martedì 8 marzo 2011

the freedom to choose not to work

Potremmo metterla così: ci sono dei beni, e c'è qualcosa che dà al singolo il diritto di goderne. O meglio: qualcosa in nome di cui il singolo reclama per sé il diritto di goderne.

Questo è il nucleo primordiale del problema: il nucleo che sta prima del lavoro, e anche prima della discussione su cosa sia bene, e di cosa sia "un" bene.

Questo qualcosa può essere il possesso di titoli di rendita (una casa da affittare, delle azioni di borsa ...) o il possesso di qualcosa da dare in cambio, vendere, per esempio: il tuo lavoro (e con esso le tue capacità, le tue conoscenze ..., se ci sono), o il tuo corpo, o la tua lealtà e sudditanza.

In Italia si è spezzata la promessa che sia il lavoro la cosa che, venduta, ti garantisce le risorse per vivere.

Bisogna quindi vendere qualcos'altro.

Cosa dia diritto ad accedere a queste risorse, infatti, non è chiaro, ma la via più appariscente per accedervi è quella che passa per la mafia o per il mondo dello spettacolo. Non stupisce che ragazzi e ragazze, che colgono il nuovo prima e meglio di noi, concentrino le loro aspirazioni e speranze su uno dei due o tutti e due.

Il lavoro non è più necessario (non così tanto, non nella forma in cui lo conosciamo) e così per poter lavorare siamo costretti a produrre cose inutili, come le armi o le automobili, e poi non sapere come sbarazzarcene.

Ma se il lavoro non è più necessario, se non in misura minima in rapporto alla quantità di beni e servizi che si producono, l'offerta di lavoro è mantenuta artificialmente alta rispetto alla domanda ridotta. E' mantenuta artificialmente alta con la finzione che il lavoro sia necessario per procurarsi un reddito, cioè una quota dei beni e servizi che si producono: ma è una finzione a cui non crede più nessuno, proprio perché l'esperienza ci ha insegnato che di tutti i titoli che danno diritto a ottenere una quota di risorse il lavoro è il peggiore: il meno remunerativo, il più costoso per la vita individuale. Molto meglio la rendita, la parentela, la fedeltà politica, la mafia, la vendita del proprio corpo, o qualsiasi altro strumento fantasioso.

Il lavoro, allora, o meglio la finzione che il lavoro sia necessario, diventa esclusivamente uno strumento di disciplina sociale: l'assegnazione di un "posto" alle cui regole l'assegnato deve attenersi, pena, appunto, l'esclusione: lavorativa e sociale.

1 commento:

  1. paradossalmente, potrebbe essere il momento di statalizzare, nel senso che, se l'industria odierna non ha più bisogno dei lavoratori x produrre i suoi beni, o almeno non di tutti, dovrebbe essere lo stato a produrre/acquistare dei beni di prima necessità e fornirli a tutti.
    sicuro è che la teoria neoclassica, non risolvendo il problema del lavoro ma anzi producendo disoccupazione, così com'è non è una dottrina socialmente accettabile, perché non dare opportunità alla gente equivale a rubargli la vita.
    Tutto questo tralasciando il problema etico che ponevi.
    saluti
    Angelo

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