che limitano la vista, tagliano via le infinite sensazioni di cui è fatto il carezzare l'erba con la mano e la trasformano nel concetto "carezzare l'erba con la mano".
Anche giudicare fa parte di questo tagliar via. Fa sentire bene, fa sentire che c'è un ordine nel mondo - e tu sei l'ordinatore, tu lo sai e lo fai, l'ordine, il tagliar via, la separazione del bene e del male in nome di dio, sei Adamo che dà un nome alle cose. Fa sentire bene, e rassicura: la minaccia è sotto controllo, la conosci, e conosci il male. E il male è fuori, è il resto che può essere torturato.

E' la maledizione.
Che il sano sia non avere problemi è una fantasia cristiana. Sano è essere capace di mangiare quel che hai in bocca. Non: un buono e un cattivo, il buono che deve essere salvato, il cattivo che deve soffrire. In questo modo torturiamo tutto il resto perché non appartiene al dio buono. Creiamo un confine: dentro, il dio buono, fuori, tutto ciò che dev'essere torturato. Tutto quello che ti si avvicina viene giudicato. Tutte le tue decisioni sono prese su questa base, invece di entrare nel profondo rispetto di tutte le tue relazioni (Guru Dev Singh, Milano, 24 maggio 2009).

La presenza è il profondo rispetto di tutte le tue relazioni.
Non: Il Male, ma questo essere qui con cui sono in relazione ora, su cui le mie azioni hanno delle conseguenze, e le cui azioni hanno conseguenze per me.
Non: La Sofferenza del Mondo, ma questa sofferenza qui che le mie azioni possono alleviare, inasprire, o magari non possono proprio niente.

Il Male e il Bene non sono che un altro modo di essere altrove.

mercoledì 1 luglio 2009

Quel che Euridice capì

"Addio!" aveva dovuto gridargli dietro, "Addio!", sentendosi la verga d'oro di Ermete picchiare piano sopra la spalla. E così, risucchiata dal buio, lo aveva visto allontanarsi verso la fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo ... Ma non sì da non sorprenderlo, in quell'istante di strazio, nel gesto di correre con dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con entusiasmo professionale (...) La barca era tornata ad andare, già l'attracco s'intravedeva fra fiocchi laschi e sporchi di brina. Le anime stavano zitte, appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s'udiva altro rumore che il colpo uguale e solenne dei remi nell' acqua. Allora Euridice si sentì d'un tratto sciogliere quell'ingorgo nel petto, e trionfalmente, dolorosamente capì.(Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice, in L'uomo invaso, Bompiani 2007)

questo racconto, al tempo in cui la morte mi era venuta incontro e io l’affrontavo come compito con tutta la pervicacia, l’onestà e la durezza di cui sono capace, fu per me inaccettabile.
Meglio, certo, le parole di Rilke su Euridice (“ella era piena della grande morte/e così nuova da non più comprendere”). Così belle, da essere rassicuranti. Certo, i morti sono quell’essere in se stesso affaccendato, quella stessa cosa che nella bellezza ci chiama e insieme ci fa sentire e ci ricorda un’insormontabile lontananza … la cosa importante per Rilke (e anche per me).

Ma in quello che Euridice capì c’è altro – molto di più di quello che Bufalino inavvertitamente spiega e riduce a conclusione del racconto. C’è un rischio, un’accusa.
Un'accusa inaccettabile da ascoltare, e che quindi va ascoltata.

Cosa ce ne facciamo dei morti?
C’è il rischio di innamorarci del fatto che non accettiamo alcuna assenza. Mi ribello, dunque sono. Sono qualcosa, sono definito da tutto ciò che non sono disposto a tollerare. Sono un Giusto, perché mi ribello all’Inaccettabile. Dico no al male del Mondo. E quello che io sono, la mia ribellione, diventano così importanti che questa morta che mi cammina alle spalle, Euridice, posso dimenticarmela - anche solo per un momento: ma un momento è già sufficiente a perdere tutto.
(Bisogna sempre stare molto attenti a come le persone si giustificano - si rendono giuste: si capisce molto di loro, in questo modo. E quelle che si giustificano così restano per me le migliori. Ma resta sempre, tuttavia, qualcosa di disonesto in questo, come in qualsiasi altro "io sono").

C'è, ci deve essere, una profonda indignazione di fronte alla morte dell'altro. Bisogna ribellarsi alla morte, all'annichilimento, o anche all'avvilimento dell'esistenza altrui: del suo divenire, delle sue metamorfosi, di quello che può essere e delle sue relazioni. La frase che fa di Elias Canetti il "mio" autore parla di questo:
Il diritto allo splendore, alla miseria, alla ricchezza e alla disperazione di ogni esperienza me lo sono conquistato ribellandomi alla morte.
Ma Canetti diceva anche, ed è proprio la cosa che non ha mai smesso di ripetere con forza: non appropriarsi dei morti, mai, in nessun modo. L'istante del sopravvivere, l'istante del potere, è quello in cui ti appropri del morto.

Ecco l'accusa di Bufalino: ci si può appropriare del morto anche ribellandosi alla morte, anche trasformando la perdita concreta, qui ed ora, della sua voce, il suo sapore e il suo odore, nel Male del mondo contro cui Io mi ribello.