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Thursday, 6 March 2014

Fiducia (appunti e citazioni)

Your corn is ripe today; mine will be so tomorrow. 'Tis profitable for us both, that I should labour with you today, and that you should aid me tomorrow. I have no kindness for you, and know you have as little for me. I will not, therefore, take any pains upon your account; and should I labour with you upon my own account, in expectation of a return, I know I should be disappointed, and that I should in vain depend upon your gratitude. Here then I leave you to labour alone; You treat me in the same manner. The seasons change; and both of us lose our harvests for want of mutual confidence and security.
--David Hume

Wednesday, 29 January 2014

La banalità della memoria

More about La banalità del male "Prima del colpo di Stato di Badoglio dell'estate 1943, e prima che i tedeschi occupassero Roma e l'Italia settentrionale, Eichmann e i suoi uomini non avevano mai potuto lavorare in questo paese. Tuttavia avevano potuto vedere in che modo gli italiani *non* risolvevano nulla nelle zone della Francia, della Grecia e della Jugoslavia da loro occupate: e infatti gli ebrei perseguitati continuavano a rifugiarsi in queste zone, dove potevano essere certi di trovare asilo, almeno temporaneo. A livello molto più alti di quello di Eichmann, il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie, soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti (...) Il capo di Eichman, il Gruppenfuehrer Mueller, scrisse in proposito una lunga lettera al ministero degli esteri del Reich, illustrando questa situazione, ma il ministero non poté far molto perché sempre urtava nella stessa ambigua resistenza, nelle stesse promesse che poi non venivano mai mantenute. Il sabotaggi era tanto più irritante, in quantoche era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda. Le promesse erano fatte da Mussolini in persona o da altissimi gerarchi, e se poi i generali non le mantenevano, Mussolini porgeva le scuse adducendo come spiegazione la loro "diversa formazione intellettuale". Soltanto di rado i nazisti si sentivano opporre un netto rifiuto, come quando il generale Roatta dichiarò che consegnare alle autorità tedesche gli ebrei della zona jugoslava occupata dall'Italia era "incompatibile con l'onore dell'esercito italiano".
Ancora peggio era quando gli italiani sembravano rispettare le promesse (....)"
Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 2001, p. 183

Wednesday, 22 June 2011

Ma solo la bellezza, solo la verità

A thousand years from this tonight
When Orion climbs the sky,
the same swift snow will still the roofs,
the same mad stars run by.

And who will know of China's war,
Or poison gas in Spain!
The dead ... they'll be forgotten, lost
Whether they lose or gain.

Of all the brilliant strategies
Of war-lords now alive,
Perhaps a Chinese iris vase
Of porcelain, may survive ...

Perhaps a prayer, perhaps a song,
fashioned of love and tears,
But only beauty ,.. only truth
will last a thousand years

Margaret Moore Meuttman, Survival, 1948

Un migliaio di anni da questa notte
quando Orione scalerà il cielo
la stessa neve rapida farà i tetti silenziosi
le stesse pazze stelle correranno in cerchi.

chi si ricorderà della guerra in Cina
o dei gas velenosi in Spagna?
i morti, saranno dimenticati, perduti
che essi abbiano vinto o perso.

Di tutte le brillanti strategie
dei signori di guerra vivi adesso,
sopravviverà, forse, un vaso cinese
di porcellana.

O forse una preghiera, forse un canto
disegnato di lacrime e d'amore
Ma solo la bellezza,
ma solo la bellezza, solo la verità
dureranno un migliaio di anni

Monday, 25 April 2011

Concorso

Una volta si diceva, sul rapporto fra i moderni e gli antichi, "nani sulle spalle dei giganti. Ma quelli che in questo ventennio hanno preteso di "riformare" la costituzione non sono nani, e non sono saliti sulle spalle dei Giganti.
Apro un concorso: a cosa potremmo paragonarli?

Saturday, 19 March 2011

Il dio delle zecche

Se, quando senti dire vita eterna
ti abbracci, come un naufrago a un tronco,
forse non hai capito.

Non futura rivalsa è in impossibili
paradisi o inferni. Non è
mummificarsi.

