lunedì 24 maggio 2010

Tenere il punto

C'è un principio, nel ki-aikido, che da solo vale tutta una disciplina: se, di fronte a una spinta o a una pressione esterna, tu cerchi di esercitare una pressione contraria e più forte, oppure se indietreggi e cerchi di sottrarti alla spinta, hai comunque perduto l'equilibrio; bisogna, invece, tenere fermo il punto (il ki). Nel ki-aikido, l'arte di far cadere l'aggressore attraverso la sua stessa forza non è che un corollario di questa capacità di essere irremovibili, e quindi flessibili, nel tenere il punto (che può essere il baricentro del corpo, poco sotto l'ombelico, ma anche un semplice atomo tenuto fermo fra il pollice e l'indice).
Questo è l'ideale a cui tendo.

Ed è anche la mia idea di lotta nonviolenta: c'è qualcosa, un punto, un atomo, che intendo tenere fermo, e attorno a cui sono irremovibile, è per questo che non ho bisogno né di aggredirti né di fuggire. E' il punto che fa la differenza fra violenza e lotta, e anche fra lottare e agitarsi scompostamente.
Ecco.
Noi non siamo un "noi" perché non sappiamo più qual'è il punto.
E quindi possiamo solo reagire, o sottrarci, sempre compiendo la seconda mossa, e sul campo scelto dall'avversario.
Per questo credo che l'essenziale, la cosa più urgente di tutte, sia stabilire qual'è il nostro punto: è attorno a questo che può esserci un "noi", non per una sommatoria di reazioni, disgustate, violente o agitate che siano.

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