giovedì 21 gennaio 2010

La carezza che non c'è

Non voglio rischiare di non ritrovarlo, questo post di Ludò. Me lo copio qui, per metterlo al sicuro (?), ma raccomando caldamente di guardare il suo - per me amatissimo -Taccuino farsi
La carezza che non c’è

Entrò, dunque, la principessa Lazvard* nella stanza del re, così dicendo: “Ti porto il saluto del giorno nascente, mio sultano, signore degli astri di luce che luccicano nei miei occhi felici; signore dei tulipani selvaggi che mi agiti nel cuore e delle mie ciglia tremanti.
Chiudi gli occhi, mio sultano, e lascia che intarsi di azzurri sospiri disegnino il tuo corpo di re sul tuo corpo di re;che la mia carezza di zenzero e di melograno ti sfiori, mio signore, e che tintinnino i miei braccialetti d’argento e brilli per te il bagliore delle mie cavigliere .
Lascia che la mia carezza insolente e ladra ti rubi al tempo, al regno, agli eserciti già schierati nelle pianure e ai cavalli frementi; che ti scippi al nero bagliore dei templi -e ti tenga per sé ” .

Entrò, dunque, la principessa Lazvard nella stanza del re, così dicendo: “Ti porto il saluto della sera che scende, mio sultano, signore dei mie pensieri, di ogni sussurro della mia voce flumina, dei pascoli di erba azzurra da sempre custoditi in me. Lascia che la mia carezza ti percorra come la corsa di una lepre timida, e che si faccia valle, e conca, e culla la mia mano; che possa placare la rabbia del sultano, e consolare la sua tristezza ” .

Sfogliando il nostro vocabolarietto Farsi alla ricerca delle parole più importanti per la sopravvivenza - quelle che sempre si imparano per prime nella studio di una nuova lingua - io volevo cercare “carezza”. Ma questo popolo dalla leggendaria sensualità, distilla emozioni e sentimenti con sapiente raffinatezza e quasi sempre, per una parola che cerco, il vocabolarietto verde mi risponde con due o con tre. Mi sono così imbattuta in due carezze dal diverso nome: per una , نوازش (navazesh), trovo scritto semplicemente “carezza”; per l’altra, ناز (naz), trovo: carezza, civetteria.
Da queste carezze diverse, nascono poi due diversi modi di accarezzare: navazesh kardan, e naz kardan:secondo la mia fantasiosa inerpretazione, la carezza tenera e quella maliziosa; quella che accoglie e quella che gioca: l’una del puttino con le ali di angelo, l’altra dell’ ineffabile mascalzone lanciatore di dardi.

Ma cosa sentiva il sovrano sulla sua guancia, quando, dopo la carezza, si consegnava alla vita di palazzo, e, tra la selva delle colonne d’ alabastro, camminava accerchiato di ministri e visir, nella folla dei contabili e funzionari e portantini e domestici e cortigiane, senza riuscire ad ascoltarli? Cosa sentiva tremare ancora sulla pelle quando, nelle notti trapunte di lapislazzuli, contemplava da solo la perfezione dei giardini? Cosa c’è , dunque, sulla guancia quando non c’è più la mano, che distoglie il sovrano dalle relazioni dei visir, dalle suppliche dei mendicanti, dal salmodiare dei sacerdoti, dal fruscio delle fontane?

La vera carezza io credo sia questa:quest’eco che resta, questo contatto che si avverte ancora quando non c’è più nulla,a cui nemmeno la leggendaria delicatezza dei persiani ha dato un nome.
E, se passa di qui un poeta, e legge questa storia, ascolti la mia preghiera di inventarlo per me.

* Lazvard:che ha il colore del cielo sereno

Ludò

2 commenti:

  1. Vallo a dire a Ludò, che non si riconosce per quella grande poetessa che è!
    http://farsi.blogsome.com/2006/10/07/la-carezza-che-non-ce/#more-23

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