Vita eterna
è sapere respiro del mattino
quando ancora nel bosco non prorompe
vento di sole–
aria di fragole tra felci curve
aria densa di funghi, umida aria
di muschio abbarbicato nel granito–
smeraldo di acque
e vigile svolare di gabbiani

riguardare attraverso lucenti
occhi bambini,
esplorare umilmente nel segreto
di un atomo invisibile,
decifrare a una roccia la sua storia,
intendere il vagare delle stelle

non ammuffire in chiuse nostalgie:
rianimando la vita se si esangua
disseminare gli attimi perfetti
esperti a contrastare ogni sclerosi
scegliere il fronte:
                           è la rivoluzione

contro il Dio delle zecche e i suoi accoliti
lo spasimo del tendersi
a un incontro pieno.

Sapendo il mondo un immane crogiolo
in cui i corpi in altri si dissolvono
le forme in altre forme,
                                   è consentire
a masticare e a essere masticati
a bruciare e a bruciarsi

essere la corrente e alimentarla
cercando dirigersi
(né se strascicati sbattendo da evento
in evento si evade
o tentando stagnare al margine)

e quando il cuore cessa di pulsare,
senza frapporre marmi piombi legni
lasciare le radici ti risucchino
semplicemente –
                        come le hai succhiate.

Danilo Dolci, Il Dio delle zecche.

Tuesday, 11 January 2011

C'è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce (Leonard Cohen)

"Tutte le cose, tutte le parole sono spaccate. Tutte le cose, tutte le parole sono aperte. Laparola latina rima – anch’essa fessa, spaccata – può indicare questa essenziale apertura, questa spaccatura delle cose che si manifesta all’uomo che parla nell’assemblea.

Cosa vuol dire che le cose e le parole sono aperte? Vuol dire che non sono cose. È la fine del mondo, la sconfitta delle parole. La cosa sta al di là del mondo e al di là delle parole.Mondo e parola cadono, cedono alla provocazione che l’apertura delle cose rappresenta.

Che ogni cosa sia aperta, fessa, spaccata non è annuncio di sofferenza, né di gioia. Il vangelo delle cose non annuncia cose belle né cose brutte. Al di là del mondo, tramontata la parola, frantumati i nomi, si esauriscono anche le possibilità della sofferenza e della gioia. Entrambe stanno al di qua dell’apertura delle cose, appartengono al mondo ed all’uomo di mondo. Un uomo che sta, aperto, nell’apertura delle cose, è uno cui è impossibile chiedere – come stai? O – dove stai? È un sugata, uno che è ben andato. L’apertura delle cose non ha un come né un dove.

Al tempo stesso, nell’apertura delle cose sta la possibilità della poesia. Ne è il luogo.
Ne rappresenta il come e il dove. "
Rima Rerum


(un grazie a Gianfranco Bertagni per Cohen)

Friday, 12 November 2010

Afrodite

Afrodite immortale dal trono dipinto
figlia di Zeus, tessitrice d'inganni, ti prego
non provarmi, Signora, con affanni
e dolori

Saffo

Friday, 22 October 2010

Quelli che cercano

"Come può una persona essere piu vera di ogni altra? Be', certi si nascondono altri cercano. Forse quelli che si nascondono - sfuggendo agli incontri, evitando le sorprese, proteggendo le loro proprietà, ignorando le loro fantasie, limitando le loro sensazioni, aspettando che passi il magico flu flu del flauto dell'esperienza - forse quella gente, gente che non parla agli operai, o se si tratta di operai non parla agli intellettuali, gente che ha paura di infangarsi le scarpe o di bagnarsi il naso, di mangiare ciò di cui ha una voglia matta, di bere acqua messicana, di scommettere al buio, di fare l'autostop, di attraversare non sulle strisce zebrate, di fare tardi, di cogitare, di baciare, di levitare, di farlo al rock, al bop, al bacio, d'abbaiare alla luna, forse quella gente è meramente non autentica, e forse all'umanista fasullo che la dice diversamente sarebbe anche ora che gli friggessero la lingua sulle braci del girone dei bugiardi. C'è dunque chi si nasconde e chi cerca e se il cercare è disattento, nevrotico, disperato o pusillanime allora può essere anche quello un modo di nascondersi. Ma c'è chi vuole sapere e non ha paura di guardare e non taglia la corda quando poi trova - e se per caso non trova mai, comunque se la gode perchè nulla, nè la tremenda verità nè la sua assenza, riuscirà mai a privarlo d'una sincera boccata dei dolci gas che la terra emana".

