Quei sovversivi dell'OCSE!
Tuesday, 6 December 2011
Sunday, 13 November 2011
Psiconano
Tanti mi hanno chiesto, oggi, se avevo brindato e se sono contenta.
No, non credo di esserlo.
Francamente, me ne infischio dello psiconano, abbiamo problemi più importanti. Certo, lui li peggiorava, e ci rendeva impossibile affrontarli (non foss'altro perché invece di pensarci pensavamo e parlavamo della sua barzelletta idiota), ed è meglio che se ne sia andato. Ma tutto qua.
E certo: io non credo che lo Stato sia solo il comitato d'affari della borghesia. I comitati d'affari stanno altrove, certo non in posti soggetti alle elezioni e a qualche labile forma di controllo popolare: lì, ci si mettono al più i funzionari. Che un membro dei comitati d'affari si sia dovuto immischiare dello stato italiano, questa forse sì è la notizia.
No, non sono contenta, e ribadisco tutto quel che scrissi quest'estate: è tardi per fare l'unica cosa da fare: costruire la forza e le idee di cui abbiamo bisogno. E' tardi, ma resta l'unica cosa da fare. E non trovo come farla: leggo Krugman, e Stiglitz, leggo sinistrainrete., so che le politiche europee sono profondamente sbagliate (zombie economics, giustamente le chiamano), e in malafede, ma poi?
Poi non lo so: accumulo mattoncini.
No, non credo di esserlo.
Francamente, me ne infischio dello psiconano, abbiamo problemi più importanti. Certo, lui li peggiorava, e ci rendeva impossibile affrontarli (non foss'altro perché invece di pensarci pensavamo e parlavamo della sua barzelletta idiota), ed è meglio che se ne sia andato. Ma tutto qua.
E certo: io non credo che lo Stato sia solo il comitato d'affari della borghesia. I comitati d'affari stanno altrove, certo non in posti soggetti alle elezioni e a qualche labile forma di controllo popolare: lì, ci si mettono al più i funzionari. Che un membro dei comitati d'affari si sia dovuto immischiare dello stato italiano, questa forse sì è la notizia.
No, non sono contenta, e ribadisco tutto quel che scrissi quest'estate: è tardi per fare l'unica cosa da fare: costruire la forza e le idee di cui abbiamo bisogno. E' tardi, ma resta l'unica cosa da fare. E non trovo come farla: leggo Krugman, e Stiglitz, leggo sinistrainrete., so che le politiche europee sono profondamente sbagliate (zombie economics, giustamente le chiamano), e in malafede, ma poi?
Poi non lo so: accumulo mattoncini.
Wednesday, 5 October 2011
Wednesday, 28 September 2011
Emily Dickinson, 818
818
Non potevo berla io, Tesoro
finché tu non l'avessi assaggiata,
benché fosse più fresca dell'Acqua
la costante presenza della Sete.
Trad. di Giovanna Nuvoletti
Non potevo berla io, Tesoro
finché tu non l'avessi assaggiata,
benché fosse più fresca dell'Acqua
la costante presenza della Sete.
Trad. di Giovanna Nuvoletti
Tuesday, 27 September 2011
"Preferisco le parole che migliorano il silenzio"
... sicché, anche se va contro tutte le regole del bloggherismo, ultimamente scrivo proprio poco.
Anche perché sono immersa negli studi su sistemi sanitari e democrazia deliberativa (che ci sia un nesso, è ciò che devo dimostrare) e sto scoprendo della roba proprio interessante. Anzi: comincio d'ora in poi a raccogliere qui le segnalazioni più importanti (poi mgliorerò).
Comincio dall'ottimo Mazzetta, ovviamente, che a sua volta segnala un video significativo:
http://mazzetta.splinder.com/post/25545076/usa-se-sei-povero-devi-morire
Nel corso di un dibattito tra candidati repubblicani, un giornalista chiede che fare quando una persona priva d'assicurazione sanitaria si scopre malata e bisognosa di cure costose.
Alla risposta poco chiara di Ron Paul, il giornalista chiede se stia dicendo che la società dovrebbe lasciarla morire, la folla risponde con entusiasmo di sì.
Anche perché sono immersa negli studi su sistemi sanitari e democrazia deliberativa (che ci sia un nesso, è ciò che devo dimostrare) e sto scoprendo della roba proprio interessante. Anzi: comincio d'ora in poi a raccogliere qui le segnalazioni più importanti (poi mgliorerò).
