lunedì 18 aprile 2011

Lutto nazionale


Questa settimana è così: funerea. Non conoscevo Vittorio Arrigoni, e non ho un centesimo del suo coraggio ma bisogna, bisogna, bisogna ricordarlo. Bisogna proclamare il lutto nazionale, che invece si riserva a chi va ad ammazzare in nome nostro.
Ma così è: il lutto, qui, lo proclamo io.

E riporto quello che scrive, meglio di quel che potrei fare io, Daniele Barbieri (http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/04/15/continuare-con-vittorio/)

Tenterò di parlare di Vittorio Arrigoni. Di amici e di pacifisti coglioni. Di Enzo, di Guido, di Sergio e Fabio. Di Rachel Corrie. E di censure. Soprattutto di cosa dovremmo cercare di fare oggi e domani: non per lui ma per noi che restiamo. Oltre il dolore… dobbiamo continuare.


Mi telefonano: “Lo conoscevi bene Vittorio Arrigoni ero? Ma eravate anche amici?”.

Se amicizia è ridere e soffrire insieme, avere esperienze comuni, abbracciarsi forte quando ci si incontra… sì Vittorio era un amico. Ma se oltre a questo c’è anche la voglia di cambiare il mondo, mettere in gioco se stessi per un ideale, avere la presunzione di dare un senso al vivere – perchè con altre/i si è protagonisti di un “pezzettino” della storia umana – allora la parola amico non basta; in altri tempi si diceva fratello, sorella oppure compagna, compagno… ci si intendeva subito. Oggi che le parole sono vuote è più difficile definirsi. Si può raccontare. Cercare di ridare il senso alle parole riempiendole di fatti invece che di fumo o di retorica.

Guardando ieri sera il video crudele che ostentava il viso ferito di Vittorio, io ho pensato subito a Enzo Baldoni che in Irak nelle mani dei sequestratori sorrideva, sembrava prendere in giro ancora una volte la morte in agguato. “Un coglione” come scrissero i giornalisti di destra. E coglioni ma soprattutto vigliacchi sono sempre i pacifisti perchè – così il ritornello, particolarmente ripetuto sul “Corriere della sera” a ogni s/proposito – non sono in prima linea. E se invece vanno al fronte disarmati e muoiono… di loro neppure si parla: la memoria pubblica cancellerà presto Vittorio, come Enzo Baldoni o come Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni che furono uccisi il 29 maggio ’93 in un’azione di pace in Bosnia con i giornalisti attenti per anni a non far capire quante armi l’Italia vendesse. E bisogna dimenticare in fretta o calunniare Rachel Corrie.

Rachel era millitante dell’ISM, come Vittorio e non aveva neppure 24 anni quando fu uccisa da un bulldozer israeliano il 16 marzo 2003 mentre cercava di opporsi all’abbattimento abusivo di una casa palestinese. Poco fa ho letto un messaggio di Cindy Corrie, la madre di Rachel, a Luisa Morgantini. Lo incollo qui, senza tradurlo (non so l’inglese).
Luisa,
My heart is breaking. I met Vik in Gaza in 2009 and have had short correspondence with him. I wrote to him last night, actually, before I knew he had been killed. I had to hope that he would survive to see that we were thinking of him and willing him to safety. From all I know, he was brave,
devoted, warm, gentle and wonderful. I am so sad and so sorry.
I’m thinking of you this morning, of all of our Italian friends, and of all connected to ISM as I try to absorb this cruelty.
At the moment, reaching out to friends seems the only thing to do. We are in Haifa for the trial in Rachel’s case and headed today to Bethlehem. If there is any way for us to be of help, please let me know.
My love to you and to all who mourn,
Cindy