Tom Robbins, Natura morta con picchio, (Still Life with Woodpecker, 1980)

Saturday, 10 July 2010

Stato d'eccezione

"Il decorso storico, come si presenta sotto il concetto di catastrofe, non può impegnare propriamente il pensatore più del caleidoscopio maneggiato dal bambino, che, ogni volta che viene girato, vede precipitare tutto ciò che aveva ordinato in un nuovo ordine. L'immagine ha il suo profondo e buon diritto. I concetti dei dominatori sono sempre stati gli specchi grazie ai quali si creava l'immagine di un 'ordine'.
Deve essere infranto il caleidoscopio"
Walter Benjamin, Zentralpark 5 (MS 489 1-7, I 1233s)

"La tradizione degli oppressi ci insegna che lo 'stato d'eccezione' in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo"
Walter Benjamin, Sul concetto di storia, VII

Monday, 5 July 2010

la rivoluzione partenopea

"Se infatti lo storicismo crociano ha conosciuto tanta fortuna in Italia, non solo fra gli intellettuali di formazione liberale, ma anche fra quelli di orientamento marxistico, ciò è dovuto al fatto che tale dottrina ha fornito un adeguato substrato ideologico alla figura dominante di intellettuale (fosse esso filosofo, artista o letterato): l'autonomia della funzione critica e intellettuale, col separare ed innalzare la teoria al di sopra del momento della prassi, presuppone la figura dell'intellettuale illuminato che rischiara la storia col fuoco magico del suo sapere. Non si rimarcherà mai a sufficienza, quando si parla di Croce come "filosofo della libertà", che la "libertà" da Croce teorizzata è la libertà di un possidente terriero contrario al suffragio universale perché avverso alla democratizzazione della politica, da lui concepita come virile priviliegio aristocratico di pochi eletti per censo e sesso"
Girolamo De Michele, Tiri mancini: Walter Benjamin e la critica italiana, Mimesis Edizioni, 2000

Monday, 17 May 2010

e avremmo passato, tra musica e discorsi, un paio d'ore sovrumane

"Non avevo più bisogno di vino. La traccia d'oro aveva mandato un baleno, mi aveva ricordato l'Eterno e Mozart e le stelle. Potevo respirare per un'ora, potevo vivere, mi era lecito esistere, non occorreva che soffrissi, che avessi timore, che mi vergognassi. (...)
Oh, avessi avuto un amico, un amico in una soffitta, intento a meditare al lume di candela con accanto un violino! Come lo avrei sorpreso nel silenzio notturno arrrampicandomi senza far rumore su per le scale angolose! e avremmo passato, tra musica e discorsi, un paio d'ore sovrumane"
Herman Hesse, Il lupo della steppa, Mondadori 1979, p. 73

Monday, 22 March 2010

lontananza

L’opera d’arte nulla può mutare e nulla rimediare; una volta ch’esiste, di fronte agli uomini sta come la natura, in sé colma, a se stessa affaccendata (come una fontana), dunque, se così la si vuol chiamare, impartecipe.
Rilke, Briefe an eine junge Frau

Una volta mi accadde di rendermi conto di questo. Il colore dell'alba, quella volta, era bello, e io lo guardavo e sentivo desiderio e nostalgia - di cosa? L'alba era lì, non la potevo toccare, e neppure avrei voluto, ma la potevo guardare. Era lì, e io la guardavo e ne sentivo la mancanza.
Credo che sia di questo che parla Rilke: nel sentire la bellezza sentiamo anche la lontanana della cosa, il fatto che è in sé stessa, non ci appartiene, non è nostra in nessuno dei sensi possibili di "mio", e suscita in noi un desiderio e una nostalgia senza rimedio, ci ricorda la nostra solitudine e può insegnarci, semmai, a estendere questa solitudine "su più ampio paese".
E questo è anche dell'amore: ... è così grande la differenza? è mai stato davvero, ciò ch'è stato? è stato dico, tanto da riempire il desiderio, sormontare la lontananza? cambia moltissimo per noi, certo - la pienezza divina dell'amore appagato, e non solo immaginato. Ma è un istante: poi la lontananza, la nostalgia, ci tornano accanto, e sono con noi anche in presenza dell'amato.

porcospini

Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

(A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, II, 2, cap. 30, 396)

Saturday, 20 February 2010

progetto

"un progetto politico di cui occorre mostrare il carattere non utopistico" - hic Rodhus, hic salta, qui è il lavoro da fare: il potere-capacità di fare è lo stesso del potere-dominio, oppure no?

