mercoledì 4 febbraio 2009

Sul concetto di storia (in onore di Walter Benjamin)

Contro l'idea che la storia non si faccia con i se sta l'idea che non c'è un unico destino, che la storia che ci si presenta come destino e l'ordine che ci si presenta come inevitabile e migliore di tutti quelli che lo hanno preceduto non sono né l'unica storia possibile né il migliore e l'inevitabile fra gli ordini.

Al contrario, quest'ordine ne ha sostituito un altro, che era anch'esso l'ordine del vincitore e quindi, in ciò che è essenziale, non diverso dal più recente. Entrambi questi ordini, e quelli che li hanno preceduti, si sono stabiliti e si reggono sull'esclusione di tutte le altre possibilità – le possibilità che avrebbero potuto esprimere i vinti, ma soprattutto quelli che erano fuori dalla partita per il potere, gli oppressi. Quello che bisogna distruggere è il caleidoscopio che produce tutte queste illusioni di ordine, inevitabili e intercambiabili.

L'illusione per eccellenza, allora, è la storia come un continuum riempito di nessi causali, che si presenta come un tutto omogeneo e determinato dalla successione razionale da un fatto all'altro, tale che il presente sia la conseguenza necessaria, inevitabile e giusta di questa successione.

Questa idea di successione inevitabile e giusta si sposa con l'illusione del progresso: ciò che è necessario è razionale quindi giusto, l'ultima configurazione del caleidoscopio è sempre la migliore.

Contro queste idee di destino, di ordine, di progresso, sta l'idea di felicità, che è l'idea di ciò che avrebbe potuto essere, “Una felicità che potrebbe risvegliare in noi l'invidia si dà solo nell'aria che abbiamo respirato, con uomini, a cui avremmo potuto parlare, con donne, che avrebbero potuto farci dono di sé”.

Per questo, tutto ciò che avrebbe potuto essere è compito, e nell'idea di felicità vibra indissolubilmente quella di redenzione, dell'angelo della storia che può finalmente fermarsi a ricomporre l'infranto.

Questo è ciò a cui Benjamin contrappone il giorno del giudizio messianico, la citabilità all'ordine del giorno, che riassume in sé il tutto non come continuum ma come istante, e che giudica da quell'istante ogni passato denunciando che non era l'unico possibile e quindi può e deve essere giudicato.

Da ogni istante si può vedere una diversa possibilità del passato: è questa la debole forza messianica di ogni presente, poter rivendicare le diverse possibilità di ciascun passato, mostrare che non c'era un'unica possibilità, e non è stato né razionale né giusto che ci sia stato un vincitore, e proprio quello, e che l'essere vincitori non rende giusti.

Ogni presente ha il compito di mostrare le possibilità del passato che sono divenute nuovamente realizzabili. Per questo l'immediata intensità messianica del singolo uomo “passa attraverso l'infelicità” (FTP). La solidarietà con i morti che chiama in causa la classe vendicatrice è quella che impone di portare a compimento l'incompiuto e il disperso che è nelle loro vite.

(Pericolo: possibilità di cadere in mano ai vincitori, ma anche apertura della possibilità che non ci siano più dei vincitori.)

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