venerdì 11 marzo 2011

Lavoro pubblico e parassitismo

In margine a un articolo di Andrea Saba sul blog Etica ed Economia

Gentile Professore,
lei m'insegna che la distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo è faccenda complessa, che temo non possa essere ricondotta all'opposizione fra "operai dell’industria, della agricoltura, dei servizi produttivi" e "tutti coloro, e sono tantissimi che lavorano (si fa per dire, in molti casi) e percepiscono uno stipendio pagato dalla pubblica amministrazione nelle sue diverse strutture amministrative".

In Italia esiste, bensì, il problema di una pubblica amministrazione usata come mero strumento di distribuzione del reddito (e naturalmente anche acquisizione di consenso e scambio di favori), in assenza di una previdenza sociale universalistica, e questa è senz'altro una tara che pregiudica, sotto molti aspetti, il funzionamento della pubblica amministrazione stessa. Insomma, ci sono i costi delle inefficienze, e ci sono i costi delle politiche sociali che andrebbero realizzate come tali e non attraverso assunzioni nella PA, ma ci sono anche dei costi che sono puramente e semplicemente quelli necessari per il funzionamento di una pubblica amministrazione. Se è così, di fronte al suo articolo, la domanda da porsi è: una volta eliminati questi costi, riteniamo necessario e opportuno avere una pubblica amministrazione, e pagarne il prezzo?
Perché se crediamo che, puramente e semplicemente, un paese moderno non possa fare a meno di una pubblica amministrazione, e persino di una serie di servizi pubblicamente offerti e amministrati (e medici e insegnanti, che Lei rubrica fortunatamente fra i lavoratori produttivi, offrono anch'essi un servizio pubblico e sono retribuiti con risorse pubbliche) se crediamo questo, dico, dovremmo smetterla di usare l'equazione "pubblica amministrazione uguale parassitismo", da cui non possiamo cavare alcuna indicazione utile, e cominciare invece a domandarci in che modo ottenere il massimo risultato dalla spesa che sosteniamo pubblicamente.

Gli sforzi in questa direzione ci sono, e sono molti, e in molti casi eccellenti - il nostro SSN ha, in termini di efficienza, il secondo miglior risultato fra paesi OCSE, e uno dei sistemi di programmazione e gestione meglio sviluppati al mondo.
Questi sforzi si scontrano, naturalmente, con il problema della funzione sociale della spesa pubblica, ma sono gravemente ostacolati proprio dall'assunto che i dipendenti pubblici siano parassiti, troppi in ogni caso: per esempio, il blocco del turn over così spesso previsto nelle finanziarie dell'ultimo decennio ha significato penalizzare le amministrazioni efficienti, che non avevano un eccesso di personale rispetto alle loro effettive necessità. Oppure, in concreto, può succedere che un ospedale acquisti un apparecchio radiografico di ultima generazione, e non possa farlo funzionare a tempo pieno perché ha il divieto di assumere i radiologi che dovrebbero utilizzarlo.

Infine, questo assunto è dannoso in modo più profondo, e apparentemente difficile da intendere per molti riformatori della PA. Il modello Agusta, che lei giustamente cita, ha bisogno di due fattori essenziali e correlati: responsabilità, da parte dei lavoratori, e riconoscimento da parte dell'organizzazione. L'una non si può dare senza l'altra, e questo fa parte dell'abc del management, da Mintzberg in poi: io mi sento responsabile del mio lavoro, e lo firmo, e sono leale e collaboro con l'organizzazione, perché l'organizzazione mi riconosce degno di questa responsabilità e riconosce il valore del mio contributo. E' un rapporto di fiducia. Se l'organizzazione mi dà del parassita, non attribuisce valore al lavoro che faccio, concentra i suoi sforzi non sulla collaborazione ma sulla sanzione e il controllo, questa fiducia, e con essa responsabilità, qualità ed efficienza del lavoro, smettono di essere possibili.

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