mercoledì 1 luglio 2009

Quel che Euridice capì

"Addio!" aveva dovuto gridargli dietro, "Addio!", sentendosi la verga d'oro di Ermete picchiare piano sopra la spalla. E così, risucchiata dal buio, lo aveva visto allontanarsi verso la fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo ... Ma non sì da non sorprenderlo, in quell'istante di strazio, nel gesto di correre con dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con entusiasmo professionale (...) La barca era tornata ad andare, già l'attracco s'intravedeva fra fiocchi laschi e sporchi di brina. Le anime stavano zitte, appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s'udiva altro rumore che il colpo uguale e solenne dei remi nell' acqua. Allora Euridice si sentì d'un tratto sciogliere quell'ingorgo nel petto, e trionfalmente, dolorosamente capì.(Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice, in L'uomo invaso, Bompiani 2007)

questo racconto, al tempo in cui la morte mi era venuta incontro e io l’affrontavo come compito con tutta la pervicacia, l’onestà e la durezza di cui sono capace, fu per me inaccettabile.
Meglio, certo, le parole di Rilke su Euridice (“ella era piena della grande morte/e così nuova da non più comprendere”). Così belle, da essere rassicuranti. Certo, i morti sono quell’essere in se stesso affaccendato, quella stessa cosa che nella bellezza ci chiama e insieme ci fa sentire e ci ricorda un’insormontabile lontananza … la cosa importante per Rilke (e anche per me).

Ma in quello che Euridice capì c’è altro – molto di più di quello che Bufalino inavvertitamente spiega e riduce a conclusione del racconto. C’è un rischio, un’accusa.
Un'accusa inaccettabile da ascoltare, e che quindi va ascoltata.

Cosa ce ne facciamo dei morti?
C’è il rischio di innamorarci del fatto che non accettiamo alcuna assenza. Mi ribello, dunque sono. Sono qualcosa, sono definito da tutto ciò che non sono disposto a tollerare. Sono un Giusto, perché mi ribello all’Inaccettabile. Dico no al male del Mondo. E quello che io sono, la mia ribellione, diventano così importanti che questa morta che mi cammina alle spalle, Euridice, posso dimenticarmela - anche solo per un momento: ma un momento è già sufficiente a perdere tutto.
(Bisogna sempre stare molto attenti a come le persone si giustificano - si rendono giuste: si capisce molto di loro, in questo modo. E quelle che si giustificano così restano per me le migliori. Ma resta sempre, tuttavia, qualcosa di disonesto in questo, come in qualsiasi altro "io sono").

C'è, ci deve essere, una profonda indignazione di fronte alla morte dell'altro. Bisogna ribellarsi alla morte, all'annichilimento, o anche all'avvilimento dell'esistenza altrui: del suo divenire, delle sue metamorfosi, di quello che può essere e delle sue relazioni. La frase che fa di Elias Canetti il "mio" autore parla di questo:
Il diritto allo splendore, alla miseria, alla ricchezza e alla disperazione di ogni esperienza me lo sono conquistato ribellandomi alla morte.
Ma Canetti diceva anche, ed è proprio la cosa che non ha mai smesso di ripetere con forza: non appropriarsi dei morti, mai, in nessun modo. L'istante del sopravvivere, l'istante del potere, è quello in cui ti appropri del morto.

Ecco l'accusa di Bufalino: ci si può appropriare del morto anche ribellandosi alla morte, anche trasformando la perdita concreta, qui ed ora, della sua voce, il suo sapore e il suo odore, nel Male del mondo contro cui Io mi ribello.

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