Comunque, qui sta il progetto, e qui la discussione (su minimokarma, tanto per cambiare)  :
<<Potere, pre-dominio e dominio: Dolci e Foucault
    Il potere (nel senso di essere capace di, capacità di azione) in sé non è affatto negativo: la sua carica positiva -l’intuizione etica avverte - dipende dalla sua capacità di aprirs a comunicare. Sovente nelle più fonde intuizioni religiose, vero potere risulta l’amore. Il potere si distingue, purificandosi, dal dominio, abuso di potere. Marco scrive che Gesù dice ‘la potenza’ per nominare Dio.
D. Dolci, Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci 1997, p. 5.
Non è probabilmente esagerato dire che in questa distinzione tra potere e dominio è uno dei contributi più rilevanti della riflessione di Dolci. E’ una distinzione che è parte di una più ampia dicotomizzazione: da una parte ci sono il potere, la forza, l’amore, la comunicazione, la relazione maieutica, il germe, il nomos, dall’altra ci sono il dominio, la violenza, l’odio, la trasmissione, la relazione gerarchica, il virus, la legge. In ultima analisi, si tratta della opposizione tra la sanità e la malattia. Un mondo sano è quello nel quale si comunica in modo pieno, reciprocamente adattandosi, senza che nessuno schiacci l’altro, mentre è malato un mondo nel quale alcuni, come virus, prosperano in modo parassitario a spese degli altri, spezzando la circolarità della comunicazione. C’è, bene evidente, il rischio di una semplificazione, proprio negli anni in cui Dolci cerca di leggere la realtà ricorrendo alla teoria della complessità. E’ realmente possibile distinguere, nelle situazioni concrete, il potere dal dominio, la forza dalla violenza, l’amore dall’odio? Non è forse la realtà, proprio perché complessa, sempre intessuta dell’una e dell’altra cosa? Consideriamo la scuola. Per Dolci, essa è il luogo del dominio, della trasmissione, dei rapporti malati. Molta della riflessione critica sulla scuola gli dà ragione. Ma è davvero la scuola solo questo? Non è forse sempre anche altro? Non è anche il luogo nel quale è possibile, sia pure per accidens, una comunicazione aperta? La realtà, anche quella istituzionale, è molto più fluida di quanto Dolci non sembri supporre, oscilla dall’uno all’altro polo. La stessa natura porta segni tanto della relazione maieutica quanto della relazione virale, e non basta dire che la prima è sana e la seconda malata, perché ciò vuol dire introdurre una pretesa etica nella considerazione di ciò che evidentemente è al di là del bene e del male.
A livello teorico, tuttavia, la distinzione di potere e dominio, l’individuazione dei due poli, è preziosissima. Benché il linguaggio comune e gran parte della riflessione continuino ad usarla in senso negativo, per indicare la possibilità che alcuni hanno di fare certe cose ad altri, o di far fare certe cose ad altri, la parola potere indica in primo luogo il soddisfacimento dei bisogni primari dell’organismo. Mangiare è un atto di potere. Mangia chi ha la possibilità di farlo. Chi non può, perché ad esempio non ha il denaro per acquistare il cibo, è condannato a morire. Il potere è una facoltà al servizio della vita. Poiché l’uomo è un essere sociale, il potere ha una dimensione collettiva. Fatta eccezione per casi estremi, la possibilità del singolo di procurarsi il cibo è legata alla struttura della collettività di cui fa parte. Un italiano è in grado materialmente di mangiare perché vive in un paese economicamente avanzato, collettivamente in grado di nutrire i suoi cittadini, sia pure con disparità e contraddizioni.
L’uso del potere non è dunque negativo, né asociale. Ma Dolci parla di un suo abuso, il dominio. Nella situazione di dominio, il soddisfacimento di un mio bisogno avviene a spese dell’altro. Continuando con l’esempio dell’alimentazione, c’è dominio quando io mangio del cibo togliendolo al prossimo. A dire il vero, durante una carestia una un simile atto attinge una sua legittimità. Di fronte al problema della sopravvivenza le idee correnti sul bene e il male sono sospese. Se c’è un solo boccone per dieci affamati, quei dieci si ammazzeranno l’un l’altro per ottenerlo, e ciò in base alla stessa legge della sopravvivenza. In altri termini, anche in questo caso si tratta di potere, e non di dominio. C’è dominio quando la sopravvivenza è fuori questione. Se io sono sazio, e tuttavia impedisco ad altri di mangiare, o di mangiare in modo sufficiente, io sto esercitando un dominio. E’ evidente che una teoria del potere ha bisogno di una teoria dei bisogni. C’è potere quando c’è la soddisfazione dei bisogni vitali, c’è dominio quando, per soddisfare i propri bisogni non vitali, si ledono i bisogni vitali altrui.