Comincio dall'ottimo Mazzetta, ovviamente, che a sua volta segnala un video significativo:
http://mazzetta.splinder.com/post/25545076/usa-se-sei-povero-devi-morire
Nel corso di un dibattito tra candidati repubblicani, un giornalista chiede che fare quando una persona priva d'assicurazione sanitaria si scopre malata e bisognosa di cure costose.
Alla risposta poco chiara di Ron Paul, il giornalista chiede se stia dicendo che la società dovrebbe lasciarla morire, la folla risponde con entusiasmo di sì.
Friday, 12 August 2011
i rifiuti della società
Un amico mi segnala un articolo di Massimo Gramellini: Fine di mondo, pubblicato su La Stampa due giorni fa. Lo riporto, perché sbaglia grossolanamente nell'interpretarle eppure le cose da vedere e da capire son tutte lì, in quel che scrive.
C'è del vero, in quel che scrive Gramellini, ma anche un errore profondo. Certo, quel teppista non è un povero morto di fame, ma è lo stesso povero, spogliato, deprivato di qualcosa di essenziale, e qui Gramellini coglie, credo casualmente, nel segno, quando dice che il problema è che << dal giorno infausto in cui il capitalismo dei finanzieri ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall´uomo>>.
Infatti.
Il problema è che il denaro si è sganciato del tutto dal merito e dal lavoro stesso. Non esiste più alcuna possibilità di "farsi da solo" lavorando duramente, com'è nel mito americano e calvinista. Al contrario, se c'è un modo sicuro per non arricchirsi questo è lavorare, soprattutto se si fa un lavoro produttivo. Il problema è che gran parte il lavoro produttivo è stato spostato in Cina, ma anche che era possibile farlo: il lavoro di una piccola parte dell'umanità è sufficiente a produrre i beni necessari (o meno) per tutta l'umanità. Il lavoro di enormi masse di persone non è più necessario, basta che relativamente pochi producano (ma questi devono farlo lavorando fino allo stremo: per capire perché nel capitalismo debba essere così, andatevi a leggere Marx, che lo spiega piuttosto bene).
Per enormi masse di persone la possibilità di fare qualcosa di utile semplicemente non c'è, e spesso quando c'è è una pia finzione (fate scavare delle buche e poi fatele riempire, diceva Keynes) - a cui le persone, alla lunga, non credono, perché non sono mica sceme, le persone. Ovverosia, ci sono al mondo enormi masse di persone che non sanno cosa fare di sé e di cui il nostro mondo non sa cosa farsi.
Il lavoro non è più necessario, non è più richiesto (quello dei cinesi a parte). Perciò da dovere, doveroso contributo personale per rispondere ai bisogni di tutti, e che per il lavoratore dà titolo a una risposta ai propri bisogni, è diventato un bene, un diritto. Il diritto di lavorare per essere pagati, cioè di ricevere solo in cambio di ciò che si è dato - che significa dignità, inclusione, fare parte, status sociale - si è separato dalla necessità e dall'utilità di quello che si può dare.
Proprio per questo, è vero quel che dice Gramellini: il denaro si è sganciato dal merito e dal lavoro. Se il lavoro non è più necessario, non è più il lavoro che dà titolo a partecipare a una quota dei beni prodotti. Il lavoro non più necessario e trasformato in diritto non dà più titolo ad avere altri diritti. Il lavoro è qualcosa che si dà al lavoratore, non che il lavoratore dà: ti abbiamo dato un lavoro, non pretenderai mica qualcos'altro?!
Perciò è proprio vero: il teppista griffato non è un morto di fame. Nelle grandi metropoli europee queste la povertà non è mancanza di cibo (esiste comunque un sussidio di disoccupazione, fuori dall'Italia) - ma di possibilità, status e dignità. Questi "teppisti" griffati non hanno fame e neanche propriamente bisogno dei beni saccheggiati, ma di ciò che essi rappresentano: fame di far parte, contare, avere uno status e un riconoscimento sociale che si esprimono, ormai, soltanto nella partecipazione a una quota delle ricchezze disponibili.
Ma non illudiamoci, solo perché abbiamo un lavoro, anzi un "posto". Siamo rifiuti dell'umanità anche noi come loro - parte di un'umanità che si divide fra quelli a cui si spreme il lavoro, quelli che fanno finta di lavorare, e quelli a cui neanche questa finzione è data.
Fine di mondo
Continuo a guardare la foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate. E´ una povera vittima, un relitto disperato della nostra società opulenta, come vorrebbe certa sociologia? Mah. I poveracci sono un´altra cosa: i bambini del Corno d´Africa con gli occhi sbiancati dalla fame, quelli sono vittime e infatti non indossano scarpe griffate. E´ allora soltanto un
delinquente «puro e semplice», come sostiene il primo ministro inglese? Anche questa interpretazione è fin troppo comoda. Sembra formulata a uso e consumo dei benpensanti: per non turbarli, per non svegliarli.
