Sunday, 21 November 2010

Caritas

Io amo, appassionatamente e fedelmente, una dozzina forse di persone. Queste persone sono il mio Heimat, il posto dove mi sento a casa, la mia Gerusalemme, e ci sono moltissime cose che farei senza esitazione per loro. E non credo che ci sia nulla di bello o di giusto in tutto questo.

Il "noi" non è una cosa buona, né bella, né giusta. Semplicemente, "è", esattamente come l'amore: è una forza autonoma, diversa, con leggi proprie. Non fonda una morale e non è giustificato da essa, non le è contro né a favore.
Il "noi" non è una cosa buona, né bella, né giusta: è un egoismo allargato (di poco) e potenzialmente feroce verso chi non ne fa parte - feroce attivamente, o per semplice omissione, così come è feroce verso le vedove, gli orfani, i solitari l'etica cattolica della famiglia.

Se non credessimo alla bontà, bellezza e giustizia di questo "noi", e non ci facessimo un dovere di estenderlo a tutta l'umanità, se non ci credessimo obbligati dal comandamento dell'amore del prossimo, se non dessimo questo nome incompossibile a un dovere, per poi vergognarci in segreto che quello che proviamo non sia amore vero, forse potremmo cominciare ad essere giusti. Forse potremmo cominciare a non amare gli altri, ma a guardare negli altri quel che possono essere, fare, divenire, e non lo specchio infelice della nostra colpa. Forse cominceremmo ad amarli sul serio.

Tuesday, 16 November 2010

Azzurro

Ho sognato mia madre, "un giorno di settembre, il mese blu". Magra come un uccellino, nella sua vestaglia di satin azzurro, si presentava alla mia porta.
"Entra", le dicevo, e l'abbracciavo. E lei era venuta per dirmi che "aveva fatto le analisi" e sarebbe guarita. Io la guardavo negli occhi lucidi e febbrili, e sapevo che non era vero, e la prendevo sulle ginocchia come faccio con la mia bambina - quando vuol essere consolata, o semplicemente mi vuole parlare.
Ogni nuova perdita ha il volto di quelle che l'hanno preceduta.

Friday, 12 November 2010

Afrodite

Afrodite immortale dal trono dipinto
figlia di Zeus, tessitrice d'inganni, ti prego
non provarmi, Signora, con affanni
e dolori

Saffo

Tuesday, 9 November 2010

Aspettando di passare dalla parte dei garantiti

<< Dov’è il general intellect, il lavoratore della conoscenza, quando si tratta di generare il conflitto che dovrebbe fornire la benzina alla trasformazione del nostro paese? >>
si domanda Carlo Antonicelli su Precariementi (http://precariementi.splinder.com/post/23570109/lavoratori-della-conoscenza-se-le-condizioni-oggettive-dello-sfruttamento-non-fanno-una-coscienza-di-classe)
<< A quale prezzo allora si può accettare che la vita ci venga rubata in modo così violento? Per il “curriculum” – dice Stefano –  aspettando di passare dalla parte dei garantiti, nell’attesa del “colpo di fortuna”, dell’incontro con la “persona giusta”, perché “bisogna fare esperienza”.  (...)
Oggi le condizioni di vita materialmente alienanti non generano rivolta, ma assuefazione, rassegnazione, fatalismo e attaccamento al proprio sintomo. Come dice Stefano: meno male che ci sono queste forme di contratto approssimative (stage, co.co.pro ecc) altrimenti non ci sarebbe lavoro per nessuno. (...) Mi pare che ci manchi un linguaggio per reagire a tutto questo, per essere la trasformazione oltre la petulante lagna della frustrazione; non abbiamo da dire niente di essenziale contro questa realtà. Navighiamo nell’incapacità di immaginare un futuro più umano, quindi non troviamo gli strumenti per agire contro il presente.>> 
"Aspettando di passare dalla parte dei garantiti." è la risposta.
Aspettando e sperando che a un certo punto, se avrai dimostrato sufficiente obbedienza, devozione, spirito di sacrificio, se avrai accumulato sufficienti pezzi di curriculum e dimostrato cosa sei capace di fare e disposto a fare,  verrai finalmente assunto nel cielo dei garantiti.
E questo investimento di anni che tu e i tuoi avete fatto per accumulare i punti che finalmente ti faranno diventare un garantito, questo investimento di obbedienza e spirito di sacrificio tu dovresti buttarlo via in un momento di rabbia? Ribellarti? Sì, lasciamolo fare  a qualcun altro, per favore.

E' la speranza, la trappola.