La distinzione concettuale tra potere e dominio si trova in Foucault, con qualche differenza rispetto a quella di Dolci che è interessante approfondire. Per Foucault il potere non esiste al di fuori delle relazioni, ed ha sempre un carattere fluido. C’è potere quando qualcuno fa fare all’altro ciò che desidera. L’accento qui non è sull’accesso alle risorse, ma sul direzione del comportamento altrui (evidentemente al servizio di un bisogno proprio, essenziale o meno). Tutte le relazioni di potere per Foucault hanno un margine di libertà e possono essere rovesciate. Chi subisce il potere può ribellarsi , resistere o, al limite, suicidarsi. Vi sono però situazioni in cui questo margine si libertà è ridotto al minimo. Quando una relazione non è più fluida, ma fissa, non si può parlare più di potere. C’è dominio quando “le relazioni di potere sono fissate in modo da essere perpetuamente asimmetriche e da limitare estremamente i margini di libertà” (1). La considerazione di questa fluidità sembra essere ciò che manca a Dolci. Non è chiaro in che modo si passi dal potere al dominio, dalla piena posivitità del primo all’assoluta negatività del secondo. In Foucault, d’altra parte, manca l’idea di un potere che non tenda all’asimmetria, come se ogni relazione umana fosse caratterizzata dal tentativo di sottomettere l’altro.
Proviamo dunque a leggere Dolci alla luce di Foucault e Foucault alla luce di Dolci. Possiamo distinguere e chiarire terminologicamente come segue. Il potere è, come sostiene Dolci, la possibilità di fare, soddisfacendo i propri bisogni essenziali. Esso non ha un carattere negativo. Sono possibili relazioni umani simmetriche, nelle quali gli uni soddisfano i propri bisogni insieme agli altri. Quando invece la relazione tende all’asimmetria e si sbilancia a favore di uno dei soggetti, si ha qualcosa che non è più potere e non è ancora dominio. Possiamo chiamarla relazione di pre-dominio. Nel dimensione del predominio un soggetto cerca di assoggettare l’altro ai suoi bisogni, ma la situazione è ancora fluida, c’è la possibilità concreta di resistere e di rovesciarla. C’è infine il dominio, che è la fissazione normativa, socialmente riconosciuta ed accettata, di una situazione asimmetrica. Il fatto che tale situazione sia socialmente accettata o addirittura normata non vuol dire che sia eticamente giusta. Essa può anzi configurarsi come una vera e propria rapina. Tale è il dominio economico e politico di alcuni stati su altri, giustificato con “ragioni” che fanno pensare alla favola del lupo e dell’agnllo, e che tuttavia ottengono una tacita approvazione dell’opinione pubblica.
La zona intermedia del pre-dominio è quella propria della competizione, dell’escalation simmetrica. Potere e libertà, nota Foucault, vanno di pari passo. All’accusa di vedere il potere ovunque, obietta che ovunque vede anche la libertà (2). Ma in cosa consiste questa libertà? La libertà di uccidersi? Ed è desiderabile una società in cui la libertà si riduca a questo - ribellarsi, al limite con il suicidio? Il bellum ombia contra omnes sembra essere per Foucault preferibile al Leviatano, poiché la fluidità del primo è compatibile con la libertà, mentre la compattezza del secondo no. Ora, al di là del fatto che è difficile immaginare una situazione di dominio che annulli del tutto la libertà (soprattutto se con Foucault consideriamo anche il suicidio politico come un atto di libertà), ciò vuol dire considerare l’uomo condannato ad una dialettica senza fine di sottomissione e ribellione, di relazioni bloccate e di violenti rivolgimenti. Dolci aggiunge a questa prospettiva la figurazione di una terza possibilità, quella di una società pre-asimmetrica, di una dimensione pacifica nella quale il soddisfacimento dei bisogni non comporta competizione, e il tentativo di predominare è patologico. Questa possibilità - il potere, simpliciter - si presenta in Dolci come il livello zero, la condizione di base dei rapporti umani, la dimensione della sanità. Così non è, in un contesto economico e sociale caratterizzato dal capitalismo, vale a dire dalla competizione e dal pre-dominio, un sistema nel quale anche le relazioni naturalmete simmetriche e creative - come quella erotica - tendono alla competizione. Una società del potere, in tale contesto, non è probabilmente un dato che si possa semplicemente accertare (come Dolci tenta di fare), quanto piuttosto un progetto politico di cui occorre mostrare il carattere non utopistico. E poiché il dominio non è un mondo compatto che fronteggia il mondo intatto del potere, ma la fissazione, la cristallizzazione della realtà magmatica del pre-dominio, il progetto di una società nonviolenta non può partire che dall’analisi delle relazioni di pre-dominio e dalla considerazione della possibilità di portarle verso il potere.
(1) M. Foucault, L’etica della cura di sé come pratica della libertà, in Antologia. L’impazienza della libertà, tr. it., a cura di Vincenzo Sorrentino, Feltrinelli, Milano 2008, p. 245.
(2) Ibidem.
 http://minimokarma.blogsome.com/2010/02/20/dolci-e-foucault/

