Wednesday, 25 March 2009

rispetto

la nonviolenza nella sua espressione positiva è 'apertura all'esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere'
(Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, isbn 88-09-0059-7, p.11).

Tuesday, 24 March 2009

Parole chiave: Amicizia

La farsa della rivolta, l'abolizione o il nascondimento di qualunque "se noi non siamo, io non sono" nella rivolta, è strettamente connesso alla farsa dell'amicizia, alla messa in scena delle relazioni più intime e costitutive del nostro essere.
Perché questo è ciò che è veramente nuovo del nostro tempo: non ci troviamo più semplicemente davanti a un simulacro di vita che sostituisce ciò che uno potrebbe vivere in proprio, o che distrae dal mondo di isolamento, ostilità e paura a cui siamo ridotti e così lo rende possibile. Ci troviamo davanti a qualcosa d'altro e più sottilmente pericoloso: alla costruzione deliberata di un mondo diverso, nel quale l'amicizia è la relazione che lega dieci piccoli indiani il cui scopo è, per ciascuno, che il prossimo a venir fatto fuori sia l'altro. Queste rappresentazioni non sono neutre, ma insegnano un linguaggio dei sentimenti, il modo per comprenderli e interpretarli. Per questo dico: costruiscono un mondo.
E' un nuovo livello dello scontro, in cui dopo aver screditato o ridicolizzato principi necessari ma, per così dire, esterni, ci si rivolge all'interno, a quello che più intimamente fonda il nostro essere. Ed è uno scontro profondamente politico, profondamente connesso alla costruzione dell'impossibilità della rivolta come "se noi non siamo, io non sono".

Perché è vero che non c'è sentimento più impolitico dell’amicizia: l'amore, almeno, riesce a formare delle famiglie, a istituzionalizzare il bisogno dell’altro (come il papa c'insegna, la famiglia è il primo nucleo della società).
Invece, ciò che mi lega alle persone – né molte, né poche - a cui ho dato la mia amicizia, più disinteressato dell'amore, che sopporta l'assenza senza cambiare, anche quando le nostre vite diventano lontane, e sopporta senza cambiare persino il fatto che parti di noi siano irrimediabilmente lontane … questo legame non fonda proprio niente, quando fonda qualcosa si corrompe, e corrompe la cosa, e non è possibile che fra liberi ed uguali.

Per questo è incomprensibile, inattuale, pericoloso, e va combattuto ad ogni costo.

E noi dobbiamo, invece, combattere ad ogni costo perché sia possibile. Non, dico, perché tutti divengano amici, che sarebbe un inganno, una falsa paz y falso sueño, ma perché tutti abbiano la stessa possibilità di esserne degni, e perché in mezzo a noi sia possibile incontrare persone degne di amicizia, e non individui paurosi e asserviti impegnati nell’eliminazione del prossimo concorrente.

amicizia stellare

quando ci siamo conosciuti avevo un dolore, e se ti seguii sulla cattiva strada fu perché mi sembrava, con te, di potere spingermi a parlarne (cosa falsa, e vera).
Alcune persone, e cose, legate a quel dolore più antico di te e a quell'epoca della mia vita, hanno per me un'importanza irrazionale e profonda, amore o amicizia che sia, anche se ora sono lontane, alcune morte, altre impazzite, e altre, semplicemente, estranee.
Così pure ne hanno alcune, poche, che ho riconosciuto.
A queste resto legata, con una fedeltà che stupisce me stessa, anche se a volte neppure lo sanno.
Sarà questa l'amicizia stellare?

la gaia scienza, § 14

Eravamo amici e ci siamo diventati estranei: Ma è giusto così e non vogliamo dissimularci e mettere in ombra questo come se dovessimo vergognarcene. Noi siamo due navi, ognuna delle quali ha la sua meta e la sua rotta; possiamo benisimo incrociarci e celebrare una festa tra noi – come abbiamo fatto – allora i due bravi vascelli se ne stavano così placidamente all’ancora in uno stesso porto e sotto uno stesso sole che avevano tutta l’aria di essere già alla meta, una meta che era stata la stessa per tutti e due. Ma proprio allora l’onnipossente violenza del nostro compito ci spinse di nuovo l’uno lontano dall’altro, in diversi mari e zone di sole e forse non ci rivedremo mai, forse potrà darsi che ci si veda senza riconoscersi: i diversi mari e i soli ci hanno mutati! Che ci dovessimo diventare estranei è la legge incombente su di noi: ma appunto per questo dobbiamo ispirarci una maggiore venerazione! Appunto per questo il pensiero della nostra trascorsa amicizia deve diventarci più sacro! Esiste verosimilmente un’immensa invisibile curva e orbita siderale, in cui le nostre diverse vie e mete potrebbero essere intese quali esigui tratti di strada, innalziamoci a questo pensiero! Ma la nostra vita è troppo breve, troppo scarsa la nostra facoltà visiva per poter essere qualcosa di più che amici nel senso di quell’elevata possibilità. E così vogliamo credere alla nostra amicizia stellare, anche se dovessimo essere terrestri nemici l’un l’altro.