Dei “morti” per costruire la pace con giustizia non bisogna parlare. E ancor meno bisogna parlare di quelle/i che sono vive/i, donne e uomini che rischiano la vita in molte parti del mondo. Per i media sono “bravi ragazzi” e “operatori di pace” o persino “volontari” (anche se prendono davvero molto soldi) i soldati italiani in missioni dette umanitarie e che quasi mai lo sono; ma i media presunti grandi non hanno spazio per Beati i costruttori di pace, per le Pbi o per Operazione Colomba. E quelli di Freedom Flottilla poi… calunniati anche da morti. C’era una giornalista italiana, Angela Lano, sulla nave sequestrata dagli israeliani e ha pubblicato un libro (“Verso Gaza”) per raccontare altri fatti, mostrare altre evidenze, cercare un’altra verità. Silenzio e censura per lei come per “Restiamo umani”, il libro che raccoglie le testimonianze di Vittorio. Ma zitti pure sui premi Nobel per la pace se ogni tanto si permettono di recitare un copione non previsto dai media o fuori “format” (ci sono opinioni e persino fatti che si possono scrivere solo da pag 19 in poi e/o trasmettere solo dopo le 23). Oggi ascoltavo in radio i giornalisti che dovendo “classificare” Vittorio ripetavano che era un volontario o cooperante: evidentemente nonviolento o pacifista devono essere parolacce.

Chi ha conosciuto Vittorio ricorda il suo corpo muscoloso ma anche gli anelli, i tatuaggi. Ero con lui (e con altre 50 persone, più donne che uomini ma comunque tutti “coglioni”) a Padova nel 2006 durante una lunga formazione nonviolenta per andare nel Congo che cercava di uscire da una guerra…. costata 4 milioni di morti ma che i “grandi media” non volevano raccontare. Noi andavamo disarmate/i proprio nelle zone più pericolose perchè (come già nel 2001) lì eravamo stati chiamati dalla “società civile” congolese: sensato o folle, chissà. Comunque andammo. In una discussione, una nostra formatrice (forse era Anna) disse ridendo a Vittorio una frase tipo: “c’è un problema che ti riguarda, lo sai?”. Nei miei ricordi la faccia di Vittorio era serissima nel risponderle. “Sto lavorando su me stesso per essere più calmo, meno casinaro”. Ma ridendo di gusto Anna (o chi era) gli disse: “Lo vedo ma non è quello… Sei coperto di tatuaggi e di piercing. Andrai in una zona sperduta dove hanno visto pochi bianchi e dove forse i tatuaggi non hanno lo stesso significato di qui. Che si fa?”. Neanche un’esitazione: “Tolgo i piercing e copro i tatuaggi”. E Vittorio restò con le maniche lunghe, anche nei momenti più caldi. Perchè dietro l’aria scanzonata e il coraggio sapeva essere umile quando serviva.

Sentivo in radio oggi qualche imbecille dire che Vittorio a Gaza faceva il giornalista. No, era un volontario del’Ism (Movimento di solidarietà internazionale) che durante i bombardamenti prestava soccorso su un’ambulanza e poi – finita l’emergenza – scriveva le corrispondenze per “il manifesto”. E sempre in nome dell’imbecillità, della menzogna o della retorica qualcuno in radio ha osato dire che il suo lavoro, in prima linea, era “prezioso per gli altri giornalisti”. E invece, nell’informazione di regime (e comunque filo-israeliana oltre ogni decenza) non lo si poteva nominare Vittorio, era un testimone scomodo.

Questa mattina Donata, anche lei in Congo con Vittorio, ha scritto: “lo hanno ucciso. Diranno di tutto: che se l’è cercata, che è colpa di Israele, dei palestinesi o che dei musulmani non ci si può fidare… Vittorio non lo avrebbe voluto. Vittorio vuole, al presente, che restiamo umani nonostante tutto, che non diamo spazio alla vendetta ma – ed è un ma pesante, che ci diamo da fare concretamente per la giustizia (…) In questi giorni in cui la giustizia è calpestata continuamente, in cui sono troppo pochi quelli che hanno il coraggio della denuncia, mi mancherà Vittorio. Mi chiamava sorellina l’indomito Vittorio”.