Come fanno ad aggregarsi e ribellarsi persone che in comune hanno solo il non essere "ancora" dall'altra parte, fra i garantiti? Quanto è facile comprarle o ricattarle con la semplice speranza che l'assunzione sia domani o dopodomani?
E no, qui non è colpa della giustizia né dello spettacolo, e neppure della politica o della sua assenza: la rappresentazione segue le cose, è conseguenza delle cose, e qui non c'è nulla da rappresentare.

Non è la televisione che ci ha lasciati senza un linguaggio, siamo noi che lo abbiamo perduto - che ce lo giochiamo nel momento stesso in cui usiamo questa paroletta, "precari", a indicare la classe che non ha "ancora" garanzie; e che in quanto tale si contrappone non ai padroni, ma a quelli che qualche diritto e qualche garanzia ce l'hanno, e non riescono più a difenderli  (quelli che fanno subire a Stefano il loro nonnismo).

Allora, o lottiamo per tutti i diritti per tutti, a prescindere dal posto di lavoro e dalla sicurezza di conservarlo, o siamo fottuti tutti.



"La necessità di liberarsi dalle illusioni che si hanno sulla propria condizione è la necessità di liberarsi di una condizione che ha bisogno di illusioni", diceva da qualche parte babbo Marx.

Friday, 22 October 2010

Quelli che cercano

"Come può una persona essere piu vera di ogni altra? Be', certi si nascondono altri cercano. Forse quelli che si nascondono - sfuggendo agli incontri, evitando le sorprese, proteggendo le loro proprietà, ignorando le loro fantasie, limitando le loro sensazioni, aspettando che passi il magico flu flu del flauto dell'esperienza - forse quella gente, gente che non parla agli operai, o se si tratta di operai non parla agli intellettuali, gente che ha paura di infangarsi le scarpe o di bagnarsi il naso, di mangiare ciò di cui ha una voglia matta, di bere acqua messicana, di scommettere al buio, di fare l'autostop, di attraversare non sulle strisce zebrate, di fare tardi, di cogitare, di baciare, di levitare, di farlo al rock, al bop, al bacio, d'abbaiare alla luna, forse quella gente è meramente non autentica, e forse all'umanista fasullo che la dice diversamente sarebbe anche ora che gli friggessero la lingua sulle braci del girone dei bugiardi. C'è dunque chi si nasconde e chi cerca e se il cercare è disattento, nevrotico, disperato o pusillanime allora può essere anche quello un modo di nascondersi. Ma c'è chi vuole sapere e non ha paura di guardare e non taglia la corda quando poi trova - e se per caso non trova mai, comunque se la gode perchè nulla, nè la tremenda verità nè la sua assenza, riuscirà mai a privarlo d'una sincera boccata dei dolci gas che la terra emana".

Tom Robbins, Natura morta con picchio, (Still Life with Woodpecker, 1980)

Sunday, 17 October 2010

La schiavitù del lavoro salariato

C'era una volta un cattivone che sosteneva che la differenza fra un lavoratore schiavo e uno dipendente è in due cose: che lo schiavo ti tocca mantenerlo anche quando non hai bisogno di farlo lavorare, e che lo schiavo va costretto a lavorare con la frusta, per il lavoratore libero basta la fame.

Il cattivone, credo, oggi tuonerebbe, scoprendo che il movimento dei liberi lavoratori precari aspira al diritto per tutti di divenire dipendenti a vita - riconoscendo, nei fatti, che la condizione dello schiavo è preferibile a quella di chi è libero di morire di fame.

Il che è drammaticamente vero, perché oggi essere assunti nel cielo dei dipendenti a vita significa avere dei diritti che non tutti i lavoratori hanno. Il diritto alla sicurezza del reddito innanzitutto - a poter contare sul fatto che fra due anni avrai ancora un lavoro, anzi, lo avrai ancora persino fra dieci o vent'anni, se vorrai (ah, l'articolo 18!). Il diritto ad ammalarsi. Il diritto ad avere figli, e magari persino ad accudirli quando sono piccoli.

Ma allora quella contro cui lottare non è la precarietà del lavoro, ma la precarietà della vita.

Il diritto ad essere sicuri di avere un tetto e un reddito anche quando del tuo lavoro non c'è bisogno.

Wednesday, 6 October 2010

de amore

Ci vuole qualcosa che ti trascini con la forza fuori di te. Poiché hai bisogno di uscire, di essere altro da ciò che sta dentro i tuoi confini, il bisogno esce fuori per primo. E poiché i tuoi confini sono forti, per scardinarli il bisogno ha da essere più forte, travolgere l'io, spossessarti di te.