martedì 9 novembre 2010

Aspettando di passare dalla parte dei garantiti

<< Dov’è il general intellect, il lavoratore della conoscenza, quando si tratta di generare il conflitto che dovrebbe fornire la benzina alla trasformazione del nostro paese? >>
si domanda Carlo Antonicelli su Precariementi (http://precariementi.splinder.com/post/23570109/lavoratori-della-conoscenza-se-le-condizioni-oggettive-dello-sfruttamento-non-fanno-una-coscienza-di-classe)
<< A quale prezzo allora si può accettare che la vita ci venga rubata in modo così violento? Per il “curriculum” – dice Stefano –  aspettando di passare dalla parte dei garantiti, nell’attesa del “colpo di fortuna”, dell’incontro con la “persona giusta”, perché “bisogna fare esperienza”.  (...)
Oggi le condizioni di vita materialmente alienanti non generano rivolta, ma assuefazione, rassegnazione, fatalismo e attaccamento al proprio sintomo. Come dice Stefano: meno male che ci sono queste forme di contratto approssimative (stage, co.co.pro ecc) altrimenti non ci sarebbe lavoro per nessuno. (...) Mi pare che ci manchi un linguaggio per reagire a tutto questo, per essere la trasformazione oltre la petulante lagna della frustrazione; non abbiamo da dire niente di essenziale contro questa realtà. Navighiamo nell’incapacità di immaginare un futuro più umano, quindi non troviamo gli strumenti per agire contro il presente.>> 
"Aspettando di passare dalla parte dei garantiti." è la risposta.
Aspettando e sperando che a un certo punto, se avrai dimostrato sufficiente obbedienza, devozione, spirito di sacrificio, se avrai accumulato sufficienti pezzi di curriculum e dimostrato cosa sei capace di fare e disposto a fare,  verrai finalmente assunto nel cielo dei garantiti.
E questo investimento di anni che tu e i tuoi avete fatto per accumulare i punti che finalmente ti faranno diventare un garantito, questo investimento di obbedienza e spirito di sacrificio tu dovresti buttarlo via in un momento di rabbia? Ribellarti? Sì, lasciamolo fare  a qualcun altro, per favore.

E' la speranza, la trappola.

Come fanno ad aggregarsi e ribellarsi persone che in comune hanno solo il non essere "ancora" dall'altra parte, fra i garantiti? Quanto è facile comprarle o ricattarle con la semplice speranza che l'assunzione sia domani o dopodomani?
E no, qui non è colpa della giustizia né dello spettacolo, e neppure della politica o della sua assenza: la rappresentazione segue le cose, è conseguenza delle cose, e qui non c'è nulla da rappresentare.

Non è la televisione che ci ha lasciati senza un linguaggio, siamo noi che lo abbiamo perduto - che ce lo giochiamo nel momento stesso in cui usiamo questa paroletta, "precari", a indicare la classe che non ha "ancora" garanzie; e che in quanto tale si contrappone non ai padroni, ma a quelli che qualche diritto e qualche garanzia ce l'hanno, e non riescono più a difenderli  (quelli che fanno subire a Stefano il loro nonnismo).

Allora, o lottiamo per tutti i diritti per tutti, a prescindere dal posto di lavoro e dalla sicurezza di conservarlo, o siamo fottuti tutti.



"La necessità di liberarsi dalle illusioni che si hanno sulla propria condizione è la necessità di liberarsi di una condizione che ha bisogno di illusioni", diceva da qualche parte babbo Marx.

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