Friday, 29 January 2010

Zanna Bianca


Scott scosse il capo e continuò a tentare di guadagnarsi la fiducia di Zanna Bianca.
Zanna bianca era sospettoso: c'era in aria qualcosa. Aveva ucciso il cane di quel dio, aveva morso il dio suo compagno, e che altro poteva aspettarsi se non qualche terribile punizione? Eppure l'affrontava impavido. Rizzò il pelo e mostrò i denti, l'occhio vigile, il corpo teso e pronto a tutto. Il dio non aveva bastone, sicché lo lasciò avvicinare. La mano del dio si era stesa, e ora gli scendeva sulla testa. Zanna bianca si rannicchiò tutto, sempre più nervoso, appiattandosi sotto di essa: lì era il pericolo, qualche tradimento, chi sa che cosa. Conosceva le mani degli dei, la loro provata maestria, l'abilità di far male; e poi, c'era quel vecchio terrore d'esser toccato. Ringhiò più minaccioso, si appiattò più basso, eppure quella mano continuava a discendere. Non voleva mordere quella mano, e sopportò il pericolo che rappresentava finché l'istinto si scatenò travolgendolo col suo insaziabile anelito alla vita.
Weldon Scott aveva sempre creduto di essere abbastanza svelto per evitare qualunque morzo o zannata, ma non conosceva ancora l'eccezionale rapidità di Zanna Bianca, il quale colpì con la fulminea rapidità del serpe.

Sunday, 10 January 2010

Um deinetwillen

Entsinnen ist da nicht genug, es muss
von jenen Augenblicken pures Dasein
auf meinem Grunde sein, ein Niederschlag
der unermesslich überfüllten Lösung.
Denn ich gedenke nicht, das, was ich bin
rührt mich um deinetwillen. Ich erfinde
dich nicht an traurig ausgekühlten Stellen,
von wo du wegkamst; selbst, dass du nicht da bist,
ist warm von dir und wirklicher und mehr
als ein Entbehren. Sehnsucht geht zu oft
ins Ungenaue. Warum soll ich mich
auswerfen, während mir vielleicht dein Einfluss
leicht ist, wie Mondschein einem Platz am Fenster.

Ma ricordare, qui, non è abbastanza: deve
il puro essere di ciascun momento
sul mio fondo restare, deposito
di soluzione immensamente satura.
Poiché io non ti penso, ciò che sono
mi muove in grazia tua. Non ti invento
nei luoghi tristi e privi di calore
da cui tu sei partita: il fatto
che tu non ci sei
è già caldo di te, ed è più vero
più del tuo mancarmi. Perché dovrei
correre fuori, se forse è su di me il tuo influsso
lieve, come raggio di luna alla finestra?

Il tedesco ha quest'espressione poco usata, "um deinetwillen” che da sola vale tutta una lingua: serve a indicare quella costellazione di significati a cui noi faticosamente giriamo intorno dicendo “per te”, “in grazia tua” , “a te”, “for your sake” – letteralmente, credo: “per la forza del tuo essere e volere” (deinet, di te; willen, volere, ma è anche la stessa radice di “vis”, forza, violenza, e di “vita”).

Rilke, per Lou Salomé, ne fa la più forte e alta delle dichiarazioni d'amore, l'unica che abbia un senso e giustifichi questo sentimento egoista, possessivo, stupido e folle. Io, dice Rilke, non penso semplicemente a te: è ciò che sono per te, attraverso te, grazie a te che mi muove, è la tua presenza che sta nel mio fondo e mi consente di essere.
Essere “per”, “in grazia di” qualcun altro, essere mossi da ciò che si è in questo modo, essere ciò che si è più profondamente e intensamente, ma di un essere che è dedicato a qualcuno e non si dà senza di lui; e proprio per questo porre all'altro una nahe Frage, un’intima richiesta: intima perché investe violentemente e profondamente non soltanto te stesso, ma anche l'altro, gli domanda di farsi coinvolgere in un'impresa incomprensibile e rischiosa, che preferiamo farci raccontare o risolvere nelle più sicure consuetudini, "das Schwerste, was uns aufgegeben ist, das Äußerste, die letzte Probe und Prüfung, die Arbeit, für die alle andere Arbeit nur Vorbereitung ist" (il più difficile compito che ci sia imposto, l'estremo, l'ultima prova e testimonianza, il lavoro, per cui ogni altro lavoro è solo preparazione).

