lunedì 3 maggio 2010

Agorà

Mi hanno detto che con il post precedente sembro voler difendere il cristianesimo - visto che dico che il cristianesimo è la prima vera rivoluzione. La mia invece era una critica alla rivoluzione, o meglio al modo in cui, pare inevitabilmente, la pensiamo. Ma visto che quel che pensavo lo dice, e meglio, Giona A. Nazzaro su Micromega, lo cito:
"Amenabar concentra invece la sua attenzione sul sorgere del cristianesimo focalizzando correttamente il suo sguardo sull’aspetto libertario ed egualitario del messaggio di Cristo. Infatti la società alessandrina, per quanto fosse avanzata ed esemplare, era divisa ferocemente in classi e la sua economia si reggeva sulla schiavitù. La forza politica e l’autorità morale dei protocristiani si afferma quindi attraverso il proclamare l’uguaglianza di tutti gli uomini. Inevitabile il diffondersi rapido di tesi che si rivolgono a strati amplissimi della popolazione alessandrina mettendo in discussione il primato di un numero ristretto di persone.

Coraggiosamente Amenabar in questo scontro di pensieri opposti riesce a evocare in controluce la polemica nietzschiana nei confronti del cristianesimo: gli schiavi non esistono più non perché abbiamo abbattuto la schiavitù ma perché tutti siamo diventati degli schiavi. Uguaglianza quindi non come ricerca della massima felicità possibile, ma come minimo comune denominatore verso il basso. La vita stessa viene ridotta a quella condizione di schiavitù che si affermava di voler abbattere. Per ricordare agli uomini che sono tutti uguali, si estende a tutti la medesima condizione di schiavitù e miracolosamente la schiavitù non esiste più. Un solo pensiero sostituisce tutti i possibili pensieri e Dio gli Dei. Di conseguenza il cristianesimo, collante dell’Europa secondo Novalis (e non solo), diventa il prototipo per eccellenza del pensiero unico. E il rogo della biblioteca di Alessandria anticipa drammaticamente i roghi dell’inquisizione e quelli nazisti atti a purificare la cultura degenerata.

La figura di Ipazia in questo scontro di culture emerge come una portatrice di complessità. Quella di Ipazia è già una condizione dell’esilio. Né dentro e né fuori il suo mondo che si lacera in presenza del sorgere di un altro ordine, Ipazia vive già la condizione moderna del nomadismo del pensiero. Avendo abbattuto le frontiere che porta dentro di sé assurge alla condizione di sradicata. Quindi lei è già altrove. Ipazia scruta il firmamento pensando ad altre modalità di esistenza e intanto nelle strade e nelle catacombe si progetta il rogo dei libri.

In questi momenti il film di Amenabar riesce davvero a comunicare uno struggimento sincero per tutte le possibilità non colte. La solitudine di Ipazia diventa la solitudine della ragione in un mondo dove circolano arroganti portatori di verità assolute, miracoli, rivelazioni e vendette divine. La parola di Dio cancella di fatto la possibilità della moltitudine delle possibili parole degli uomini. Il vero scandalo non è l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio quanto la presunta parola di Dio elevata a modello unico (immagine) di quelle che dovrebbe pensare e pronunciare l’uomo, precludendo così indagine, rischio, ricerca dal novero delle possibili attività umane. La disubbidienza diventa quindi l’imperativo morale di chi resta al di qua della parola di Dio. E pensare continua a essere pericoloso."

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