Quando i teppisti diventano un esercito e mettono a ferro e fuoco una metropoli occidentale, significa che è successo qualcosa che non si può più combattere solo aumentando il numero dei poliziotti e delle celle. E´ il segnale di un mondo, il nostro, che si sgretola. Un mondo senza politica, senza cultura, senza solidarietà. Il teppista griffato non si rivolta per ottenere un impiego, del cibo o dei diritti civili. Reclama soltanto l´accesso agli status-symbol della pubblicità acquistabili
attraverso il denaro. Dal giorno infausto in cui il capitalismo dei finanzieri ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall´uomo, trasformandosi in un valore a sé. L´unico. Quel ragazzo è il prodotto di questa bella scuola di vita. Mettiamolo pure in galera. Ma poi affrettiamoci a ricostruire la scuola.
C'è del vero, in quel che scrive Gramellini, ma anche un errore profondo. Certo, quel teppista non è un povero morto di fame, ma è lo stesso povero, spogliato, deprivato di qualcosa di essenziale, e qui Gramellini coglie, credo casualmente, nel segno, quando dice che il problema è che << dal giorno infausto in cui il capitalismo dei finanzieri ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall´uomo>>.
Infatti.
Il problema è che il denaro si è sganciato del tutto dal merito e dal lavoro stesso. Non esiste più alcuna possibilità di "farsi da solo" lavorando duramente, com'è nel mito americano e calvinista. Al contrario, se c'è un modo sicuro per non arricchirsi questo è lavorare, soprattutto se si fa un lavoro produttivo. Il problema è che gran parte il lavoro produttivo è stato spostato in Cina, ma anche che era possibile farlo: il lavoro di una piccola parte dell'umanità è sufficiente a produrre i beni necessari (o meno) per tutta l'umanità. Il lavoro di enormi masse di persone non è più necessario, basta che relativamente pochi producano (ma questi devono farlo lavorando fino allo stremo: per capire perché nel capitalismo debba essere così, andatevi a leggere Marx, che lo spiega piuttosto bene).
Per enormi masse di persone la possibilità di fare qualcosa di utile semplicemente non c'è, e spesso quando c'è è una pia finzione (fate scavare delle buche e poi fatele riempire, diceva Keynes) - a cui le persone, alla lunga, non credono, perché non sono mica sceme, le persone. Ovverosia, ci sono al mondo enormi masse di persone che non sanno cosa fare di sé e di cui il nostro mondo non sa cosa farsi.
Il lavoro non è più necessario, non è più richiesto (quello dei cinesi a parte). Perciò da dovere, doveroso contributo personale per rispondere ai bisogni di tutti, e che per il lavoratore dà titolo a una risposta ai propri bisogni, è diventato un bene, un diritto. Il diritto di lavorare per essere pagati, cioè di ricevere solo in cambio di ciò che si è dato - che significa dignità, inclusione, fare parte, status sociale - si è separato dalla necessità e dall'utilità di quello che si può dare.
Proprio per questo, è vero quel che dice Gramellini: il denaro si è sganciato dal merito e dal lavoro. Se il lavoro non è più necessario, non è più il lavoro che dà titolo a partecipare a una quota dei beni prodotti. Il lavoro non più necessario e trasformato in diritto non dà più titolo ad avere altri diritti. Il lavoro è qualcosa che si dà al lavoratore, non che il lavoratore dà: ti abbiamo dato un lavoro, non pretenderai mica qualcos'altro?!
Perciò è proprio vero: il teppista griffato non è un morto di fame. Nelle grandi metropoli europee queste la povertà non è mancanza di cibo (esiste comunque un sussidio di disoccupazione, fuori dall'Italia) - ma di possibilità, status e dignità. Questi "teppisti" griffati non hanno fame e neanche propriamente bisogno dei beni saccheggiati, ma di ciò che essi rappresentano: fame di far parte, contare, avere uno status e un riconoscimento sociale che si esprimono, ormai, soltanto nella partecipazione a una quota delle ricchezze disponibili.
Ma non illudiamoci, solo perché abbiamo un lavoro, anzi un "posto". Siamo rifiuti dell'umanità anche noi come loro - parte di un'umanità che si divide fra quelli a cui si spreme il lavoro, quelli che fanno finta di lavorare, e quelli a cui neanche questa finzione è data.
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