Friday, 11 December 2009

L'anomalia selvaggia (recensione)

Il punto di partenza dello spinozismo politico contemporaneo: a questo libro dobbiamo l'idea di potenza come realtà che sta prima del potere e contro il potere, e l'idea che la politica di Spinoza è innanzitutto la sua metafisica.
Gli dobbiamo anche, ovviamente, l'aver riconosciuto il valore politico e filosofico del concetto di "multitudo" - la democrazia come potentia multitudinis, molto più del "potere di tutti" di Giuseppe Rensi: non solo potere di decidere della propria vita, ma capacità creativa e generativa, essere che viene alla luce dalla comunità degli uomini fra loro.
Poi, il problema è che la potenza sta prima del potere, sta contro il potere, ma è anche ciò che fonda il potere: il potere è interno, non esterno alla moltitudine degli uomini.
La multitudo negriana rimane semplicemente uno strumento che ti permette di sfuggire alle secche dei concetti di "popolo", "classe", "stato", ma non va molto più in là - come concetto, permette di pensare la potenza di tutti che si oppone al potere costituito, ma trascurando completamente i diversi modi in cui è la potenza stessa a costituirsi in potere.
Possiamo pensare il potere come potenza alienata, come concrezione della potenza, così come possiamo pensare il capitale come "lavoro morto" che si contrappone al "lavoro vivo". Ma il potere dobbiamo pensarlo, fino in fondo, senza accontentarci di farne "o' malamente" della storia.
Poi, è un libro che lancia il cuore oltre la meta, come spesso Negri usa fare, è scritto in negrese (lo stile di un filosofo che vuole essere letto "con il cuore e con le sue passioni", una tortura per me che sono analitica e razionale), ed è sempre al limite della forzatura, anche se non ci arriva (quasi) mai.

Friday, 23 October 2009

rima rerum

More about Rima Rerum
Ci sono parole che raccolgo e porto con me, come un talismano o come un interrogativo, e non so cosa sia che mi spinge a conservarle, o perché le chiami poesia. Ma so, sempre, con immediata sicurezza, riconoscerle: quelle, e non altre.
Così è stato con rima rerum: un riconoscimento immediato di parole importanti, da portare con me - di parole intense e pesanti tanto da affondare dentro di me, abitare la mia immaginazione e riaffiorare come mio proprio sguardo sul mondo.
E, come sempre mi accade, ho voluto parlarne, perché quando amo qualcosa ho bisogno di condividerla, ma tutto quel che sapevo e volevo fare era ripetere versi o frammenti di verso, come questi:
c'è ancora da camminare
la strada è lunga e sul ciglio ci sono gli asfodeli
e vedrai che parlando prenderemo colore.
E in fondo, non c'è veramente bisogno di altro.

O non ce ne sarebbe, se queste tre righe così belle e quiete, che spesso ripeto fra me, bastassero a raccontare rima rerum. Ma non bastano affatto. Ne sono forse un approdo, o forse sono soltanto una radura in cui trovare un raro riposo, come la terra sognata e silenziosa di
Sogno a volte una terra di betulle
stupita d’erba e d’innocenza
una terra di case dal tetto di frasche
con vaste macerie d’un regno di giganti
e serene montagne in lontananza.
Sogno una terra di silenzio, a volte.
Ma sono radure in un sentiero di cardi: rima rerum è anche, e anzi è molto più spesso una violenta ribellione, un cammino aspro e doloroso - e io amo profondamente, di questo libro, tanto la quiete e la dolcezza che raramente ne traspirano quanto la rabbia e la ribellione che lo conducono -
La mia rabbia, dottore,
non è una cosa che si possa dire
con le parole scritte nei suoi libri.
Forse perché io stessa ho bisogno di parole che dicano anche per me la mia rabbia, e perché è anche la mia casa, la mia disciplina la casa ferita nella terra di febbraio, che non ha tetto, né consolazione.