altri cieli

Caro Francesco
spesso, in momenti come questo, ho un ricordo di te, perché è una bella notte, colma di vento di marzo e di pioggia di primavera.
"perché è una bella notte
e questo cielo non ha altro dove".
Questi momenti ti appartengono, e con te appartengono ad altri, perché, come sui giorni del calendario si affastellano sassolini di colore diverso, così in questi momenti si affastellano volti, voci, pensieri.
Il pensiero di stasera è che, in un senso molto importante, non è vero che questo cielo non ha altro dove.
Solo il cielo del paradiso, dove tutti i sogni sono realizzati, e l'incompiuto e il disperso non hanno più luogo: solo quel cielo non ha altro dove. Ma in notti come queste, nelle ore di un simile tempo, questo cielo mostra altri cieli, che sono presenti nell'aria che respiriamo e in cui vibra l'idea di felicità. Il condominio che ho di fronte, in questi momenti è ben chiaro, potrebbe essere un bosco, e da questo bosco traspira un silenzio che è possibile ascoltare, soltanto velato dal rumore del traffico.
Così come ogni attimo di felicità mostra che dietro, sotto, dentro tutto il nostro essere per lo scambio e stare come merci uno di fronte all'altro, sotto tutto questo, in un altro luogo da quello della sottomissione e della lotta, ma nello stesso luogo, c'è il lavorare a se stessi, l'imparare dagli altri, l'esprimersi, l'essere con gli altri,
Tutto questo, come il grande viale di tigli che talvolta attraverso, è ben visibile a un'anima attenta, ma non solo ad essa. Spinoza diceva che gli uomini ben sanno di essere uguali, e che per sottometterli è necessario un artificio sempre rinnovato. L'uguaglianza, la tensione ad essa, la coscienza della sua naturalezza e, a tratti, la sua realtà, scorrono costantemente come ciò che dovrebbe essere dietro, sotto, dentro la sottomissione, ma vi scorre come altro cielo che con quello della sottomissione non ha nulla a che fare, che appartiene alla società senza classi e "non può essere realizzato con un programma minore".
A questo cielo noi, che abbiamo buona vista, apparteniamo.

Tuesday, 17 March 2009

i nomi della storia

Hai ragione: l'unione fa la forza, e questo mio orgoglioso e pigro isolamento non porta nulla di buono. I nomi servono ad unire, non è casuale lo sforzo "bipartisan" per screditare il nome di comunismo, per far passare gli anarchici per dei facinorosi fuori di testa, per scrivere nella storia che genova 2001 non fu un massacro poliziesco di stampo sudamericano ma un "uso eccessivo della forza legittima" in risposta agli "anarchici" del black block, per fare sì che gli anni '70 siano ricordati come "anni di piombo" ... di fronte a tutto questo, proclamarsi apertamente e orgogliosamente anarchici è la cosa giusta da fare, e qui la lezione me l'hai data tu!

Però, sul "che fare" io preferisco muovermi piano e sui contenuti, e cercare di convincere gli altri sulla base dei presupposti e degli obiettivi che possiamo condividere, comunque ci chiamiamo; in questo, quando qualcuno può etichettarmi ho già perso per metà. I nomi, le aggregazioni e gli schieramenti sono importanti anche perché per troppa gente - e se non ci sto attenta anche per me, anche per noi - sostituiscono lo sguardo sulla propria vita, sui propri bisogni, su quello che assolutamente non possiamo accettare.

Questo costa tempo, fatica, e senso di inutilità, di isolamento, e di impotenza. Dentro, mi porto una collera profonda che vorrebbe sfogarsi in un che fare, e anche la sensazione che intanto che io cerco di capire cosa fare la situazione precipiti.

Ma, come dici tu, tant'è ...

Saturday, 28 February 2009

Le idee di rivolta non sono mai morte


Cosa ne è stato della rivolta - di quella di cui parlava Camus, quella che afferma, contro ogni forma di oppressione, “se noi non siamo, io non sono”?
Di quello che un tempo cantava “le idee di rivolta non sono mai morte” sappiamo cosa ne è stato: fa lo sceneggiatore, o il regista, non ricordo bene, di una trasmissione chiamata “Amici”.

C’è la figura, in questo, di un legame sotterraneo tra le due cose: le idee di rivolta e la parodia dell’amicizia; anzi: l’amicizia come farsa.

