domenica 14 giugno 2009

Solitudine

Sorprendente, Rilke. "Essere capaci di solitudine", scrivevo più o meno un mese fa qui. Ma che la solitudine potesse essere qualcosa da ampliare "su vasto paese", e che questo fosse compito, non l'avevo proprio pensato né immaginato.
Compito. Mi piace quel che ne dice Rilke. Mi dà una ragione - un riconoscimento, diciamolo! - di come nella mia vita ho affrontato a testa bassa le cose, non riconoscendo come compagno nessuno che non volesse affrontarle come me, con altrettanta pertinacia.
Ma la solitudine non era compito: era conseguenza, faticosa e dolorosa, da accettare, perché non era possibile un programma minore. Qui è qualcosa di diverso: non esattamente compito, forse, ma difficile a cui tenersi, condizione da coltivare, dalla quale non si deve uscire, ma invece fare che la voglia di uscirne serva a renderla più ampia. Forse sorgente ('come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata (come una fontana)').
Non me lo aspettavo, e ci devo pensare.
Intanto, cos'è che Rilke chiama solitudine (Einsamkeit)? ricorda il "diventa ciò che sei", o l'essere "causa adeguata". "Tenta di essere se stessa" lo dicevamo a 15 anni, ed è banale e non lo è - no, Rilke rimanda a qualcos'altro, qui, che ha lo stesso nome e ci somiglia.

"E non dovete lasciarvi sviare nella vostra solitudine perché qualcosa dentro di voi desidera uscirne. Appunto questo desiderio, se l'userete in modo calmo e ponderato e come uno strumento, vi aiuterà ad ampliare la vostra solitudine su vasto paese. La gente (con l'aiuto di convenzioni) ha dissoluto tutto in facilità e della facilità nella più facile china; ma è chiaro che noi ci dobbiamo tenere al difficile; ogni cosa vivente ci si tiene, tutto nella natura cresce e si difende alla sua maniera ed è una cosa distinta per sua virtù dall'interno, tenta di essere se stessa ad ogni costo e contro ogni resistenza. Poco noi sappiamo, ma che ci dobbiamo tenere al difficile è una certezza che non ci abbandonerà; è bene essere soli perché la solitudine è difficile; che alcuna cosa sia difficile dev'essere una ragione di più per attuarla".

"Anche amare è bene: ché l'amore è difficile. Voler bene da uomo a uomo: questo è forse il più difficile compito che ci sia imposto, l'estremo, l'ultima prova e testimonianza, il lavoro, per cui ogni altro lavoro è solo preparazione."

"Chi consideri seriamente trova che - come per la morte, che è difficile - anche per il difficile amore ancora non è stato riconosciuto alcun chiarimento, alcuna soluzione, né cenno né via; e non si potrà ricercare, per questi compiti che noi portiamo velati e consegniamo oltre ad altri senz'aprirli, alcuna regola comune, che riposi su accordi generali. Ma nella stessa misura in cui noi cominciamo a tentare come singoli la vita, verranno incontro a noi, i singoli, queste grandi cose, via via più vicine. Le istanze, che il difficile lavoro dell'amore pone al nostro sviluppo, sono grandi oltre la vita, e noi non siamo, come principianti, ancora alla loro altezza. Ma se noi persistiamo e prendiamo su noi questo amore come peso e noviziato, invece di perderci a tutto il gioco facile e spensierato dietro cui gli uomini si sono nascosti in faccia alla più grave gravità della loro esistenza, forse sarà sensibile un piccolo progresso e un piccolo alleggerimento a quelli che verranno molto dopo di noi; e sarebbe molto.
Noi giungiamo appunto solo ora a considerare la relazione di una singola creatura umana con una seconda singola creatura senza pregiudizi e obiettivamente, e i nostri tentativi di vivere una simile relazione non hanno alcun modello avanti a sé."


Rilke, lettere a un giovane poeta, Roma, 14 maggio 1904, trad. Leone Traverso, adelphi 1989, p.48, pp. 51-52.

http://www.rilke.de/briefe/140504.htm
http://www.astro-sophia.de/Seiten/PDF/rilke%20briefe.pdf

3 commenti:

  1. urca! Rilke! che bello.....
    ti metto tra i blog compari ok? posso? tanto ormai siamo in affinità elettiva pure su FB...
    Ciao simona

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  2. Mi piacerebbe leggere Rilke. Una volta ci provai...avevo (ed ho...anche se a chilometri di distanza) una raccolta di quelle che si trovavano in edicola :-)...ma lo trovai parecchio tosto!!! (cioè, non ci capì un fico secco!!! :-)) )
    Ciao Simona, Angelo

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  3. Eh, sì, sorprendente Rilke, e non solo per il richiamo alla Einsamkeit, o all'attenersi a "ciò che è difficile". Sorprendente, questo inesausto viaggiatore impegnato in un continuo ritorno a se stesso, come se il viaggio fisico fosse la cifra segreta di un viaggio interiore. In grado ti anticipare, come pochi e con alta efficacia poetica, nel proprio vissuto lo "sradicamento", ben prima che questo divenisse una realtà con il crollo dell'unità politica dell'impero in cui era nato.

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