venerdì 3 dicembre 2010

Dell'impossessarsi dei morti

Non stiamo parlando, qui, della vergogna  di sopravvivere, del  nostro sentirci in debito o in colpa verso i morti, o della paura che i morti prendano vendetta di questa colpa. Tutto questo è vero: c'è, una vergogna nel sopravvivere, e deve esserci: "il diritto allo splendore, alla ricchezza, alla miseria e alla disperazione di ogni esperienza me lo sono conquistato ribellandomi alla morte" è la frase che mi ha legata per sempre a Canetti.

Ma non di questo stiamo parlando.

Stiamo parlando dei morti che abbiamo amato e ostinatamente amiamo, la cui assenza ci è intollerabile, e per i quali ci teniamo stretto il dolore perché anch'esso è una forma di presenza, e ci sembra che lasciarlo andare sarebbe tradirli e accettare di perderli.

Per questi morti, non c'è nulla di quieto nel riconoscere che non c'è più qualcuno che possa o voglia corrispondere alle nostre domande. Al contrario, ciò che è in questione qui è se siamo capaci, noi vivi, di reggere una disperazione così grande. E' senza fondo il dolore di non sperare in una risposta.

E il rispetto non è quieto vivere, ma riconoscere che neanche l'amore più grande è una giustificazione o un titolo di possesso. E' facile, impossessarsi dei morti, fare i decennali di De André (che chissà quanto ne avrebbe riso), dichiararsi sodali, partecipi, vicini, e fare - letteralmente - dei morti quello che ci pare, anche con tutto l'amore possibile e in nome di questo amore.
E' facile, anche, impossessarsi dei morenti, rifiutar loro di morire perché li amiamo e sono nostri (perché la morte è anche questo, abbandono e tradimento dei vivi).

Più onorevole, credo, coltivare in noi stessi e negli altri ciò che del morto è ancora vivo, se siamo capaci di trovarlo e riconoscerlo. Accettare con gratitudine in noi le visite che il morto decide di farci nella memoria, nei sogni, nei pensieri, ma riconoscere la sua lontananza, la sua assenza, il fatto che non ci appartiene.

4 commenti:

  1. non ho mai potuto dimenticare il mio compagno che non c'è più.
    non riesco a non parlare a mia madre che
    non c'è più.
    non riesco a smettere di immaginare cosa sarebbe mia figlia oggi se mai fosse nata.
    non riesco a non piangere, alle volte, per un fratello che non c'è più.

    tutte queste cose, però, non riguardano LORO. ma solo me che come una funabola molto brava riesce e restare in equilibrio in qualche maniera in mezzo a tutti questi lutti.

    non penso mai come sarà la mia morte. io lo so come sarà. lo ho deciso molto tempo fa.

    ma penso continuamente a quei pochi a cui mancherò ogni giorno - faccio finta di morire ogni giorno, dicendo loro esattamente e tutto quanto io penso di loro, come si fa sul letto di morte...allenandoli sin da ora a lasciarmi andare senza oporre ne lacrime, ne motivi validi...

    ipazia, cara, credo che ora riesco a scrivere anche io di nuovo sul tema.

    grazie, mia dolce pensatrice.

    love, mod

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  2. Sì, riguardano loro, o noi quando sarà il nostro momento, e allo stesso tempo sono persone che amiamo e la loro morte ci riguarda. E di lacrime e motivi validi ne abbiamo moltissimi. Quelli, sì, sono nostri e abbiamo diritto di averli, anche se non ci danno il diritto a chiedere al morto, o al morente "rimani!". Davvero, ci vuole un'abilità da funambulo, e infatti io, che non l'ho, di fronte a chi muore me ne resto ammutolita.

    Quello che so, e che spero che chi mi ama capirà, è che la *mia* morte per me non è un grave problema. Che non devo essere risarcita di nulla, per essere morta, e non è obbligatorio ricordarmi o compensare in qualche modo un'immagine di me della fantasia.
    Anzi, mi piacerebbe che al mio funerale campeggiasse proprio questa scritta: "tranquilli, non è un grave problema"
    (anche "tranquilli, non è morto nessuno" non sarebbe male, ma pochi capirebbero).

    Sapere questo, forse, può aiutare ad affrontare l'altro problema, la solida mancanza di chi amavi, la lacerazione dell'universo, quello che avrebbe potuto essere e non sarà. Questo, e non altro, è ciò che io non posso accettare ma con cui posso solo cercare di convivere.

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  3. "il diritto allo splendore, alla ricchezza, alla miseria e alla disperazione di ogni esperienza me lo sono conquistato ribellandomi alla morte" è la frase che mi ha legata per sempre a Canetti.

    Fantastica frase. Tempo fa mi chiedevo quanto in quello che facciamo quotidianamente c'è di ricerca della felicità e quanto invece c'è di pura corsa alla vita, sopravvivenza, rigetto del soccombere. Come dire, la nostra ricerca della felicità non si manifesta proprio nell'istinto di sopravvivenza e nel rifiuto della morte? questo, giusto giusto per il mio quarto d'ora di bagianate ;-p

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  4. Angelo, leggi Canetti, assolutamente! Massa e potere è meglio, ma almeno Potere e sopravvivenza.

    C'è, la corsa alla sopravvivenza, il rigetto del soccombere, la paura, ed è esattamente quello che conduce alla morte: al non poter più divenire, e vivere è divenire, al controllo e all'autocontrollo che immobilizza per sempre in una definizione, una mummia di sé, una identità/identificazione definita e chiusa per sempre. Per sempre: è questa la cifra della morte. E ogni tentativo di essere per sempre si trasforma, inesorabilmente e necessariamente, in morte.
    Questo dice Canetti, e io con lui.

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