La rivolta, o anche semplicemente il disgusto verso il mondo, si esprime nell’unica forma immaginabile, quella dell’ “ognuno per sé e Dio contro tutti” che sembra (o viene mostrata) costuituire l’unico orizzonte possibile. E’ quella che può essere in un mondo di stretti orizzonti e sempre più stretti confini.

Non c’è alcuna traccia del “se noi non siamo, io non sono” in questa rivolta: essa fa parte, come parodia, dello stesso spettacolo osceno che si rappresenta ogni giorno tra questi confini.

Lo stesso vale per l’amicizia: non c'è più nessun "noi", ed è per questo che del "noi" si può fare una parodia televisiva.

Una parodia atroce. Perché altre trasmissioni offrono un simulacro di vita che distrae, ma questa fa qualcosa d'altro e più sottilmente pericoloso: costruisce un mondo diverso, nel quale l'amicizia è la relazione che lega dieci piccoli indiani il cui scopo è che il prossimo a venir fatto fuori sia l'altro, ne "il grande fratello" o al massimo quello dell'altro gruppo, dell'altro "noi", qui in "Amici".

Questa non è più chiacchiera, è avvelenare il pozzo da cui gli umani attingono la capacità di riconoscersi l'un l'altro, di unirsi, e di mettere il proprio essere gli uni per gli altri davanti a tutti i caporali di questo mondo: la rivolta, insomma.

Aver affidato proprio a Paolo Pietrangeli la regia di questa cosa mi parla dell'ironia di cui sono spesso capaci i padroni. Che lui abbia accettato mi parla della sua capacità di fiutare il vento.

Wednesday, 4 February 2009

Sul concetto di storia (in onore di Walter Benjamin)

Contro l'idea che la storia non si faccia con i se sta l'idea che non c'è un unico destino, che la storia che ci si presenta come destino e l'ordine che ci si presenta come inevitabile e migliore di tutti quelli che lo hanno preceduto non sono né l'unica storia possibile né il migliore e l'inevitabile fra gli ordini.

Al contrario, quest'ordine ne ha sostituito un altro, che era anch'esso l'ordine del vincitore e quindi, in ciò che è essenziale, non diverso dal più recente. Entrambi questi ordini, e quelli che li hanno preceduti, si sono stabiliti e si reggono sull'esclusione di tutte le altre possibilità – le possibilità che avrebbero potuto esprimere i vinti, ma soprattutto quelli che erano fuori dalla partita per il potere, gli oppressi. Quello che bisogna distruggere è il caleidoscopio che produce tutte queste illusioni di ordine, inevitabili e intercambiabili.

L'illusione per eccellenza, allora, è la storia come un continuum riempito di nessi causali, che si presenta come un tutto omogeneo e determinato dalla successione razionale da un fatto all'altro, tale che il presente sia la conseguenza necessaria, inevitabile e giusta di questa successione.

Questa idea di successione inevitabile e giusta si sposa con l'illusione del progresso: ciò che è necessario è razionale quindi giusto, l'ultima configurazione del caleidoscopio è sempre la migliore.

Contro queste idee di destino, di ordine, di progresso, sta l'idea di felicità, che è l'idea di ciò che avrebbe potuto essere, “Una felicità che potrebbe risvegliare in noi l'invidia si dà solo nell'aria che abbiamo respirato, con uomini, a cui avremmo potuto parlare, con donne, che avrebbero potuto farci dono di sé”.

Per questo, tutto ciò che avrebbe potuto essere è compito, e nell'idea di felicità vibra indissolubilmente quella di redenzione, dell'angelo della storia che può finalmente fermarsi a ricomporre l'infranto.

Questo è ciò a cui Benjamin contrappone il giorno del giudizio messianico, la citabilità all'ordine del giorno, che riassume in sé il tutto non come continuum ma come istante, e che giudica da quell'istante ogni passato denunciando che non era l'unico possibile e quindi può e deve essere giudicato.

Da ogni istante si può vedere una diversa possibilità del passato: è questa la debole forza messianica di ogni presente, poter rivendicare le diverse possibilità di ciascun passato, mostrare che non c'era un'unica possibilità, e non è stato né razionale né giusto che ci sia stato un vincitore, e proprio quello, e che l'essere vincitori non rende giusti.

Ogni presente ha il compito di mostrare le possibilità del passato che sono divenute nuovamente realizzabili. Per questo l'immediata intensità messianica del singolo uomo “passa attraverso l'infelicità” (FTP). La solidarietà con i morti che chiama in causa la classe vendicatrice è quella che impone di portare a compimento l'incompiuto e il disperso che è nelle loro vite.

(Pericolo: possibilità di cadere in mano ai vincitori, ma anche apertura della possibilità che non ci siano più dei vincitori.)