Cosa avrebbe voluto, cosa vuole da noi, il nostro fratellinoVittorio? Non sono certo di saperlo. Ma credo che, oltre il dolore, ci chiederebbe di continuare e di riflettere – ognuna/o a suo modo perchè siamo persone diverse – cosa si può fare. Non solo per Gaza assediata e disperata o per la Palestina dimenticata dal mondo. Ma per capire come disinnescare le mille micce accese nei molti conflitti del cosiddetto Medio oriente. Mentre la guerra torna a essere l’unica “opzione” ovunque. Riprendo alcuni ragionamenti che avevo scritto (“Io che abito in Uccidente”) su codesto blog qualche giorno fa.

Non abbiamo neppure il coraggio di contare le guerre che si susseguono. Molte/i non le chiamano neppure guerre e così credono di avere risolto il problema. (…) Io ho la libertà, in Italia, di stare con Bersani, con Berlusconi, con Fini o con Casini. O con due-tre di questi per volta. O di scegliere quest’anno uno di loro e poi, fra 11 mesi, di votarne un altro. Mi è però vietato di dire (o forse pensare) che l’Italia potrebbe risanare il territorio oppure costruire scuole, ospedali, case popolari con i soldi che spende in armi; i 4 detti prima sono concordi nel non farmelo dire. Ancora più vietato è mettersi in marcia verso la verità che Gunther Anders espresse così: “L’industria non produce armi per le guerre ma guerre per le armi”. In queste riflessioni citerò un solo libro e mi piacerebbe che chi sta leggendo lo recuperasse: si intitola “Dizionario critico delle nuove guerre” e Marco Deriu lo ha scritto (per la Emi). In un paio di presentazioni ricordo di avere incontrato pacifisti arrabbiati con Deriu perchè il suo discorso di fondo – la guerra è un “fatto sociale totale” e noi siamo immersi nel suo immaginario come nelle sue regole – faceva risultare vano il loro quotidiano impegno.

Pochi giorni fa, sempre in blog, ho segnalato (“Armi, chi paga?”) che il 12 aprile è LA GIORNATA MONDIALE DI AZIONE CONTRO LA SPESA MILITARE.

Se la parola “azione” ha un senso…io chiedo a voi (e a me stesso): che cosa posso-possiamo fare il 12 o il 13 aprile? o cosa abbiamo fatto ieri? ci stiamo preparando per una azione? Può bastare (per chi lo ha già fatto) spostare i risparmi – pochi o molti – da una banca armata a un’altra che non sostiene export militare e/o dittature?

Ho scritto che nel mio personale bilancio ho pochissimo da inserire. In pratica solo un po’ di lavoro informativo e avere (da anni) i miei – pochi ahimè – soldi in Banca Etica e su Mag-6 invece che nelle banche (normalmente) armate. Purtroppo non posso aggiungere, come in passato, che “non dò il voto a partiti che sostengono operazioni militari travestite da missioni umanitarie” perchè in una delle ultime votazioni mi affidai a Rifondazione e, come sapete, è grazie alla maggioranza di quel partito – e ad altri “pacifi-N-ti” – se in Afghanistan i soldati italiani uccidono (e a volte sono uccisi).

Ritorno, dopo l’assassinio di Vittorio, con le stesse domande, rivolte a me e ad altre/i disposti ad ascoltarle e che le possono capire (dubito che per esempio il gruppo dirigente del Pd capisca di cosa sto parlando ammesso che abbia il tempo per occuparsi di “coglioni” come noi).

Se ci chiederanno “un minuto di silenzio” invece parleremo? Diremo in primo luogo che bisogna sostenere subito la Freddom Flottilla 2? E ci organizzeremo per farlo?

Diremo i nomi delle banche armate in Italia? E dei media, delle fondazioni, dei leader politici collegati a quelle banche e dunque a quelle armi? Diremo dove e chi in Italia costruisce strumenti di morte? E insieme ragioneremo su come sabotare armi, banche e politici annessi?

Restiamo umani, come ha sempre chiesto Vittorio. Ma per farlo davvero dobbiamo chiederci: cosa sto facendo e cos’altro posso fare?

Ciao Vittorio e grazie. Cercheremo di restare umani

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