venerdì 12 febbraio 2010

Gli amici del silenzio

Leggendo Il Dio di Gandhi ho capito finalmente il senso delle cose che Pier Cesare Bori cercava vent'anni fa insieme a un gruppo di cui facevo parte, e mi è venuta voglia di rivederlo.
Così gli ho telefonato - e sono immediatamente stata coinvolta nell'incontro del gruppo, che continua ancora oggi (le persone sono cambiate, Bori pure, il modo di incontrarsi anche ... ma è lo stesso gruppo, anche se non lo è).

Bori lo chiama gruppo di lettura, e in effetti vent'anni fa si trattava di leggere insieme i testi delle tradizioni religiose, con l'idea sottesa che tutti i "grandi" testi esprimano un'unica verità - dove per "grande testo" si intendeva testo importante per almeno una tradizione religiosa (o quasi-religiosa: il Simposio fu fra le nostre letture), e che questa verità consenta di costruire un percorso etico fra culture.
Io, che sono una rompiscatole contestatrice, contestavo questa idea, sostenendo che sono grandi testi anche quelli di Primo Levi o Albert Camus.
Ma capisco, oggi, che Bori aveva le sue ragioni: c'è, nei testi fondanti di una tradizione (e il Simposio è tra questi), o meglio si può cercare, una forma specifica di verità, che è quella che Bori cercava, e che è, credo, il Dio Verità di Gandhi. E' possibile che questi testi parlino tutti di una stessa cosa in forme diverse, e che questo contenuto sia quello che suscita devozione e ne fa dei libri sacri. Oppure è possibile che la devozione venga prima, imposta con la spada e con la conquista, e sia devozione al gruppo e al potere che con quella tradizione religiosa e quel testo si identificano, e solo dopo questa devozione venga riempita di contenuti veramente sacri, veri, divini, da tutti gli uomini che si trovano in quel mondo e interpretano la propria verità attraverso quel testo (e in questo caso le letture del testo, in sé insignificante, sarebbero più importanti del testo stesso).
Fatto sta che per me la tradizione non riesce a essere un criterio di verità, neanche se si tratta di mettere insieme diverse tradizioni, e un romanzo di Marion Zimmer Bradley, se dice una cosa che comprendo, per me ha un maggior contenuto di verità del Libro di Ester.


Oggi, si tratta di un gruppo di lettura in senso solo parziale: si leggono, e si commentano, testi di ogni genere, ma soprattutto si sta in silenzio.
Questa pratica del silenzio, Bori la cominciò credo proprio vent'anni fa. La prima volta che la mise in pratica me presente fu subito dopo la Tien An Men: tutti volevamo manifestare sdegno e solidarietà, lui radunò amici e sodali sotto le due torri, e li fece mettere in cerchio, tenersi per mano e stare in silenzio. A me venne una mezza crisi di nervi: ma come! dobbiamo fare qualcosa!

"Fare". Scrivere dei manifesti o partecipare a una manifestazione forse è "fare" più che starsene in cerchio in silenzio. O forse no.
Comunque, ora quando vado a questi incontri sono tutta contenta di starmene mezz'ora in silenzio, e mi sembra una cosa importante - una cosa che crea più solidarietà e mutua accettazione del leggere e discutere, e in cui mi sembra di trovare più verità che in qualsiasi testo.

E forse persino un "fare" più vero.

5 commenti:

  1. bella idea... ma non saprei, per me la il silenzio è un atto singolo, la meditazione in coppia o gruppo proprio non mi riesce!

    RispondiElimina
  2. Cara Ipazia,
    da cultrice di Spinoza, ne sai qualcosa?
    http://www.augustocavadi.eu/public/public/?p=1128

    RispondiElimina
  3. Caro Squiliber, non ho visto questo libro. Da quel che dice la recensione, sembra una lettura corretta, anche se non particolarmente nuova: la risposta di Spinoza dubbio cartesiano è che la nostra mente è *parte* della natura tanto quanto il nostro corpo è parte della natura in quanto estesa, e tutte le cose sono animate ma in gradi diversi (omnia, quamvis diversis gradibus, animata sunt - dice S., e sta citando Bruno), e i diversi gradi sono gradi di complessità ... insomma, come vedi, c'è di che!
    La frase citata nella recensione, però, mi pare un tantino retorica.
    Il libro che io consiglierei, ma è un po' impegnativo, è P.F. Moreau, Spinoza. Anche Deleuze dice delle cose belle, sebbene belle e infedeli (insomma, stimolanti, ma è largamente Deleuze, non Spinoza, e questo mi irrita come una inutile falsità).

    RispondiElimina
  4. Grazie, cara. Sai come succede: da quando ti ho conosciuta, Spinoza - del quale ho appena una minima cognizione liceale - salta fuori da tutte le parti, come se mi chiamasse ad un incontro. Curioso, vero?
    Mi piace ciò che dici di Deleuze. Lo trovo molto calzante, un vivido schizzo del personaggio!
    Porgi i miei più cordiali saluti a Simona, quando la senti...

    RispondiElimina
  5. Simona tibi salutem dicit.
    Sono contenta che Spinoza ti convochi - dovrei vincere la pigrizia e parlarne di più. Prova a prendere l'ethica e leggerla come un ipertesto, dalla fine, seguendo l'ordine delle dimostrazioni: vale la pena. Proprio a partire dall'ultima proposizione: la felicità non è il premio della virtù, ma la virtù stessa.

    RispondiElimina