sabato 21 novembre 2009

Devozione

Nella strada dove abitavo, vent’anni fa, Nadia Burci aprì una piccola bottega di ceramica, dove allora non ebbi il coraggio di entrare. L’ho fatto l’anno scorso, con la scusa del regalo di nozze per certi miei amici, e ho trovato un luogo pieno di cose incantate e terrestri. Sono cose stranamente leggere che pure col loro essere di terra ti portano verso il basso, dove poggiano i piedi e le cose si toccano con le mani - e fra le mani ti si sfarinano, pensi: ho sempre paura di rompere qualcosa, quando entro in quella bottega (goffa come sono, col mio zaino e col mio corpo troppo più grande della testa). In realtà, sono cose meno fragili di quello che sembrano: l’autrice si diverte (spaventandomi un po’) a usare certe sue delicatissime tazze come strane campanelle – e poi io lo so, che mentre un libro vive solo se è ricopiato, ristampato, ripetuto, un pezzo di ceramica dura, anche per millenni. Ma la preoccupazione rimane, e fa parte dell’incanto di queste cose, della sensazione che danno di essere luminose e ruvide, impermanenti e solide, leggere e terrestri.

Una di queste, con un verso che per noi significa molto, ora appartiene a un'amica. Un'altra è una piccola ciotola, dono a me di un'amica cara, che forse mi legge, e che è per me una delle poche (poche? quando faccio la conta mi stupisco sempre di quante siano!) cose a cui sono attaccata. Il mio pezzo di terra, lo chiamo, quasi che fosse questo:
lo potessimo avere anche noi un umano, puro, contenuto
una striscia nostra ristretta di terra feconda
fra fiume e roccia
(Rilke, elegie).

E mi domando se oggetti come questi, come il dente strappato a una carcassa di cane che, racconta una leggenda tibetana, per la devozione di una vecchietta divenne davvero una reliquia del Buddha, o il topo bianco d'avorio di Dora Markus, o l'albero, là sul pendio, da rivedere ogni giorno - se oggetti come questi non divengano davvero qualcosa che ci salva, qualcosa che per la sua bellezza, o magari soltanto solo in grazia del particolare sentimento che proiettiamo in esso, diventa effettivamente un pezzo della via, qualcosa che porta alla superficie la forza che abbiamo dentro, e ci consente di vederla e di coltivarla.
"come quando guardi il cielo trafitto dalle stelle, e chiudi gli occhi e ti ritrovi quelle luci dentro, alla superficie di te"

1 commento:

  1. in questi giorni stavo rileggendo alcuni scritti del nostro Benjamin, proprio sul valore "aureale" delle cose, e sull'essere un sucedaneo dei ricordi, la porta della memoria, insomma il kitsch onirico, dai!
    beh, il passo da oggetto a reliquia è breve, no?
    ciao

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