Rima rerum si apre con un Varco. Tutte le cose e tutte le parole, vi si dice (con Qohelet 1,8: םיעגי םירבדה־לכ, e la sua impossibile traduzione), sono in travaglio, faticose, difficili, fatigantur, fessa fiunt (parole che, osservo, dal travaglio alla spaccatura, rinviano anche alla generazione e al parto. Tutte le cose sono generate nel dolore). Tutte le cose, tutte le parole sono spaccate. Tutte le cose, tutte le parole sono aperte. La parola latina rima – anch’essa fessa, spaccata – può indicare questa essenziale apertura, questa spaccatura delle cose che si manifesta all’uomo che parla nell’assemblea. (nell'assemblea, osservo e sottolineo, ma lo capirò più tardi).
In Varco si dice anche: che ogni cosa sia aperta, fessa, spaccata non è annuncio di sofferenza, né di gioia. Ma questo non è vero, o lo sarà solo dopo, o soltanto a tratti, per l’uomo aperto, nell’apertura delle cose. Intanto, però rima rerum è una tensione che solo raramente trova quiete, la spaccatura è quasi sempre crepa (fingi di non vedere le aperture / le crepe le fessure le storture) fessura che lascia intravvedere il disagio, la violenza e il dolore, il male che insidia ogni essere, il fatto intollerabile dell’assenza
Non tolleriamo l’assenza. Questo è certo.
Qualunque cosa sia successa è certo
che noi non accettiamo alcuna assenza.

Ecco: rima rerum è un libro che innanzitutto fa anche di te che leggi una cosa o una parola in travaglio, spaccata, faticosa, difficile, ti costringe a reggere insieme all’autore la tensione delle cose e delle parole, a portartela dentro, a seguire un cammino scabro, aspro e doloroso che non ammette rettorica o tregue a buon mercato, e va fino in fondo und sonst gar nichts (se tu ora non mi soccorri, / dandomi ancora un po’ del tuo dolore / sarà stato nulla, tutto meno di nulla) - e forse, giunti fino in fondo, dopo avere non perduto, ma gettato via il nome, il volto, la parola e i pronomi possessivi, ti conduce a raggiungere o a ritrovare l'apertura, gli asfodeli, e la terra di dentro
vorrei dirti tenendoti i seni
della terra di dentro, della terra
liberata dal male e dal dolore, della terra
in cui ognuno ha il nome suo più vero.

Sunday, 18 October 2009

qui, ora, in questo luogo e in questo mondo

Lunedì 4 agosto 1941
A volte vorrei essere nella cella di un convento, con la saggezza di secoli sublimata sugli scaffali lungo i muri, e con la vista che spazia su campi di grano - devono proprio essere campi di grano, e devono anche ondeggiare al vento. Lì vorrei sprofondarmi nei secoli, e in me stessa. E alla lunga troverei pace e chiarezza. Ma questo non è poi tanto difficile. E' qui, ora, in questo luogo e in questo mondo che devo trovare chiarezza e pace e equilibrio. Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro sul mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa, ma è tutto terribilmente difficile e proprio per questo mi sento così oppressa.

Etty Hillesum
Diario 1941-1943, a cura di J. G. Gaardlandt
Adelphi, 1985, p. 53

Avevo bisogno di questi anni?, mi chiedevo poco tempo fa. Sì, ne avevo bisogno, era quello che dovevo fare.
Certo, vagheggio una bellissima casa come quella dove un mio amico ha solitudine, libri e silenzio, e sogno un giorno di avere una cella di convento esattamente come la descrive Etty Hillesum, e il grano deve ondeggiare al vento.
Ma come lei penso: troppo facile.
Troppo facile, e sterile, essere limpidi e calmi in un ambiente protetto. Se non sai vivere fino in fondo su questa terra con tutto ciò che questo comporta, accogliere ciò che ti viene incontro, e condividere la sorte di tutti, ed essere limpida e calma, e in tutto questo, come l'uomo pio che portava a spasso un vaso pieno d'acqua, riuscire anche a pregare - se non sai fare tutto questo, il tuo filosofare non è che un giocare con le biglie.

Friday, 16 October 2009

il valore del verbo essere

"quando un individuo o un gruppo di individui è tenuto in condizione di inferiorità, esso è di fatto inferiore; ma bisognerebbe intendersi sul valore del verbo 'essere'"

Simone de Beauvoir, il secondo sesso, (il Saggiatore, 1961, p.23)